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Carlotta Bisio, un animale da palcoscenico

Carlotta Bisio, attrice non vedente, qui protagonista di «Jacqueline»Si definisce “animale da palcoscenico” una persona in grado di intrattenerne altre, non solo superando la timidezza, ma manifestando pienamente le proprie potenzialità espressive, agendo come un magnete sull’attenzione degli spettatori.
I componenti della nostra redazione – che già in un’altra occasione ha intervistato  l’attrice teatrale Carlotta Bisio, persona non vedente affetta da retinite pigmentosa – non hanno ancora avuto occasione di assistere a una sua esibizione. Però, sua figlia – attrice anche lei – insieme a un attore che lavora a suo stretto contatto, a un regista che l’ha diretta in un ruolo da protagonista e a un’assistente di palco, sembrano non avere dubbi: Carlotta quando recita non si risparmia, mette tutta se stessa e lascia libera espressione al proprio talento. Risultato: anche se ci sono difficoltà e imprevisti, come può accadere durante un’esibizione teatrale, lei «cade sempre in piedi». Ce lo dice Franco Abba, regista e attore, direttore artistico del Piccolo Teatro Comico di Torino.

«Sono stato contattato dalla compagnia Affetti Collaterali, di cui fa parte Carlotta, per dirigere Un giallo tutto rosa di Salvino Lorefice, opera divertente con colpo di scena finale», racconta. «In quell’occasione ho conosciuto Carlotta, che interpretava una delle otto donne sospette di omicidio. Tra noi è nata un’amicizia, una sintonia personale. Poi, Affetti Collaterali mi ha commissionato la regia di un altro spettacolo, Jacqueline, commedia musicale con tre personaggi: una donna e due uomini. La protagonista femminile era Carlotta che, per questa sua interpretazione, ha vinto anche un premio».

È stato un ruolo difficile da preparare?
«La storia è quella di una coppia di omosessuali dal rapporto ormai logoro, sulla cui vita piomba per caso una donna rompiscatole. L’indole di Carlotta, il suo atteggiamento giocoso e la sua apertura mentale le hanno reso facile l’accesso al ruolo, davvero molto nelle sue corde. Poi, tecnicamente, essendo una commedia musicale, ai tre attori ho chiesto di recitare, cantare e accennare dei passi di danza. Questo significa che se da una parte hanno avuto modo di esprimere ampiamente le loro capacità, dall’altra Carlotta ha dovuto memorizzare alla perfezione ogni movimento e la posizione di ogni oggetto in scena, per poter ballare e saltare senza timori».

La cecità ha imposto limiti nella messa in scena?
«La cecità di Carlotta non è un limite ma una caratteristica. Ogni attore ha le proprie caratteristiche. Carlotta chiede precisione estrema. Chi lavora con lei deve garantire professionalità e impegno. Bisogna definire insieme ogni scena nei dettagli, studiare movimenti, battute, posizione di attori e oggetti. Poi, una volta date le disposizioni definitive, si deve cercare di non cambiare più niente. Rispettata questa regola, si può fare tutto. Per dirne una, a un certo punto dello spettacolo Carlotta prende la rincorsa, salta e viene presa al volo da uno dei due attori. Si tratta di una sequenza delicata ma lei non si è tirata indietro, ha accettato di farla. È proprio questo il bello di lavorare con lei: ti trovi di fronte una “mattatrice”, una che non si sottrae a niente e dà corpo alla creatività del regista».

Della sua cecità, tra l’altro, di solito gli spettatori non si accorgono. All’inizio non se n’era accorto Franco Abba e nemmeno Marina Casella, la responsabile di palcoscenico.
La rappresentazione di «Un giallo tutto rosa» che vede Carlotta Bisio tra i suoi interpreti«Una sera, quando ancora non collaboravo con Affetti Collaterali – racconta Marina – sono andata a vedere un loro spettacolo e non mi ero accorta che Carlotta non ci vedesse. Poi, su proposta del presidente della compagnia, ho cominciato a occuparmi per loro prima degli oggetti sul palcoscenico, poi dei costumi e della scenografia. Le prime volte che la vedevo dietro alle quinte notavo la sua agitazione prima di entrare in scena. Tutti gli attori si emozionano, ma lei un pochino di più. Solo dopo un po’ avrei capito che era non vedente e la sua tensione era legata al timore di non trovare gli oggetti al posto giusto».

La presenza di un responsabile di palcoscenico aiuta Carlotta a sentirsi più sicura?
«Io mi segno tutto. Ricordo a ogni attore cosa deve portare, verifico che ogni cosa ci sia e sia messa al posto giusto. Mi piace partecipare alla creazione di un’opera dando questo tipo di contributo. In più, siccome durante gli spettacoli rimango dietro alle quinte, è mio compito raggiungere Carlotta ogni volta che esce di scena, accompagnarla dietro le quinte, seguirla nei cambi di scena veloci e riportarla verso il palco».

A volte capita a Marina anche di dimenticarsi della disabilità di Carlotta…
«Chiunque le passa intorno deve comunicarglielo, toccandola o parlandole, altrimenti magari lei parla e gesticola e involontariamente colpisce qualcuno. Insomma, occorre che gli altri stiano attenti a lei e non viceversa. Eppure, si comporta in modo talmente spigliato che a volte mi dimentico che non ci vede. Capita allora che mi chieda ad esempio dove si trovi un oggetto e io mi limiti a risponderle “è lì”, senza considerare che per lei questa mia risposta non significa nulla».

Come fa Carlotta a studare la disposizione degli oggetti in scena durante uno spettacolo?
«Conta i passi, si fa una piantina mentale misurando le distanze. Le prove di solito avvengono in stanze prese in affitto e il palcoscenico dell’esibizione ha spesso dimensioni diverse. Per questo, prima dell’inizio di ogni spettacolo, dedica mezz’ora allo studio del palco allestito».

Fila sempre tutto liscio?
«Certo che no! Durante la scena gli imprevisti capitano a tutti gli attori. Le è capitato di inciampare, ad esempio, ma inventa sempre un modo per uscire dall’impasse, senza far percepire il disguido agli spettatori. Mi ricordo di una volta che ha fatto cadere una bottiglia che si trovava nel posto sbagliato e ha esclamato: “Oh, che sbadata che sono!”. Il pubblico non si è accorto dell’errore».

La spontaneità di Carlotta – come ci raccontava lei stessa nell’intervista che le abbiamo dedicato qualche tempo fa – è agevolata dal suo affiatamento con gli altri attori della compagnia.
Uno di loro è Fulvio Milanese, attore da quasi vent’anni, specializzato nella prosa teatrale e ultimamente coinvolto anche in una collaborazione con RadioRai. Fulvio è entrato in Affetti Collaterali alla fine degli anni Novanta e tra lui e Carlotta è nata fin da subito «un’empatia molto particolare, un’affinità caratteriale» tale per cui la maggior parte delle volte finiscono con il recitare la parte degli amanti o degli sposi.

Come viene preparato uno spettacolo in cui recita anche Carlotta? Ci sono dei percorsi particolari da affrontare?
«Avviene tutto con naturalezza. Lei è molto indipendente e aiutarla quando serve è un gesto spontaneo, niente di più. Il grosso del lavoro lo fa lei che memorizza posizioni e distanze all’interno dello spazio del palco, le cui uscite e entrate vengono evidenziate con un nastro adesivo di un colore cangiante. È precisissima, molto professionale e non si tira mai indietro.Un momento di «Sarto per signora», altro spettacolo della compagnia «Affetti Collaterali» Una volta abbiamo partecipato insieme a una produzione per il Teatro Stabile di Torino. Ci hanno scelto a casting già chiuso, preferendoci ad altri attori. Lo spettacolo, Viaggio verso l’ignoto, era una commedia che verso la fine prendeva un tono apocalittico, mostrando il Giudizio Universale. Mi ricordo che quando il regista aveva proposto di coprire alcuni attori, tra cui Carlotta, con dei teli bianchi e poi azionare la macchina del fumo, lei era diventata pallida però lo ha voluto fare lo stesso. Ha evitato di scendere la scalinata, ma per il resto ha fatto la scena come gli altri. La sua caparbietà mi colpisce: è tale per cui gli spettatori difficilmente si accorgono che non ci vede».

Tra gli spettatori seduti in sala quando Carlotta Bisio recita, ce n’è però uno che, a suo dire, è “terrorizzato”: si tratta della figlia, Silvia Amoretti, attrice anche lei.
«Mi succede soprattutto con Jacqueline per via del salto che a un certo punto mia madre deve fare» racconta. «Ho paura che cada, che scivoli giù dal palco, ma ogni volta non succede niente, riesce a cavarsela egregiamente e questo perché è una brava attrice. Non lo dico perché sono sua figlia, credo sia una considerazione oggettiva: ha molto talento».

È stata lei a introdurti alla recitazione?
«Non esattamente. A undici anni mi sono iscritta a un corso di mia spontanea volontà, senza che mi dicesse niente. Poi, quando ne avevo diciassette, è successo che in un mese di agosto c’è stato bisogno di una sostituzione improvvisa nella compagnia di cui faceva parte mia madre e sono stata praticamente “costretta” a offrirmi volontaria».

In che senso “costretta”?
«Beh, mi vergognavo, non me la sentivo. Ma non c’era nessun altro e mi hanno “incastrato”. Poi, però, l’esperienza mi è piaciuta al punto che oggi recitare è la mia professione. Sono in scena quasi sempre con mia madre, ma lavoro anche in televisione, in Centovetrine ad esempio, e tengo laboratori nelle scuole».

Com’è lavorare con la propria madre?
«Sul palco ci comportiamo come due colleghe, abbiamo un rapporto professionale. L’unica differenza è che arriviamo insieme e andiamo via insieme. Inoltre, studiamo insieme. Convivendo con la sua cecità da venticinque anni, poi, coordinarmi con lei sul palco è un atto spontaneo. Ma mi accorgo che non è così solo per me. Dipende certo dalla sensibilità delle singole persone, ma in generale nella nostra compagnia la gestione della cecità di mia madre avviene in modo non programmatico, bensì del tutto naturale. Nell’ultimo spettacolo che abbiamo preparato, i cambi di scena erano molto veloci e al buio inciampavamo tutti, non solo lei. Perciò aiutavamo lei e ci aiutavamo tra noi allo stesso modo».

Secondo Silvia, il grosso del lavoro rimane comunque sulle spalle di Carlotta.
«Il nostro contributo si può calcolare in una percentuale del due per cento, direi. Il novantotto per cento ce lo mette lei. Memorizza tutto, è lei con il suo corpo che deve sentire quanti passi fare, come girarsi, con quanta ampiezza di movimento, eccetera. Lavora sodo».

Ora cosa state preparando insieme, con Affetti Collaterali?
«Una commedia scritta da Lillo e Greg che si intitola Il mistero dell’assassino misterioso e che descrive le ombre del mondo degli attori attraverso la storia di uno spettacolo che va a rotoli perché uno degli interpreti si sente male. Il regista è Lorenzo De Nicolai. Dovremmo essere pronti per il prossimo mese di ottobre».