Inclusione: servono dei distinguo sulle diverse disabilità

Vertono per lo più sulla necessità di operare dei distinguo sui diversi tipi di disabilità, le voci dissenzienti ricevute dopo la pubblicazione, nel nostro giornale, di un’“Opinione” di Salvatore Nocera, a proposito dell’attuale realtà dell’inclusione scolastica. Ne abbiamo dunque scelte tre, con l’auspicio che il dibattito da noi avviato diventi sempre più ampio e costruttivo

Alunni in classeÈ stata questa volta l’Opinione di Salvatore Nocera – da noi pubblicata con il titolo A proposito di quelle proposte sull’inclusione, e che a sua volta prendeva spunto da due precedenti articoli di Giuseppe Felaco – a fare discutere i Lettori, con alcune voci dissenzienti, accomunate per lo più dalla necessità di porre dei distinguo – quando si parla di inclusione scolastica – sulle diverse situazioni di disabilità.
Ne abbiamo scelte tre, cui diamo spazio qui di seguito, lieti di poter ampliare un dibattito che ci auguriamo diventi sempre più allargato e costruttivo.

«Sono profondamente grata al professor Nocera per avermi insegnato molte cose riguardo al diritto, a come funziona il rapporto tra il cittadino e le pubbliche amministrazioni, a come leggere tra le righe di una circolare, a come instaurare un rapporto paritetico all’interno di un tavolo di conferenza di servizi, eccetera. Credo che ancora il professore e amico abbia molto da insegnarmi. Specialmente la sua instancabilità mi insegna che ancora a 70 anni si può spendere la propria vita per aiutare le persone con semplicità e dedizione, una cosa, quest’ultima, che mi è servita tanto anche nel mio lavoro e nel mio impegno, come un modello positivo.
Detto ciò, però, si deve fare un distinguo molto serio tra le opinioni di un cittadino autorevole, che racconta la propria esperienza personale, e le indicazioni di un esperto.
Anch’io, come il professor Nocera, ho fatto le scuole normali, essendo nata e cresciuta  nell’epoca in cui gli istituti per disabili visivi erano in declino e l’integrazione non era più che una norma vaga e una speranza. Nemmeno io, veramente, avrei avuto troppo bisogno di tutti gli assistenti e gli insegnanti che in verità non ho mai avuto, avendo fatto tutte le scuole – dalla materna alla specializzazione post lauream – senza mai disporre di materiali differenziati o trascritti, senza l’ombra di un AEC [Assistente Educativo Culturale, N.d.R.], di un insegnante di sostegno, di un assistente alla comunicazione e senza un GLH [Gruppo di Lavoro Handicap, N.d.R.] o di qualsiasi cosa che gli somigliasse lontanamente. Mi sono arrangiata e ho imparato a fare fatica, avendo il rispetto e l’aiuto dei miei compagni e degli insegnanti.
Pare che sia andato tutto piuttosto bene, ad eccezione che per la geografia alle medie (non la capivo perché non avevo cartine a rilievo) e del latino alle superiori (senza poter leggere il  vocabolario, è un po’ arduo provare a  tradurre!). Il fatto di non avere avuto aiuti mi ha insegnato ad arrangiarmi e ad affinare le mie capacità e questo mi è utile ancora oggi, quando – da cittadina disabile adulta e lavoratrice – mi devo confrontare con numerose occasioni di aggiornamento o di studio, essendo abituata a far da me, in mezzo alle altre persone, con le quali a volte mi capita di “mimetizzarmi” anche senza volerlo.
Al di là di tutto ciò, tuttavia, non mi sognerei mai e poi mai di immaginare i ragazzi e i bambini che seguo, soltanto con l’insegnante curricolare e questo non perché manchino nella scuola bambini che potrebbero star bene anche senza le altre figure, ma perché, ad esempio, i pochi non vedenti che davvero sono solo tali (epidemiologicamente la pluriminorazione oggi è la regola e non l’eccezione), non vengono quasi mai da me a cercare consulenza. Sono fortunatamente già sovrabbondanti di tutta quella pletora di personale che spesso porta solo a una grande confusione e crea dipendenza, per poi sparire nel nulla alla fine delle scuole superiori, gettando il povero ragazzo disabile nella disperazione, quando constata che il mondo non è come la scuola, in cui aveva la “pappa pronta”.
Occupandomi però di genitori e dei loro figli con disabilità psicocognitive o in situazioni complesse, devo invece confermare che spesso (specie se vi sono problemi nella sfera dell’interazione sociale e disturbi del comportamento), un rapporto 1 a 1 è necessario.
Ragazzo in carrozzina studia al tavolo di una bibliotecaQuesto non significa che dobbiamo buttare alle ortiche tutto quello che la classe, i compagni possono fare e così gli insegnanti curricolari. Ma come si potrebbe realizzare, ad esempio, un intervento di estinzione di comportamenti problema oppure insegnare anche solo a stare in classe e a prolungare i tempi di attenzione, senza qualcuno che prendesse i dati, operasse aiuti, aumentasse i tempi? Come si potrebbe insegnare a un alunno non verbale a seguire la scuola, senza aiutarlo con un calendario oggettuale, oppure modellandogli i gesti, o in qualsiasi altro modo sia necessario? E ancora, come si potrebbero alternare i momenti di apprendimento in ambiente naturale con quelli in ambiente strutturato, se non ci fosse qualcuno a dedicarsi a quel ragazzo nel modo in cui serve e nel tempo in cui serve?
Molto del mio lavoro consiste nel seguire gli assistenti e i genitori con gli insegnanti, nel programmare, verificare e realizzare gli interventi individualizzati. Come si potrebbe fare  questo  senza persone?
Forse il signor Felaco [il riferimento è all’articolo di Giuseppe Felaco, da noi pubblicato con il titolo Tutti avrebbero dei vantaggi, N.d.R.] ha dei congiunti che magari non hanno bisogno di tutto questo, come non ne ho avuto bisogno io e nemmeno il nostro insostituibile Salvatore Nocera… E questo è già moltissimo.
In realtà, piuttosto di spendere soldi per aggiungere figure e invece di valutare la qualità dei servizi attraverso le quantità di ore che vi sono per uno studente, si dovrebbe investire nella qualità della formazione e nella specificità e appropiatezza di ciò che si fa. Questo, però, significa stabilire per ciascuno quanto, chi, come, e tutto ciò dipende dalle varie disabilità e specialmente dal funzionamento delle singole persone».
Maria Luisa Gargiulo (psicologa, psicoterapeuta)

«A Salvatore Nocera vanno riconosciuti grandissimi meriti per quello che in questi decenni ha fatto in favore della disabilità. E tuttavia, anche chi ha fatto molto bene può talvolta incorrere in errori, dovuti alla scarsa preparazione su di un argomento specifico. È capitato ora anche a Nocera, e l’argomento specifico è l’autismo.
Intervenendo infatti su due articoli di Giuseppe Felaco comparsi in “Superando.it”, Nocera ha prospettato per la scuola italiana l’eliminazione degli insegnanti di sostegno, scrivendo tra l’altro: “Si tratta di una proposta che parte da un’esigenza indiscutibile, sempre sostenuta dal sottoscritto, per averla io stesso sperimentata, quando studiavo da minorato visivo negli Anni Cinquanta nel ‘profondo Sud’, e cioè il fatto che gli attori primi dell’inclusione scolastica debbano essere i docenti curricolari e i compagni di classe. È tuttavia una proposta che non precisa la necessità di due condizioni e cioè, da una parte, una preventiva e seria formazione dei docenti curricolari, dall’altra il ridotto numero di alunni per classe”.
Occorre rilevare che qui Nocera incorre nel gravissimo errore di estendere all’universale la propria personale esperienza, che è una procedura sempre rischiosissima. Ben differenti, infatti, sono le problematiche cognitive e relazionali dei disabili fisici da quelle che affliggono i disabili psichici, in particolare quando la disabilità psichica è pervasiva come l’autismo, e comporta delle difficoltà di gestione spesso quasi insormontabili, anche per personale molto preparato.
Un minorato visivo non può in alcun modo essere paragonato a un individuo affetto da radicale “cecità sociale”, magari accompagnata da ritardo mentale profondo, come spesso avviene nei soggetti autistici.
Pensare che un bambino o un ragazzo autistico – magari anche iperattivo e con basse capacità cognitive (ho presente mio figlio e molti come lui, che conosco) e serissimi problemi comportamentali -, possa essere proficuamente gestito all’interno di una classe, per quanto ridotta nel numero, dai suoi insegnanti curricolari e dai compagni, è, diciamolo francamente, una mera insensatezza.
Ragazzi di scuola media in classeMolti bambini e ragazzi con autismo possono (spesso a fatica) avere un loro percorso scolastico soltanto grazie a una continua assistenza e a insegnanti di sostegno che li curano con un rapporto di 1 a 1.
Non bisogna farsi prendere né dall’ideologia della “perfetta inclusione-normalizzazione”, né da “buonismi comunitaristici”; occorre ragionare sulla base di serie competenze specifiche e sempre guardando ai dati scientifici. E questi ci dicono che i nostri figli autistici hanno bisogno di un’educazione speciale, che ha una forte componente tecnico-professionale, della quale non è assolutamente possibile che i comuni insegnanti di classe possano disporre, né oggi né domani né mai.
Per questo, se vogliamo il bene dei nostri figli, occorre che essi a scuola siano seguiti in un modo particolare, ovvero individuale, con un sostegno molto più preparato sulle caratteristiche della mente autistica e sulle metodologie per trattarle, affinché per quanto possibile, e a seconda delle loro individuali peculiarità, gli studenti con autismo possano conseguire un livello adeguato di abilitazione, socializzazione e integrazione».
Fabio Brotto (presidente dell’Associazione Autismo Treviso)

«Il problema è che bisognerebbe fare dei distinguo sulle varie disabilità. Come si può mettere sullo stesso piano una disabilità fisica con una intellettiva-comportamentale? È impensabile pensare a un’inclusione per un ragazzo autistico come per un ipovedente.
Mi spiace, ma per una volta sono in profondo disaccordo con il dottor Nocera. Non riesco neppure ad immaginare mia figlia Nicole tutto il giorno in classe senza la sua insegnante di sostegno, che gestisca le sue stereotipie, i suoi momenti di ipercinesia, i suoi tempi morti; per non parlare degli insegnamenti che inevitabilmente si devono adeguare al suo livello di comprensione. Né potrei mai immaginare mio figlio Daniel in classe senza un sostegno adeguato, a contenere i suoi comportamenti problema, che cerchi di farlo stare fermo per più di cinque minuti consecutivi.
Ma come, ci battiamo tanto perché i nostri figli non siano un peso nel gruppo classe e poi si propone di delegare a un solo insegnante ciò che spesso difficilmente riescono a fare sostegno e AEC [Assistenti Educativo Culturali, N.d.R.]? Immaginate lo stress delle insegnanti che a malapena gestiscono la classe…
I momenti di inclusione devono essere assolutamente gestiti al meglio, per non diventare un ostacolo. E si possono e si devono creare proprio in sinergia con l’insegnante curricolare: da noi, per esempio, vi sono storie sociali, circle time [metodo di lavoro ideato negli Anni Settanta dalla Psicologia Umanistica, per aumentare la vicinanza emotiva e risolvere i conflitti, N.d.R.], lavori manuali finalizzati alla costruzione di scenografie e abiti per rappresentare piccoli copioni inventati dal gruppo classe…
Insomma, tutto ciò che più si addice a questo o quel bambino-ragazzo… tutti insieme… tutti col sorriso, condividendo e non “sopportando”».
Stefania Stellino (presidente dell’ANGSA Lazio-Associazione Nazionale Genitori Soggetti Autistici)

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