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Essere una vittima non autorizza a diventare carnefice

"Fragility" di Sara Mobayen (©NiQOO Art Gallery, per gentile concessione)

Sara Mobayen, “Fragility” (©NiQOO Art Gallery, per gentile concessione)

L’Ambulatorio Il Fior di Loto di Torino, gestito in collaborazione dall’ASL TO1-SSD Consultori Familiari e dall’Associazione Verba, garantisce l’accesso alle prestazioni sanitarie ginecologiche anche alle donne con disabilità grave e, tra le altre cose, opera anche come sportello antiviolenza specificamente rivolto alle persone con disabilità (non solo donne). Ed è proprio nell’àmbito di quest’ultima attività che Verba, in collaborazione con la Facoltà di Psicologia dell’Università di Torino, ha avviato una ricerca su disabilità e violenza che volgerà al termine nel prossimo mese di gennaio e che è estesa a livello nazionale. L’indagine stessa è condotta attraverso un questionario di rilevazione completamente anonimo, rivolto a uomini e donne con disabilità, di età compresa tra i 18 e i 65 anni, che abbiano o non abbiano subito violenza.

All’inizio di dicembre, l’Agenzia «Redattore Sociale» ha pubblicato qualche anticipazione del quadro che l’indagine sta delineando (Il mondo sommerso delle cure negate: la nuova violenza verso i disabili, in «Redattore Sociale», 2 dicembre 2015). Nello specifico si parla di «una peculiare forma di abuso domestico che travalica i rapporti di genere», denominata, dalle operatrici che stanno svolgendo la ricerca, «violenza sul fragile».
Le rilevazioni sono state effettuate su un campione di circa duecento persone con disabilità, egualmente divise tra uomini e donne. Giada Morandi, psicologa nell’Ambulatorio, ha illustrato la peculiarità di una forma di violenza agita da alcuni caregiver (coniugi, conviventi, parenti che, a titolo gratuito, e in modo continuativo, rivolgono prestazioni di assistenza a un congiunto con disabilità non autosufficiente negli atti quotidiani della vita), consistente soprattutto «nel negare le cure essenziali alla persona disabile con cui si condivide il tetto».
Morandi spiega che le utenti dello sportello riferivano di «una voluta mancanza di attenzioni essenziali da parte di chi avrebbe dovuto prendersi cura di loro. Càpita spesso, ad esempio, che il coniuge, un genitore o un figlio rifiutino di farle alzare dal letto, di lavarle o addirittura di dar loro da mangiare; e la cosa più inquietante è che ciò tende a verificarsi soprattutto in seguito a liti o a momenti di conflittualità, configurandosi quindi come un atto di aggressività coperta [grassetti e corsivo della citazione così come nell’originale, N.d.R.]». Si tratta di una di forma di violenza che, essendo agita con riferimento specifico alla disabilità, vede gli uomini con disabilità esposti tanto quanto le donne.

Non entriamo nel merito dei dati parziali riportati nel testo citato. Essendo l’indagine ancora in fase di svolgimento, riterremo corretto esprimere delle considerazioni puntuali solo alla fine del lavoro di ricerca. Tuttavia è già presente un elemento di base con il quale è necessario confrontarsi: esiste una forma di violenza agita da alcuni/e caregiver nei confronti delle persone con disabilità delle quali si prendono cura.
Dei caregiver, e delle loro condizioni di vita, si sta parlando spesso e con maggiore attenzione negli ultimi tempi [anche assai frequentemente su queste stesse pagine, N.d.R.], da quando il Coordinamento Nazionale Famiglie di Disabili Gravi e Gravissimi ha intrapreso una battaglia per il riconoscimento giuridico (formale e sostanziale) della figura del caregiver familiare (si veda, a tal proposito, il blog La Cura Invisibile).
Il nostro Paese, infatti, è l’unico in Europa che non riconosce e non tutela in alcun modo questa figura e tale mancanza di riconoscimento si traduce facilmente in una violazione sistematica e continuativa dei diritti umani del caregiver familiare che non essendo adeguatamente supportato/a dalle Istituzioni, rischia di ritrovarsi da solo/sola a prestare assistenza per lunghi periodi di tempo (talvolta per decenni) al proprio congiunto con disabilità grave, senza potersi riposare (con pesanti ricadute a livello di salute), senza potersi curare in caso di malanno (ha difficoltà a trovare chi lo/la sostituisca nelle mansioni di cura), spesso obbligato/a a lasciare il lavoro remunerato (e dunque privato/a anche della possibilità di maturare una pensione da attività lavorativa), esposto/a ad un impoverimento progressivo, spesso vincolato al domicilio, limitato/a nella vita di relazione… Una vittima, non delle persone con disabilità, ma di una società che non accorda alcun valore al lavoro di cura informale, pur sapendo che senza questo lavoro l’intero sistema di welfare collasserebbe.
Non tutti i caregiver familiari sono automaticamente vittime: se all’interno della famiglia il lavoro di cura viene distribuito tra più soggetti, se la famiglia dispone di risorse proprie tali da poter acquistare sul mercato prestazioni di assistenza, se in àmbito territoriale vengono erogati servizi pubblici di assistenza (diretta o indiretta) sufficienti ad impedire un sovraccarico di lavoro di cura al caregiver, ebbene, in queste circostanze il ruolo di caregiver familiare può essere svolto senza particolari rischi e senza conseguenze dannose per il caregiver stesso. Se poi vi è intesa tra chi presta assistenza e chi la riceve, assumere il ruolo di caregiver può rivelarsi anche gratificante. I problemi seri, invece, insorgono quando il caregiver familiare deve svolgere la propria attività senza poter contare su nessun tipo di “salvagente”, la qual cosa è, purtroppo, abbastanza frequente.

Ma essere forzosamente obbligati, dietro ricatto affettivo, a colmare le lacune istituzionali e sociali può rappresentare un’attenuante nella valutazione della “violenza sul fragile”? Se chi agisce violenza è a sua volta vittima di violenza (nel caso specifico una sorta di “violenza istituzionale”), quale rilevanza dovremmo attribuire a questo elemento? Una società che “fabbrica” vittime, può poi permettersi di giudicare quelle vittime se queste danno risposte patologiche? Con quali strumenti dovremmo avventurarci in quel terreno ambiguo, accidentato e scivolosissimo denominato “critica della vittima”?
Nel breve saggio intitolato Critica della vittima. Un esperimento con l’etica (Collana “Figure”, Roma, Nottetempo, 2014), Daniele Giglioli, docente di Letterature Comparate all’Università di Bergamo, analizza con grande lucidità e acutezza la sintomatologia della vittima contemporanea. Egli scrive ad esempio, nella parte introduttiva della sua opera: «La vittima è l’eroe del nostro tempo. Essere vittime dà prestigio, impone ascolto, promette e promuove riconoscimento, attiva un potente generatore di identità, diritto, autostima. Immunizza da ogni critica, garantisce innocenza al di là di ogni ragionevole dubbio. Come potrebbe la vittima essere colpevole, e anzi responsabile di qualcosa? Non ha fatto, le è stato fatto [corsivo nostro, N.d.R.]. Non agisce, patisce. Nella vittima si articolano mancanza e rivendicazione, debolezza e pretesa, desiderio di avere e desiderio di essere. Non siamo ciò che facciamo, ma ciò che abbiamo subìto, ciò che possiamo perdere, ciò che ci hanno tolto. […] Se il criterio che discrimina il giusto dall’ingiusto è necessariamente ambiguo, chi sta con la vittima non sbaglia mai. In un tempo in cui tutte le identità sono in crisi, o manifestamente posticce, essere vittima dà luogo a un supplemento di sé [grassetti nostri nella citazione, N.d.R.]».
Stando a questa descrizione, fare la vittima sembrerebbe quasi un’opzione attraente. Chi non vorrebbe avere sempre ragione, essere immune da critiche, godere di un consenso incondizionato, avere un supplemento di identità? Sennonché è lo stesso Giglioli a mostrare come, in concreto, l’atteggiamento vittimista preserva la debolezza del debole e rafforza la forza del forte, mantiene «inermi i disarmati» e «lascia intatti gli arsenali dei forti».

Forse, più che chiederci se le vittime (di qualunque cosa siano tali) possano essere sottoposte a critica, dovremmo, più opportunamente, domandarci a quali tipi di critica sia corretto sottoporre una vittima. Chi si occupa di violenza, ad esempio, considera particolarmente ripugnanti tutte le critiche e i comportamenti volti a negare o sminuire la violenza, oppure ad attribuire alla vittima la responsabilità della violenza subìta. Ma tornando al nostro tema: insistere nel non considerare le reiterate violazioni dei diritti umani che la mancanza di una disciplina giuridica del lavoro di cura informale procura a molti caregiver familiari, permette allo Stato di continuare ad agire una “violenza istituzionale” nei loro confronti e, contemporaneamente, di negare alle persone con disabilità adulte il diritto di scegliere come e da chi farsi assistere, dove e con chi vivere (diritto formalmente sancito dall’articolo 19 della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ratificata dall’Italia con la Legge 18/09). E tuttavia, considerare ripugnante questo tipo di atteggiamento, non significa però conferire automaticamente alla vittima – previa verifica che veramente di vittima si tratti – la licenza di commettere reati, o di violare impunemente le regole del vivere civile. Anche senza essere avvocati, infatti, non si fa fatica a trovare nella giurisprudenza conferme in tal senso: con la Sentenza n. 37078 (24 giugno – 15 settembre 2015), ad esempio, la Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione ha ritenuto irrilevante ai fini della determinazione della pena il fatto che l’imputato – reo di violenza sessuale ai danni della figlia quattordicenne – fosse stato a sua volta vittima di abusi in età infantile, e il ricorso contro la condanna a sette anni di reclusione emessa nei suoi confronti in primo grado e confermata in appello, presentato dall’uomo allo scopo di ottenere una diminuzione della pena, è stato rigettato (si veda: Roberta Lunghini, Un abuso subìto non salva il padre stupratore, in «West – Welfare Società Territorio», 18 settembre 2015).
Il principio sotteso in tale Sentenza è chiaro: essere una vittima non autorizza la stessa a diventare carnefice. E anche senza scomodare la giurisprudenza, chi sarebbe al sicuro in un Paese in cui ad ogni vittima fosse concessa la prerogativa di trasformarsi in carnefice? Non ne abbiamo già abbastanza di violenza per pensare che sia razionale acconsentire che se ne produca altra?

La battaglia per il riconoscimento giuridico della figura del caregiver familiare è sacrosanta, e le rilevazioni riguardo alle sue difficili condizioni di vita sono spesso drammaticamente vere. Ma davanti alla “violenza sul fragile” non ci deve essere alcun tentennamento nel riconoscere che le vere vittime sono le persone con disabilità. Infatti, nessuna violenza subita dal/la caregiver può attenuare la gravità di una violenza perpetrata ai danni di chi non solo non ha alcuna responsabilità delle eventuali ferite inferte al/la caregiver dalle Istituzioni, ma, proprio a causa della condizione di disabilità, ha anche, oggettivamente, meno possibilità di difendersi.

Sociologa, caregiver familiare, responsabile del Centro Informare un’H di Peccioli (Pisa). La presente riflessione è già apparsa nel sito del citato Centro Informare un’H (con il titolo “La violenza sul fragile”) e viene qui ripresa – con minimi riadattamenti al diverso contenitore – per gentile concessione.

L’Autrice della presente Opinione mette anche a disposizione dei Lettori alcune indicazioni di approfondimento, attinenti a quanto espresso nel testo, alcune delle quali già riportate all’interno del testo stesso:
° Sito dell’Associazione Verba.
° Pagina dell’Ambulatorio Il Fior di Loto.
° Pagina dedicata alla ricerca su disabilità e violenza avviata dall’Associazione Verba in collaborazione con la Facoltà di Psicologia dell’Università di Torino (che si concluderà nel gennaio 2016).
° Blog La Cura Invisibile, impegnato nel riconoscimento della figura del caregiver familiare.
° Il mondo sommerso delle cure negate: la nuova violenza verso i disabili, in «Redattore Sociale», 2 dicembre 2015.
° Roberta Lunghini, Un abuso subìto non salva il padre stupratore, in «West – Welfare Società Territorio», 18 settembre 2015.
° Simona Lancioni, Nessuno ci appartiene, in Gruppo Donne UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), 10 settembre 2015; ripreso il 14 settembre 2015 da «Superando.it», con il titolo Gli aggettivi possessivi non valgono per le persone.
° Corte di Cassazione, Terza Sezione Penale, Sentenza n. 37078, 24 giugno – 15 settembre 2015.
° Daniele Giglioli, Critica della vittima. Un esperimento con l’etica, Collana “Figure”, Roma, Nottetempo, 2014.
° Pagina in tema di Lavoro di cura, curata dal Gruppo Donne UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare).
° Pagina in tema di Violenza contro le donne con disabilità, curata dal Gruppo Donne UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare).