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Alziamo la voce per la libertà di divertimento

2 settembre 2019, Arena di Verona, Concerto degli Evanescence

Il concerto degli Evanescence all’Arena di Verona, visto da una persona in carrozzina, come documentato da questa foto, inviata da una signora a Sofia Righetti

Il 2 settembre scorso sono stata con il mio ragazzo al concerto del gruppo musicale americano degli Evanescence, organizzato da Vivo Concerti all’Arena di Verona.
Ho pagato regolarmente il mio biglietto, dopo avere eseguito ancora nel mese di maggio tutto l’iter per il posto destinato alle persone con disabilità, e mi hanno posizionata nello spazio che in Arena è destinato alle persone in carrozzina, ossia di fianco alle poltrone in platea, una persona in carrozzina per fila, con vicino a me il mio ragazzo seduto sulla poltrona.

Nella nostra fila eravamo in sei in carrozzina. Quando sono entrati gli Evanescence, tutte le persone si sono alzate dalle poltrone rimanendo in piedi per l’intero concerto e lì non ho più visto niente, è stato il buio totale e non per le teste e le schiene del pubblico.
Sono corsa a cercare la security, poiché la situazione era vergognosa, e mi hanno risposto che è diritto delle persone che hanno preso la poltrona alzarsi durante un concerto rock. Ho ribattuto che è un mio diritto come spettatrice guardare il concerto, e che era una grave discriminazione nei confronti delle persone in carrozzina il fatto che non si potesse avere alcuna visuale, in quanto siamo stati posizionati tra le persone in poltrona che poi si sono alzate.
L’uomo della security mi ha dato ragione e ha provato a tamponare la situazione, portando me e il mio ragazzo nell’angolo a destra del palco, vicino a dei bidoni, senza alcuna possibilità di sedersi per il mio compagno se non per terra e dove la visuale era comunque fortemente limitata. Alle mie continue pesanti rimostranze, dicendo che c’erano sopra altre cinque persone in carrozzina che non vedevano nulla, e facendo notare che di fianco alle poltronissime gold c’era tantissimo spazio completamente vuoto per fare accomodare le persone in carrozzina con i relativi accompagnatori, la security mi ha fatto entrare, chiamando poi tutte le altre persone in carrozzina che erano ancora in alto con la visuale bloccata.

Tutto questo è successo per metà di un concerto che io, come tutti gli altri, stavamo aspettando da mesi, e che abbiamo completamente perso a causa della terrificante gestione degli spazi per le persone in carrozzina, tamponata parzialmente alla fine, solo quando la security ci ha fatto accomodare davanti, sotto al palco, in modo da non avere persone in piedi davanti e poter guardare il concerto insieme a coloro che erano con noi (sono venuta poi a sapere che solo la fila a destra è stata fatta entrare, mentre le altre sei persone in carrozzina nella fila a sinistra sono rimaste in alto, dietro alle persone in piedi e non hanno visto nulla del concerto. Nessuno, infatti, le aveva avvisate della possibilità di posizionarsi davanti).

All’Arena di Verona sono venuti nomi importantissimi della scena rock, come i Kiss e i Black Sabbath, vengono fatti scoppiare fuochi d’artificio e spettacoli pirotecnici. È possibile, dunque, che la situazione sia ancora talmente organizzata male che gli spettatori in carrozzina non possono vedere un concerto se la gente si alza in piedi?
A quanto mi è stato scritto, questa è una situazione che all’Arena va avanti da anni e ho ricevuto decine di commenti di persone arrabbiate nere, che si sono trovate nella stessa situazione e che non ci andranno più.

C’è stata quindi una pessima gestione riguardo la fruizione dello spettacolo, una severa infrazione della Legge 67/06 relativa alle discriminazioni subite dalle persone con disabilità, dove l’articolo 2 dice che un accadimento è considerato discriminatorio «quando una disposizione, un criterio, una prassi, un atto, un patto o un comportamento apparentemente neutri mettono una persona con disabilità in una posizione di svantaggio rispetto ad altre persone».
È una vergogna, poiché per colpa di una gestione sconsiderata e superficiale, cui poi si cerca di rimediare a metà evento, per l’ennesima volta io e le altre persone in carrozzina, e i nostri compagni e amici che erano con noi, abbiamo dovuto sentire tutto il peso di una società che non considera minimamente i diritti delle persone con disabilità, anche negli eventi che dovrebbero essere vissuti con la massima serenità e spensieratezza, come appunto un concerto rock in Arena.

Rabbia? Tanta. Tantissima. Dover lottare ogni volta per le cose più stupide e banali, sentire la responsabilità che anche il tuo fidanzato ci vada di mezzo, quando le persone discriminano te con una superficialità inimmaginabile è una sensazione terrificante.
Ho pianto di rabbia fuori dall’Arena, ho pianto sbattendo i pugni sul tavolino del bar, mentre il mio ragazzo cercava di calmarmi, dopo avere perso metà concerto correndo con la carrozzina da un lato all’altro della platea, cercando di far capire alla security che non vedevamo niente e di far cambiare posizione a me e alle altre persone in sedia a rotelle che erano presenti.
Ho pianto dalla rabbia perché non è la prima volta che succede, non è la prima volta che atteggiamenti abilisti non ti permettono di fruire di servizi come andare in bagno, poter andare al cinema in libertà senza preoccuparsi se la sala sia accessibile o meno; e se ti lasciano entrare, poter entrare senza pensieri in un ristorante, in un negozio di abbigliamento, in un centro culturale, potersi scatenare a un concerto…

Quello dei concerti, per altro, è un grave problema che perseguita da anni le persone con disabilità. Non puoi comprare il biglietto liberamente come gli altri, i posti destinati alle persone disabili sono estremamente limitati (due posti per persone con ridotta capacità motorie e due posti per persone in carrozzina ogni 400, ossia su un totale dell’1% alle persone in carrozzina è riservato lo 0,5% dei posti, percentuale a mio parere aberrante) e vanno ad esaurimento.
Questo comporta una corsa sfrenata a chi per primo riesce a mandare una mail, fornendo immediatamente documenti di invalidità, carta d’identità, nome e cognome dell’accompagnatore e in alcuni casi eventuale liberatoria firmata in cui si assicura che si resterà nella postazione appositamente destinata alle persone disabili. Poi devi attendere con l’ansia che accettino la tua richiesta e finalmente, quando arriva (dopo molteplici sollecitazioni) la mail di avvenuta presa in carico della richiesta, si può comprare il biglietto, sperando che nel frattempo non siano esauriti (a seconda dell’organizzazione, a volte è l’accompagnatore ad avere l’entrata omaggio, a volte la persona con disabilità, ogni volta è un’incognita).

Spesso le pedane rialzate vengono poste in un angolo sperduto della location, cosicché ti trovi lontano dai tuoi amici e dalle altre persone che come te sono venute a godersi il concerto; altre volte è posta dietro al mixer, torri della luce e piloni, e la visuale è totalmente compromessa.
È impossibile e discriminatorio pensare che le persone con disabilità rimangano soltanto per tutto il tempo di un festival sulla pedana, come recintate e isolate dagli altri, quando un concerto o un festival musicale è un momento di aggregazione e di condivisione per l’energia unica scatenata dalla potenza della musica, e lo si vuole godere in compagnia non solo dell’accompagnatore, ma di tutti gli amici e delle persone presenti, anche sconosciute, se non fosse pure per andare a prendere una birra e brindare chiacchierando in platea, o gironzolando per le bancarelle.
Preferirei davvero comprare il biglietto come tutti, senza dover correre ad accaparrarmi uno degli esigui posti appena uscito l’evento, pregando gli dèi che accettino la richiesta, e sperando nell’umanità della security che sarà presente a quell’evento, se voglio avvicinarmi al palco insieme ai miei amici invece che rimanere sempre relegata nella pedana rialzata.

È discriminatorio? Sì, lo è. Come ho già detto , va contro ogni principio della Legge 67/06 che punisce le discriminazioni verso le persone con disabilità.
Cosa viene risposto quando si fa presente ciò? Che è una questione di “sicurezza”, delineata dalla normativa di prevenzione degli incendi tra cui il DPR (Decreto del Presidente della Repubblica) 151/11 e il Decreto Ministeriale del 10 marzo 1998, provvedimenti che però lasciano ampio spazio a nuove soluzioni progettuali, per far sì che tutti gli spettatori possano godere del concerto. Questione di pigrizia, di superficialità e scarsa attenzione al problema? Evidentemente sì.
Mi viene da pensare se alle donne incinte, ai bambini o alle persone anziane venga riservata la stessa soglia di posti dello 0,5% e debbano ogni volta fare l’intero iter cui sono sottoposte le persone con disabilità. La risposta è: ovviamente no.
Una soluzione plausibile, e per la quale in tanti si stanno battendo, sarebbe quella di porre un posto transennato vicino al palco, di fianco, in modo da poter entrare e uscire quando si vuole, e riuscire a godere del concerto da vicino (come si faceva, ad esempio, al Metal Camp di Tolmino in Slovenia), e soprattutto alzare quell’imbarazzante percentuale dell’1% dei posti riservati alle persone con disabilità.
Dobbiamo alzare la voce per la libertà di divertimento, per poter stare vicino ai nostri compagni, ai nostri figli e ai nostri amici durante i concerti. È stressante, stancante, deprimente, perché dovrebbero essere cose scontate come lo sono per tutte le altre persone, ma se non ci uniamo a combattere per cambiare i privilegi abilisti e discriminanti della società, chi lo farà per noi?

Il presente testo è già apparso in “InVisibili“, blog del «Corriere della Sera.it» (con il titolo “Una notte in Arena. In carrozzina vietato vedere”). Viene qui ripreso, con alcuni riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione. A questo link vi è il sito di Sofia Righetti (info@sofiarighetti.it).