Un uomo con la sindrome di Down, suo nipote e un ospedale che accoglie

Un uomo con sindrome di Down si ammala di coronavirus e viene ricoverato in ospedale. Il nipote, positivo asintomatico, non volendo lasciare solo lo zio in una situazione tanto delicata e traumatica, chiede anch’egli di essere ricoverato con lui. L’ospedale accetta, accogliendo e sostenendo la richiesta con grande empatia. «È questo – scrivono dall’AIPD (Associazione Italiana Persone Down) – l’aspetto della storia che più ci piace evidenziare: la rete che sa accogliere le famiglie e comprendere situazioni così particolari. Quella, cioè, che vorremmo esistesse sempre e dovunque»

Paolo Rocchi e il nipote all'Ospedale Militare Celio di Roma (immagine tratta dalla pagina Facebook di Paola Rocchi)

Paolo Rocchi insieme al nipote, guariti dal coronavirus all’Ospedale Militare Celio di Roma (immagine tratta dalla pagina Facebook di Paola Rocchi)

È una bella storia di solidarietà, empatia, affetto e condivisione quella raccontata da Patrizia Rocchi, sorella di Paolo, uomo con la sindrome di Down e mamma di Matteo, giovane nipote di Paolo stesso.
Sulla sua pagina Facebook, infatti, Rocchi ha postato una fotografia che ritrae i due con le braccia alzate in segno di vittoria in una camera dell’Ospedale Militare Celio di Roma, accompagnata da un commento presto divenuto virale e ripreso da molti media («C’è chi non crede che esistano gli angeli. Io so che invece sono accanto a noi. Per esempio qui, dove c’è un ragazzo di 29 anni, positivo asintomatico, che SCEGLIE di farsi di ricoverare con lo zio, una persona down di 50 anni, in condizioni molto serie per infezione da Covid, per non lasciarlo solo. Una polmonite grave, un quadro che spaventa. Così ha condiviso la sua malattia, il suo smarrimento, la sofferenza, il rumore incessante dei segnalatori dell’ossigeno e dei parametri vitali, lo ha pulito, sostenuto, vegliato , abbracciato, coccolato. Per tanti giorni e tante notti, e pianti, e ritmi allucinati di un ospedale in un reparto Covid, dove le persone faticano a respirare e a volte muoiono, nella stanza a fianco e intanto medici e infermieri corrono e faticano senza orari, umani nelle loro tute terribili per chi le indossa e per chi le guarda. Non si nasce angeli, ma è possibile diventarlo. Ora lo so. E quando guardo mio figlio di traverso non ho bisogno nemmeno di cercarle sulle sue spalle. Perché so che ci sono. Le sue ali bellissime, lievi, perfette. Anche se gli altri non possono vederle»).

La storia è iniziata quando Paolo, cinquantenne con sindrome di Down, si è ammalato di Covid-19, presentando sintomi che ne hanno richiesto il ricovero. Matteo, figlio di Patrizia, positivo asintomatico, nel non voler lasciare solo lo zio in questa situazione così delicata e sicuramente per lui altamente traumatica, ha chiesto all’ospedale di essere ricoverato. L’ospedale ha accettato, accogliendo e sostenendo con grande empatia la richiesta di Matteo e questo è l’aspetto che, di questa storia, più di tutti piace evidenziare: la rete che sa accogliere le famiglie e comprendere situazioni così particolari è quella che vorremmo esistesse sempre e dovunque.

La storia si è conclusa con la guarigione di entrambi, che sono potuti tornare a casa, negativi al coronavirus. (Ufficio Stampa AIPD-Associazione Italiana Persone Down)

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