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Perché sono favorevole a sperimentare le fasce da braccio anche in Italia

Persona con disabilità visiva con una fascia da braccio

Una persona americana con disabilità visiva con una fascia da braccio

La fascia da braccio, in tedesco Blinden Armband, è uno strumento di segnalazione della disabilità visiva ampiamente utilizzato nei Paesi di lingua tedesca e, sebbene con simboli diversi, anche nel mondo anglosassone. Essa, non avendo alcuna funzione di individuazione degli ostacoli, non sostituisce assolutamente né il bastone bianco, né tanto meno il cane guida. Quale utilità, dunque, potrebbe avere, se venisse introdotta anche in Italia?
La risposta è piuttosto semplice: la fascia lascia libere le mani delle persone con disabilità e consente loro, dunque, in determinate situazioni, di portare borse, attrezzature sportive come le racchette da nordic-walking o anche potrebbe semplicemente consentire di correre liberamente in un parco.
Ovviamente, si pensa soprattutto alle persone ipovedenti che si muovono in ambienti semi-protetti e conosciuti: sentieri pedonali, percorsi naturalistici, portici affollati, mercati, grandi magazzini, ospedali ecc.
Esistono poi altresì situazioni particolari, come quando si è seduti sul treno, in autobus o al ristorante, nelle quali non ha senso dover mantenere sempre il bastone bianco aperto ed esposto. Ecco che allora un possibile interlocutore potrebbe essere avvisato delle difficoltà visive di chi gli sta accanto ed evitare così gaffe, incomprensioni o battute imbarazzanti.

Da un recente sondaggio in rete, effettuato sui social, risulta del resto che circa i due terzi delle persone retinopatiche non utilizzano abitualmente il bastone bianco. Forse questo è un errore, ma sicuramente resta un fatto concreto. La fascia da braccio costituirebbe dunque un’opportunità in più e non un obbligo. Dispiace notare, invece, da parte di molte persone non vedenti italiane, un atteggiamento di opposizione viscerale e ideologica. «Non vogliamo essere marchiati come gli ebrei sotto il nazismo…», ho sentito affermare da qualcuno di loro. Rispondo con estrema naturalezza: sarebbero marchiati forse i guidatori principianti che portano la lettera “P” vicino alla targa dell’auto? O i medici che tengono sul parabrezza la Croce Rossa per farsi riconoscere? O i sacerdoti con il loro collarino bianco? Se pertanto volessimo portare all’estremo questo pseudo-argomento, mi chiedo: che differenza c’è tra il bastone e la fascia? Entrambi sono, a modo loro, marchianti e ghettizzanti.

Mi permetto, inoltre, di obiettare anche ad un’altra contestazione assai diffusa. Secondo alcuni “soloni”, chi propugna l’utilizzo della fascia da braccio lo farebbe perché si vergognerebbe del bastone, e, in definitiva, rifiuterebbe psicologicamente la propria disabilità visiva. Nulla di più falso, almeno a mio parere. La fascia ha infatti proprio la funzione di segnalare, di avvisare i passanti circa una specifica fragilità. Chi si vuole nascondere, al contrario, cerca di occultare in ogni modo il proprio handicap.

E per concludere, vorrei replicare ad un’ultima critica, a mio parere anch’essa speciosa. Si dice che il bastone è un segno di riconoscimento accettabile perché ha una funzione anche protettiva, e non solo di segnalazione. Verissimo! Chi dice questo, però, dimentica che esistono anche i bastoni sottili e corti per gli ipovedenti. Tali strumenti svolgono anch’essi esclusivamente una funzione di identificazione e di avviso. Che differenza ci sarebbe allora con la fascia da braccio?

Per tutti questi motivi, e per altri che qui non approfondisco, sono favorevole a una sperimentazione, sul nostro territorio, di questo ausilio ancora poco conosciuto. Provare non costa nulla e saranno le stesse persone con disabilità visiva a dare il proprio parere in proposito. Non dobbiamo farci condizionare da dogmatismi e ideologismi. Cerchiamo di essere pratici, concreti e aperti alle idee di tutti.

Testo pubblicato dall’APRI (Associazione Pro Retinopatici e Ipovedenti), che ringraziamo per la gentile concessione.