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Autismo, caregiver e chi vive in casa: quelli che per il vaccino vengono dopo

Sperimentazione di vaccino per il Covid-19«Abbiamo già il problema, grandissimo, dei bambini e dei ragazzi al di sotto dei 16 anni, che sono di fatto tagliati fuori dal vaccino per via della loro età, dato che la somministrazione per ora non è prevista ai minori di 16 anni. Ma anche tra gli adulti, la priorità viene accordata solo alle disabilità con comorbilità importanti, che rientrano quindi in una condizione di vulnerabilità»: lo ha dichiarato all’agenzia «Redattore Sociale» Stefania Stellino, presidente dell’ANGSA Lazio (Associazione Nazionale Genitori di Persone con Autismo), constatando che il documento diffuso nei giorni scorsi dal Ministero della Salute, riferito al Piano Vaccinale rimodulato dopo l’incontro tra il Ministero stesso e le Regioni, non comprende tra le “Persone estremamente vulnerabili” quelle con forme di disabilità intellettive, come chi è affetto da un disturbo dello spettro autistico.

Ma Stellino, come già sottolineato da più parti, ha evidenziato inoltre la necessità di dare priorità nella vaccinazione anche ai caregiver che assistono le persone con disabilità, portando l’esempio di «un ragazzo autistico grave di 14 anni, che non indossa la mascherina e non è collaborante». «In casi del genere – secondo la Presidente dell’ANGSA Lazio – non vaccinare il caregiver significa esporre a rischio non solo il ragazzo, ma anche tutti gli operatori che interagiscono con lui, sia a scuola che in casa».
«Per tutelare i bambini/e e i ragazzi/e con autismo – ha concluso – è da prevedere assolutamente la vaccinazione dei familiari e degli operatori, soprattutto per i ragazzi e le ragazze che non portano la mascherina, che hanno una disabilità intellettiva severa e sono estremamente non collaboranti. Sono tutti fattori che in questo momento non si stanno mettendo in campo».

Sempre al «Redattore Sociale», Elena Improta, presidente dell’Associazione romana Oltre lo Sguardo, pone l’attenzione su un ulteriore problema, quello cioè della disparità tra le strutture residenziali o diurne frequentate dalle persone con disabilità e il loro domicilio. «In questo momento – ha dichiarato – la priorità sono le strutture sanitarie e quindi la tutela degli operatori: da una parte questo è comprensibile, perché nelle strutture circolano e ruotano tante persone, mentre nelle famiglie si ritiene che ci sia meno via vai. Questo però non è vero, perché oltre ai familiari e al caregiver, ci sono anche fisioterapisti, logopedisti e assistenti domiciliari che ruotano intorno alle persone con disabilità e frequentano anche altre case. Riteniamo quindi che creare questa disparità tra struttura sanitaria e nucleo familiare non sia opportuno né ragionevole». (S.B.)

Ringraziamo Sandro Paramatti per la segnalazione.