Le “dimenticate” Linee Guida sul collocamento mirato (ma è proprio un male?)

«La crisi economica, la crisi pandemica, i cambiamenti in corso nel mondo del lavoro, la rivoluzione tecnologica e la “calcificazione” del sistema del Collocamento Disabili richiedono riforme sostanziali e non semplici indicazioni obsolete e inefficaci come un testo redatto nel lontano 2015»: lo aveva scritto su queste pagine Marino Bottà, in una sua prima analisi delle bozze di Linee Guida sul collocamento mirato delle persone con disabilità, prodotte nel 2015, e lo ribadisce anche in questo nuovo contributo, ove conclude il proprio esame di quei testi

Persona con disabilità in carrozzina al lavoro al computer«Nel giugno del 2015 entrai in possesso di due bozze delle Linee Guida sul collocamento mirato previste dal Decreto Legislativo 151/15, arrivato in Gazzetta Ufficiale il 14 settembre di quell’anno. La pubblicazione delle stesse era prevista a 180 giorni dall’entrata in vigore del Decreto, ma invece non successe nulla»: cominciava così, all’inizio di aprile, un contributo da noi pubblicato di Marino Bottà, che per l’occasione aveva esaminato la prima di quelle due bozze. Ora diamo spazio a quello che va letto come un seguito ideale, basato sull’analisi della seconda di quelle due bozze di Linee Guida sul collocamento mirato delle persone con disabilità.

Quello nella foto qui sotto ripresa è il secondo documento che ho tenuto nel cassetto dall’estate del 2015 e che allora pensavo fosse pubblicato di lì a poco. E invece le Linee Guida sul collocamento mirato, previste dal Decreto Legislativo 151/15, non sono ancora state pubblicate! Oramai, però, sono a mio parere inservibili e totalmente da ripensare; dopo la crisi economica e pandemica, infatti, serve una radicale riforma del collocamento delle persone con disabilità, una revisione della Legge 68/99 (Norme per il diritto al lavoro dei disabili), un’adeguata formazione del personale e il coinvolgimento del Terzo Settore. Tutto il resto sono chiacchiere elettorali che servono a rimandare il compito al Governo successivo. Auguriamoci che non sia così, visti gli impegni che hanno fatto da corollario alla stesura dell’ultimo Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.
Ma veniamo all’esame della bozza del secondo documento delle Linee Guida.

«Elaborazione di un modello per il funzionamento dei servizi per il collocamento mirato […]. Tra le indicazioni di programma di azione biennale per la promozione dei diritti e l’integrazione delle persone disabili adottato con D.P.R.04/10/2013 si evidenzia la necessità di porre necessaria attenzione al disomogeneo funzionamento degli essenziali e necessari servizi pubblici della legge n.68/99 nelle varie province, dovuto alla mancanza di servizi territoriali di inserimento lavorativo che dovrebbero essere realizzati da vari enti attraverso apposite equipe competenti nel sostenere in forma tecnica l’inclusione lavorativa di lavoratori con disabilità.. questi team definendoli come livello essenziale di servizio […]. Il presente documento si propone di declinare linee di indirizzo per il collocamento mirato, basate sui principi fissati dalle disposizioni nazionali e internazionali … Le linee di indirizzo rappresentano un contributo per orientare i servizi per il collocamento mirato già esistenti ai fini del miglioramento degli stessi […]. Porre necessaria attenzione al disomogeneo funzionamento degli essenziali e necessari servizi pubblici della Legge n. 68/99 (art 6) nelle varie province».
I redattori del testo fanno ricadere il disomogeneo funzionamento del Collocamento Disabili alla mancanza di servizi sociali e socio-lavorativi sul territorio; ritengo, però, che questo sia un pensiero miope utile unicamente a scaricare le evidenti carenze degli Uffici Provinciali competenti, servizi inefficaci, questi, e privi di personale adeguato, per promuovere il collocamento e l’inclusione lavorativa.
A detta di tutti, e ora anche del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, il collocamento non funziona; non funziona perché non si occupa dell’inserimento lavorativo degli iscritti, ma cura solo gli aspetti burocratici e amministrativi, rimandando il problema dell’occupazione agli stessi disabili disoccupati, alle aziende obbligate ad assumere, alle Agenzie per il Lavoro e agli Enti accreditati. Gli scarsi risultati, conseguiti a macchia di leopardo, sono dovuti all’attività di servizi territoriali non coinvolti nella gestione del Collocamento Mirato. Questo ci fa comprendere che nemmeno quel misero 3,5% delle persone collocate annualmente viene realizzato dagli Uffici Provinciali. Ad essi, infatti, va attribuito solo il risibile numero di avviamenti numerici, realizzati a fronte di un mancato rispetto degli obblighi di legge da parte delle aziende.

Leggiamo ancora il documento del 2015: «Si ripropone di dotare progressivamente ogni provincia di questi team, definendoli come livello essenziale di servizio. […]. Il programma biennale individua come primo passo, di definire le linee guida di funzionamento dei servizi di collocamento mirato […]. Promozione di una rete integrata con i servizi sociali, sanitari, educativi e formativi del territorio, nonché l’INAIL […]. Promozione di accordi territoriali con le organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro […]. Verificare, con l’osservatorio aziendale e il disability manager, ove presenti, la compatibilità nello svolgimento della mansione […], favorire preliminari incontri diretti, anche con la mediazione degli operatori, fra la persona con disabilità e l’azienda […], monitorare l’attuazione del progetto di inclusione lavorativa […], prevedere, momenti periodici di rivalutazione delle soluzioni organizzative».
Come ovvio, ritenendo che l’assenza di servizi territoriali sia la causa dell’insuccesso del Collocamento Disabili, si pensa di risolvere il problema creando dei team. Naturalmente nessuno ha verificato direttamente come operano e anche come funzionano le reti territoriali di servizi, e quali risultati effettivamente conseguono.
Purtroppo le politiche attive per il lavoro si fondano sul percepito e sulle audizioni dei soliti portavoce, preoccupati più della cura dei loro interessi che del benessere sociale. Si creano così inutili tavoli, commissioni, osservatori ecc., presieduti da personaggi che non hanno alcuna esperienza diretta di quello di cui discutono.
A tal proposito è preoccupante pensare che le risorse del Recovery Fund possano essere utilizzate in questo modo. Auguriamoci, dunque, nell’interesse di tutti che non abbiano avuto ragione i Paesi del Nord Europa a dubitare delle nostre promesse e, per quel che ci riguarda, speriamo che il mondo della disabilità non sia di nuovo deluso.

Seconda bozza delle Linee Guida sul collocamento mirato delle persone con disabilità

La seconda bozza delle Linee Guida sul collocamento mirato delle persone con disabilità (2015), analizzata da Marino Bottà

Utile invece è la presenza di un responsabile dell’inserimento lavorativo nei luoghi di lavoro (disability manager), utile per la gestione dei lavoratori già assunti in azienda; rimane però scoperto tutto il percorso inclusivo, la presa in carico della persona, l’accompagnamento al lavoro, il rapporto con i servizi e il supporto consulenziale all’azienda.
Serve pertanto una figura professionale complessiva che agisca da passeur, ossia un accompagnatore che aiuti i disoccupati ad accedere al mondo del lavoro e che li sostenga nella conservazione del posto faticosamente conquistato. Infatti, l’Osservatorio Aziendale e il disability manager proposti come unica risoluzione del problema della disoccupazione delle persone con disabilità sono del tutto insufficienti e mostrano la scarsa conoscenza del problema.

Ancora un passaggio del documento in esame: «Governance del sistema territoriale del collocamento mirato […]. Promuovere la costituzione o il riconoscimento di organismi territoriali partecipati dalle parti sociali e dalle associazioni di persone con disabilità […], anche i soggetti della rete dei servizi territoriali (es. Inps, Inail, Ufficio Scolastico) […]. Dovrebbero essere riconosciute competenze in tema di: programmazione […], approvazioni di atti quadro […], approvazione di convenzioni quadro […], accessibilità delle procedure di iscrizione ai servizi al collocamento mirato […], verifica degli strumenti occupazionali attivati (a partire da L.68/99 artt.11 e 13 [forse intendevano 12 e 12 bis, N.d.A.] […], definizione di deroghe agli istituti normativi specifici».
Ma questo esiste già! È previsto dalla Legge 68/99 e dal Decreto Legislativo 469/97. Esiste un Comitato Tecnico «composto da funzionari ed esperti del settore sociale e medico.legale e degli organismi individuati dalle regioni […]  con particolare riferimento alla materia della inabilità, con compiti relativi alla valutazione delle residue capacità lavorative, alla definizione degli strumenti e delle prestazioni atti all’inserimento e alla predisposizione dei controlli periodici sulla permanenza delle condizioni di inabilità», nonché un Sottocomitato Provinciale per la Disabilità composto dalle associazioni imprenditoriali, sindacali, e da quelle delle persone con disabilità più rappresentative del territorio, con il compito di curare la programmazione, l’attuazione e la verifica degli interventi volti a favorire l’inserimento delle stesse persone con disabilità iscritte nelle liste del Collocamento Mirato. Forse, però, dovremmo chiederci dove ci sono, come funzionano e quale ruolo svolgono attualmente nel sistema del Collocamento Disabili pubblico. Ma procediamo ancora con il documento.
«Analizzare le esigenze organizzative e le mansioni disponibili dei soggetti in obbligo di assunzione […], privilegiando i rapporti diretti e in contesto […], individuare e far conoscere soluzioni possibili e risorse/strumenti disponibili anche in termine di incentivazione ai soggetti in obbligo di assunzione, supportare l’azienda nell’individuazione di strategie di inserimento […]. Analisi dell’offerta di lavoro e del profilo socio lavorativo della persona con disabilità».
Sorprende che dopo quindici anni (ora ventuno) dalla Legge 68/99 si debba ancora provvedere a fare l’esame delle mansioni ecc. ecc. Tuttavia non si comprende come, visto che non esistono operatori preparati per valutare il potenziale occupazionale delle aziende e fare l’analisi delle mansioni.

Infine: «Creare una banca dati “dinamica” che garantisca l’aggiornamento della scheda personale […], adottare strumenti di valutazione delle competenze che siano accessibili anche nel caso di utenti con limitazioni motorie, intellettive, sensoriali e/o di natura cognitiva, comunicativa e relazionale […]. Individuazione, nelle more della revisione delle procedure di accertamento delle disabilità, di modalità di valutazione bio-psico-sociale della disabilità…».
Il tema della banca si trascina da più di cinque anni. Speriamo che le promesse del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali e di quella delle Disabilità risolvano questo annoso problema. Per ora non ci resta che constatare che tutto quello che si sta programmando è privo di dati utili e di statistiche credibili.
Purtroppo questa non conoscenza della situazione reale rischia di condannare le persone con disabilità alle misere, e nel tempo insostenibili, politiche assistenziali. Nemmeno la Nona Relazione sullo stato di attuazione della Legge 68/99, depositata pochi mesi fa in Parlamento, presenta la reale situazione del Collocamento Disabili nazionale. Ma di questo ci sarà modo di parlare in un’altra occasione. Ora non ci resta che sperare che queste due bozze di Linee Guida vengano archiviate; se utilizzate, infatti, potrebbero costituire l’alibi per rinviare una vera riforma del sistema del Collocamento Disabili italiano e della Legge 68/99.

N.B.: il testo integrale dei due documenti citati verrà pubblicato sul sito dell’Agenzia ANDEL.

Già responsabile del Collocamento Disabili e Fasce Deboli della Provincia di Lecco e tra i fondatori di ANDEL (se ne legga la presentazione sulle nostre pagine), l’Agenzia Nazionale Disabilità e Lavoro (marino.botta@andelagenzia.it).

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