La strada è quella di una sempre più marcata autonomia di ciechi e ipovedenti

«Certamente siamo ancora all’inizio – scrive Giulio Nardone -, molta strada c’è ancora da percorrere, ma un lungo cammino inizia sempre con un primo passo. E a dispetto di chi lo nega, anche all’interno dell’associazionismo, siamo sempre più convinti che la strada giusta da percorrere sia quella che ha in fondo una sempre più marcata autonomia dei non vedenti e degli ipovedenti in tutti i settori delle attività umane, scolastiche, lavorative, culturali e sportive»

Percorso tattilo-plantare LVE

Una persona con disabilità visiva cammina sul percorso tattilo-plantare LVE

Essere autonomi, non dover dipendere da nessuno, potere svolgere tutte le attività della vita senza dover attendere l’intervento di qualcuno, spontaneo o richiesto, gratuito o compensato: è il sogno, l’aspirazione di milioni di persone con disabilità, la maggior parte delle quali non potranno mai raggiungere tale pieno traguardo o potranno al massimo goderne per qualche limitata funzione.
E noi credevamo che anche i non vedenti ponessero questa condizione come la loro fondamentale aspirazione di vita. E lo credeva il leggendario Pietro Spriano, fondatore dell’ADV (Associazione Disabili Visivi), quando nel 1970 spiegava nei suoi grossi nastri magnetici come si può essere radioamatori alla pari di tutti gli altri e quando costruiva gli strumenti tattilo-acustici, per consentire di operare da soli una complessa stazione radio o per riparare apparecchi elettrici o elettronici.

Lo credevamo noi, quando nel 1985 abbiamo dedicato più di un anno per mettere a punto i comandi da tastiera per poter fare utilizzare un computer in tutte le sue funzioni anche da chi non può vedere lo schermo e abbiamo insegnato a qualche centinaio di non vedenti a leggere e scrivere e a comunicare per e-mail con tutto il mondo.
E sempre noi ci illudevamo nel 1995 di aprire ai non vedenti, dopo lo spazio virtuale, anche quello fisico, ideando i sei codici tattili del primo linguaggio tattilo-plantare italiano, il famoso LOGES, nome diventato poi sinonimo di pista tattile e che abbiamo trasformato nel 2013 nel più evoluto LVE [Loges-Vet-Evolution, N.d.R.].

Cinquant’anni sprecati, una vita intera buttata via per 8 o 10 ore al giorno a fare cose inutili! E ce ne accorgiamo soltanto oggi, per merito di alcuni dirigenti locali di un’Associazione che ci ha “aperto i nostri occhi spenti”, illuminandoci con la rivelazione che «i ciechi non vanno in giro da soli» e che quindi le decine di migliaia di luoghi attrezzati con segnali tattili a terra o con semafori acustici non servono a niente.
E da altri dirigenti abbiamo appreso che, caso mai, gli ausili vanno posti soltanto dove stanno i ciechi e non dove vengono fatte delle nuove opere, ma non ci sono dei non vedenti in zona, «perché non bisogna sprecare i soldi dei Comuni che ne hanno già pochi».
Secondo altri “esperti” associativi è giusto che le persone su sedia a ruote possano girare per tutte le aree di un Centro Commerciale da soli e senza alcun problema, mentre per un cieco è sufficiente che possa raggiungere il banco informazioni, e poi ci sarà la possibilità di chiedere di essere accompagnato dove desidera.
Certamente ci auguriamo che tali posizioni non siano condivise a livello nazionale!

Ma sarà proprio così? Sono quindi sbagliate le leggi che stabiliscono che i disabili sensoriali hanno diritto di muoversi nelle città e all’interno delle strutture pubbliche e private aperte al pubblico, accedendo a tutti i locali e fruendo di tutti i servizi «in condizioni di adeguata sicurezza e autonomia», come dice letteralmente la norma?
Ma Bruto e i suoi amici dicono che quella dei non vedenti è un’ingiusta ambizione, e Bruto e i suoi amici sono certamente uomini d’onore…
Cos’è più degno dunque, sopportare la commiserazione della buona gente e dipendere da volonterose assistenze o prendere le armi (del diritto) e, opponendosi al grigio ristagno della tradizione, tendere all’indipendenza?
Forse è meglio lasciar perdere questa mescolanza del Giulio Cesare con l’Amleto e ragionare sul concreto.

È pacifico che nessuno può pensare che tutti i non vedenti anziani si mettano a navigare su internet, benché chi scrive, qualche anno fa, abbia insegnato l’uso del computer ad un ex medico cieco di 83 anni. Ugualmente, nessuno può ritenere che dei non vedenti, abituati da decenni a muoversi soltanto al braccio di una persona, si decidano ad imparare ad uscire da soli.
Ma non è un’opinione personale, bensì un fatto acclarato che molti non vedenti giovani o anche meno giovani abbiano imparato, soprattutto in questa emergenza pandemica, a ordinare la spesa via internet e a recarsi da soli negli esercizi commerciali e nei supermercati e ad avvalersi dei segnali tattili quando se li trovano sotto i piedi.
Per non parlare dei Centri Commerciali che, terminato l’incubo virale, riprenderanno certamente ad essere, più che un luogo dove fare acquisti, un vero e proprio ambiente di aggregazione e socializzazione, dove incontrarsi con gli amici al riparo da agenti atmosferici e da pericoli, e dove muoversi liberamente avvalendosi degli ausili che per legge dello Stato devono garantire la mobilità e la sicurezza di tutti.
Dove, se non in tali strutture, più facilmente un non vedente o una non vedente, recandovisi senza la necessità di farsi accompagnare, sedendosi a un bar o a una pizzeria, può trovare, alla pari con gli altri e le altre giovani della sua età, l’occasione di far sorgere amicizie o sentimenti?

E allora mi sorge il dubbio che fosse l’Associazione sorella maggiore ad essere indietro con i tempi, quando ci prendeva in giro dicendo che con il nostro impegno informatico pensavamo forse di far calcolare ai ciechi le orbite dei satelliti, o quando prevedeva che i percorsi tattili non avrebbero mai preso piede…
Certamente siamo ancora all’inizio, molta strada c’è ancora da percorrere, ma un lungo cammino inizia sempre con un primo passo. E malgrado i contrasti di opinione e gli sgambetti pratici che talora dobbiamo subire, siamo sempre più convinti che la strada giusta da percorrere sia quella che ha in fondo una sempre più marcata autonomia dei non vedenti e degli ipovedenti in tutti i settori delle attività umane, scolastiche, lavorative, culturali e sportive. Ed è a tale scopo che è improntato non soltanto il nostro Statuto [dell’ADV-Associazione Disabili Visivi, N.d.R.], ma anche la nostra concreta attività ed è ciò che intendiamo continuare a fare.

Presidente dell’ADV (Associazione Disabili Visivi), aderente alla FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap). Il presente contributo è già apparso (con il titolo “I ciechi vogliono davvero l’autonomia?”) nella testata telematica «Notizieaccessibili.it» e viene qui ripreso, con minimi riadattamenti al diverso contesto, per gentile concessione.

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