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Il Disegno di Legge Zan e la disabilità: opinioni a confronto

Estella Lugli, "Con voi non ho paura"

Estella Lugli, “Con voi non ho paura”, acrilici su cartoncino, elementi a collage, 2003, cm 36×50

Riceviamo dal sito «Progetto Autismo» il testo intitolato La Persona con disabilità nel DdL Zan, competizione vittimaria e cosificazione della Persona, a firma di Monica Boccardi e Paolo Cilia, che si riferisce, con toni critici, al contributo da noi pubblicato il 12 luglio scorso, con il titolo Le persone con disabilità sanno perfettamente valutare quale sia il loro bene, contenente due testi firmati da Salvatore Nocera e Simona Lancioni.
Diamo quindi spazio qui di seguito sia al testo segnalato da «Progetto Autismo» che alle successive repliche degli Autori chiamati in causa, i citati Nocera e Lancioni, ritenendo a questo punto concluso, da parte nostra, il dibattito aperto da un articolo pubblicato l’8 luglio scorso dalla testata «Avvenire», a firma di Enrico Negrotti, con il titolo Discriminazione dei disabili, saper vedere dove comincia.

Siamo capitati, per puro caso, su un articolo che ci ha lasciato basiti: Le persone con disabilità sanno perfettamente valutare quale sia il loro bene, pubblicato dalla testata «Superando.it», a firma Salvatore Nocera e Simona Lancioni. Pertanto facciamo qualche piccola precisazione, sia di carattere giuridico che di carattere logico, sperando di fare chiarezza.
Sorvoliamo sulle gravi e fondamentali violazioni dei principi generali del diritto, che rendono il Progetto di Legge incostituzionale, irrazionale, indeterminato e pericoloso, di cui abbiamo già trattato in precedenza, certo con minor autorevolezza del professor Flick, ma con uguale, se non maggiore, convinzione (questo il link per approfondire: Il progetto di Legge Zan: una legge viziata dall’ideologia).
Ci focalizzeremo invece su alcuni punti chiave del discorso contenuto nell’articolo citato, al solo fine di rendere palese l’incomprensione di fondo circa la strumentalizzazione che il Progetto di Legge Zan [in realtà “Disegno di Legge”, N.d.R.] ha operato nei confronti delle Persone con disabilità e la palese discriminazione cui li sottopone nella sostanza, se non (apparentemente) nella forma.

Nel Progetto di Legge Zan è stata aggiunta, solo all’ultimo momento, la menzione della “disabilità” in coda agli altri motivi e fondamenti di discriminazione, negli articoli 2, 3 e 5, estendendo anche alle persone con disabilità sia l’aggravante sia l’ipotesi di reato.
Ma negli articoli 6, 7, 8, 9 e 10, vero fulcro della normativa, non si parla di Persone con disabilità e nulla di quanto ivi previsto è applicabile alle Persone con disabilità, alle loro famiglie e alle loro associazioni. E ciò dimostra senza ombra di dubbio un trattamento discriminatorio nei loro confronti, proprio da parte della normativa che si pretende volta anche alla loro tutela contro le discriminazioni!
L’articolo 7 prevede l’istituzione della «Giornata contro l’omofobia, lesbofobia, bifobia, transfobia» e stabilisce che «La Repubblica riconosce il giorno 17 maggio quale Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia, al fine di promuovere la cultura del rispetto e dell’inclusione nonché di contrastare i pregiudizi, le discriminazioni e le violenze motivati dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere, in attuazione dei princìpi di eguaglianza e di pari dignità sociale sanciti dalla Costituzione […]. In occasione della Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia sono organizzate cerimonie, incontri e ogni altra iniziativa utile per la realizzazione delle finalità di cui al comma 1».
La norma introduce, in pratica, una giornata dedicata integralmente ad iniziative contro omofobia, lesbofobia, bifobia e transfobia, ma non fa altrettanto per quanto riguarda le discriminazioni nei confronti delle Persone con disabilità.
Richiamando la Convenzione ONU sulle Persone con Disabilità [in realtà Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, N.d.R.], annotiamo che l’articolo 8 della stessa, rubricato come Accrescimento della consapevolezza, stabilisce che gli Stati firmatari: «b) promuovono a tutti i livelli del sistema educativo, includendo specialmente tutti i minori, sin dalla più tenera età, un atteggiamento di rispetto per i diritti delle persone con disabilità […]; d) promuovono programmi di formazione per accrescere la consapevolezza riguardo alle persone con disabilità e ai diritti delle persone con disabilità».
Alla luce di tale previsione sovranazionale, appare veramente enorme il vulnus lasciato dal Progetto di Legge Zan, circa l’adempimento di tale precisa indicazione, che ad oggi non risulta in alcun modo avere uno spazio proprio nelle scuole, che le spetterebbe di diritto.
Viene spontanea la domanda: perché si dovrebbe incrementare in maniera tanto potente la trattazione di argomenti particolarmente delicati e anche potenzialmente pericolosi, giacché parlare di omofobia ecc. significa parlare di orientamento sessuale e, dunque, di sessualità ed affettività (soprattutto, se si considera che spesso e volentieri in occasione di incontri a scuola sui temi suddetti, si è finito per assistere alla promozione di una sessualità precoce, pericolosa, perversa e addirittura pornografica, il che tra l’altro apre la porta alle parafilie e alla pedofilia, neutralizzando le difese innate nei confronti del sesso), ma non si dovrebbe invece incrementare quella relativa al rispetto, all’inclusione, all’aiuto, alla parità ed all’equità di trattamento, nei confronti delle Persone con disabilità, che sono state del tutto ignorate dall’articolo 7 del Progetto di Legge Zan?

Inoltre, va annotato come l’articolo 9, nel prevedere modifiche all’articolo 105 quater della Legge 77/20 circa lo «speciale programma di assistenza volto a garantire assistenza legale, psicologica, sanitaria e sociale alle vittime di discriminazioni», si guarda bene dall’includere le Persone con disabilità tra le vittime da assistere, poiché specifica che la previsione normativa è destinata esclusivamente a quelle «dei reati previsti dall’articolo 604-bis del codice penale, commessi per motivi fondati sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere della vittima, ovvero di un reato aggravato, per le medesime ragioni, dalla circostanza di cui all’articolo 604-ter del codice penale», escludendone palesemente le Persone con disabilità. Sono forse le Persone con disabilità meno meritevoli di assistenza legale, psicologica, sanitaria e sociale?
E se gli articoli 6 e 8 potrebbero essere accettabili, in considerazione delle già sufficienti tutele riservate alle Persone con disabilità previste dalle normative specifiche (articolo 90 quater del Codice di Procedura Penale) e dal Comitato nazionale per le politiche dell’handicap (di cui alla Legge 104/92) ad essi dedicate, rimane un altro enorme vulnus derivante dalla mancata previsione della disabilità, da parte dell’articolo 10, che recita: «(Statistiche sulle discriminazioni e sulla violenza) 1. Ai fini della verifica dell’applicazione della presente legge e della progettazione e della realizzazione di politiche per il contrasto della discriminazione e della violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, oppure fondati sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere e del monitoraggio delle politiche di prevenzione, l’Istituto nazionale di statistica, nell’ambito delle proprie risorse e competenze istituzionali, sentito l’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori (OSCAD), assicura lo svolgimento di una rilevazione statistica con cadenza almeno triennale. La rilevazione deve misurare anche le opinioni, le discriminazioni e la violenza subite e le caratteristiche dei soggetti più esposti al rischio, secondo i quesiti contenuti nell’Indagine sulle discriminazioni condotta dall’Istituto nazionale di statistica a partire dal 2011 [grassetto degli Autori nella citazione, N.d.R.]».
Ancora qui non si nominano le Persone con disabilità tra i motivi o i fondamenti delle discriminazioni e delle violenze da sottoporre a rilevazione statistica triennale, relegando le Persone con disabilità ai margini della considerazione da parte delle Istituzioni ed impedendo di fatto che venga presa in considerazione ai fini statistici e per promuovere poi le necessarie azioni di contrasto. Ci chiediamo, dunque, come mai alcune Associazioni accolgano un tale misero progetto di legge, confuso e ideologico a sostegno delle Persone con disabilità.
Non vorremmo che, dopo tante vere e proprie “persecuzioni” quotidiane, sia nei confronti delle Persone con disabilità che nei confronti delle loro famiglie, da parte dei meccanismi istituzionali, si mendichi il famoso “piatto di lenticchie” per entrare in quella che Ricolfi ha definito (giustamente) «competizione vittimaria».
Pertanto l’affermazione dello storico avvocato [Salvatore Nocera, N.d.R.] che scrive nell’articolo di «Superando.it» (che qui riportiamo letteralmente: «Quanto al fatto che inizialmente la discriminazione delle persone con disabilità non fosse contenuta nel testo originario del “Disegno di Legge Zan”, e vi sia stato inserito successivamente […], ciò prova solo che si è voluto cogliere l’occasione di sottoporre a tutela penale le discriminazione di tutti i “diversi”») appare veramente e giuridicamente de-centrata. Non ci si rende conto, infatti, di essere stati coinvolti, facendo leva sulle ingiuste discriminazioni, in una sorta di alleanza vittimaria, le Persone con disabilità e le Persone con omo-affettività finalmente unite in una sorta di rivincita contro le ingiustizie subite.
Se dovessimo inserire nella tutela penale anche altre categorie severamente osteggiate e bullizzate non finiremmo più e le categorie aumenterebbero all’infinito… ma il problema non è solo giuridico, bensì personalistico, come vedremo tra poco.

Alla luce di quanto sopra (ed infra) evidenziato, risulta dunque evidentissimo che la disabilità è stata strumentalmente inserita nel progetto di legge, al solo scopo di attirare consensi, da parte di persone fragili, regolarmente discriminate e pertanto desiderose (giustamente e legittimamente) di essere tutelate, anche a livello penale e non solo civile, dalle condotte discriminatorie che sono costrette a subire.
E, a guardar bene, è ben grave la discriminazione che si compie, nei loro confronti e sotto i loro occhi, nel Progetto di Legge in discussione, che li esclude da tutte le tutele ulteriori che non siano quelle derivanti dal codice penale, e soprattutto li esclude di fatto dalla rilevazione delle statistiche antidiscriminazione.

Ancora, tornando alle critiche svolte all’articolo pubblicato su «Avvenire» (8 luglio 2021), a firma di Enrico Negrotti, se ne stigmatizza il richiamo al suicidio assistito ed all’aborto, di cui nel Progetto di Legge Zan non si parla.
È vero, nel progetto di legge non se ne parla, ma la forza politica, e soprattutto i politici, promotori del progetto di legge in oggetto, sono anche fortemente impegnati sul fronte della legalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito, nonché della liberalizzazione totale dell’aborto, come diritto. E affermare l’aborto come un diritto non solo è un ossimoro logico, ma anche e soprattutto un ossimoro giuridico e prima ancora personalistico. Questo perché tali politici portano avanti una dimensione altamente soggettivistica della morale che è ben lontana, tra l’altro, dal dettato Personalistico e giusnaturalistico della Costituzione.
E, nel valutare la validità e la rilevanza di una legge di tal fatta, non si può prescindere dal considerare anche il contorno ideologico sul quale si fonda e che rappresenta la base interpretativa da cui si partirà nella sua applicazione. Non farlo significa essere complici e collusi di una visione societaria ben lontana dalla Carta Costituzionale e che persegue, nella dimensione soggettivistica (io mi autodetermino, io sono grazie alle mie scelte ecc. ) una deformazione autentica del significato di Persona come è stato generato in tutta la normativa internazionale e che è debitrice della visione cristiana e specie di quella cattolica. Ma su questo torneremo a breve.
Infatti, l’ideologia di fondo che permea profondamente la parte politica impegnata nella promozione del Progetto di Legge Zan, è quella utilitaristica, che valuta la dignità umana non sulla base del suo status di “persona”, bensì sulla sua capacità produttiva ed utilità economica, prima ancora che sociale.
La dimensione Personale, che è centrale in un progetto di crescita sanamente antropologico (ad esempio non diciamo “disabili” o “portatori di handicap”, ma Persone “con” disabilità), è ineludibile da quella relazionale e fa sottostare ogni dimensione economica che si basa sulle risorse monetarie alla dimensione reale dell’economia il cui reale significato è cura delle cose di casa e quindi della Persona e delle Persone. Un Progetto di Legge fortemente categorizzante che apre a categorizzazioni infinite, sia dal punto di vista antropologico sia da quello normativo, presenta il vulnus, altamente diseducativo, di non far maturare il rispetto per la Persona, che è ciò di cui necessita il Bene Comune, ma di enfatizzare il “suo accidente” filosoficamente parlando.

Il titolo dell’articolo in oggetto dice Le persone con disabilità sanno perfettamente valutare quale sia il loro bene e questo è certamente vero ma, ed è questo un altro punto da rilevare, non rende le Persone con disabilità soggette a maggior tutela perché “disabili”, bensì proprio perché “Persone con disabilità”: Persone. È la Persona che è oggetto e soggetto di amorosa “cura” tra Persone. Tali fratelli e sorelle non sono più persone di ogni persona, non sono una categoria protetta.
Tra le Persone con disabilità, specie tra chi non ha disabilità cognitive, si può trovare l’arrogante, il fazioso, il viscido, l’ideologico, lo schierato, il supponente e prepotente nel comportamento, il delinquente. Esattamente come fra tutte le Persone in generale, al di là di ogni categorizzazione.
La disabilità (esattamente come l’attrazione per lo stesso sesso) non è il quid che crea un lasciapassare di immunità che può scaturire da una sorta di rivincita sociale dopo tanta ingiusta persecuzione, altrimenti diventa a sua volta uno stigma che non si può scalfire per il politicamente corretto e per non mancare di inclusione.
Esattamente come se alcuni nostri fratelli, vittime della Shoah, la più nota persecuzione storica, maturassero il diritto alla rivincita vendicativa per le gravi e disumane persecuzioni subite. Questo non è rispetto della Persona e, in tal caso, della Persona con disabilità. Questa è, piuttosto, discriminazione inversa che sfrutta il termine “inclusione”, in questo caso, così come la Persona con omo-affettività, ideologicamente improntata e lobbisticamente organizzata, usa il termine “omofobia” per negare ogni discussione sul tema dell’affettività.
E nell’àmbito delle Persone con omo-affettività, ideologicamente improntate, questo meccanismo, oramai quasi automatico, avviene sia verso chi non sperimenta tale tensione, sia verso chi la sperimentava in passato e ha poi maturato una consapevolezza non omo-affettiva e addirittura anche nei confronti di chi, pur essendo ancora omo-affettivo, non concorda con l’ideologia dominante nel mondo LGBT [Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transessuali/Transgender, N.d.R.] e la visione di Identità di genere di questo Progetto di Legge che è ben diversa dalle Sentenze della Corte Costituzionale (si veda anche il testo Cosa intende l’Onorevole ZAN per identità di genere?).
Lì, verso questi “ex-gay” e contro questi “gay omofobi”, nascono e si manifestano rabbia e discriminazione settarie violente, perché rendono fragile la pseudo-ontologia omosessuale, di cui abbiamo ampiamente già parlato. E con cognizione di causa (si veda il già citato Il progetto di Legge Zan: una legge viziata dall’ideologia).
Si passa, in tal modo, dalla tutela al privilegio tirannico che nega ogni libertà e che finisce per avvelenare sia il Bene Comune sia le Persone che dovrebbero essere l’oggetto della tutela.
Occorre stare molto, ma molto attenti a questi meccanismi che, con la patina dell’inclusione, creano un vero e proprio ghetto mentale, una reale barriera architettonica, che la Persona con disabilità finisce per creare a se stessa.
Ed ecco che, per ottenere tutela, ci si erge a gruppo, pensando di essere più Persona di ogni Persona, perché “con disabilità”. Si vuole essere chiamati (giustamente) “Persone con disabilità”, quando invece la disabilità è usata come arma e si finisce per diventare “Persone che sono quella disabilità”, pur di stare in una condizione di privilegio attenzionale.
Invece l’inclusione, che è sempre bi-univoca, per essere sana, è un dono della Persona ed è relazionale. Una ricchezza per chi ha la specifica disabilità e una ricchezza per chi non ha quella specifica disabilità, perché è l’incontro tra le Persone che rende ricco il Bene Comune. La Persona che non ha disabilità ha vitalmente bisogno della Persona con disabilità e la Persona con disabilità ha fruttuosamente bisogno della Persona senza disabilità.
Questo è il circuito virtuoso di cui c’è bisogno e avviene non solo come punto di arrivo, ma come punto di partenza ed è frutto di educazione, di Buona e continua Educazione. Qui occorre investire, non su maldestri e cosificatori progetti di legge che dicono A per far passare B.
Non è un caso che la Convenzione ONU sulle Persone con Disabilità [in realtà Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, N.d.R.] (citata dai menzionati Autori dell’articolo di «Superando.it»), all’Articolo 1, rubricato come Scopo della Convenzione stessa, dichiari che «Scopo della presente Convenzione è promuovere, proteggere e garantire il pieno ed uguale godimento di tutti i diritti umani e di tutte le libertà fondamentali da parte delle persone con disabilità, e promuovere il rispetto per la loro intrinseca dignità [grassetto degli Autori in questa e in tutte le successiva citazioni, fino alla conclusione del contributo, N.d.R.]».
E sovviene come all’Articolo 10, rubricato Diritto alla vita, preveda che «Gli Stati Parti riaffermano che il diritto alla vita è connaturato alla persona umana ed adottano tutte le misure necessarie a garantire l’effettivo godimento di tale diritto da parte delle persone con disabilità, su base di uguaglianza con gli altri».
Alla luce di tale affermazione, appare evidente il collegamento della tutela delle Persone con disabilità, in primo luogo, rispetto al diritto di nascere e di vivere.
Non è forse discriminatorio (e gravemente disumano) permettere la scelta di far nascere (e dunque vivere) il bambino solo in base al rischio che sia affetto o meno da disabilità? Dove si colloca il rispetto della sua dignità intrinseca, del suo diritto alla vita e del diritto a non essere discriminato rispetto ai sani? Come si concilia il sostegno al Progetto di Legge Zan con le istanze discriminatorie nei confronti delle Persone con disabilità, implicitamente ed esplicitamente contenute nella summa delle intenzioni di questa maggioranza legislativa che promuove aborto, eutanasia e suicidio assistito come diritti?
Le forze politiche impegnate nel far approvare il Progetto di Legge Zan sono infatti le medesime che hanno presentato e caldeggiano l’approvazione di una legge che legalizzi l’eutanasia. Scriveva l’Ansa, già nel 2019: «I provvedimenti arrivati sinora in Parlamento dall’inizio della legislatura sono 13: 6 alla Camera e 7 al Senato. E di questi, uno è di iniziativa popolare […]. All’attenzione del Parlamento ci sono così 5 progetti di legge del Pd. L’ultimo in ordine di tempo è quello che vede la senatrice Monica Cirinnà prima firmataria, anche se vi hanno aderito esponenti del M5S, Matteo Mantero; di Leu, Loredana De Petris; di Italia Viva-Psi, Riccardo Nencini; del Misto, Paola Nugnes (ex M5S) […]. Oltre a quello della Cirinnà, ci sono altri 4 provvedimenti dei Dem: uno al Senato, primo proponente il capogruppo Andrea Marcucci […]. Gli altri, portano la firma di Tommaso Cerno, Alessandro Zan e Nadia Ginetti». Qui il link al testo della Proposta di Legge sull’eutanasia legale presentata dallo stesso onorevole Zan alla Camera.

E, nel frattempo, al Parlamento Europeo è passata la Risoluzione Matić, che definisce l’aborto «diritto umano», con i voti favorevoli di tutti gli eurodeputati italiani del PD e del M5S (oltre a qualche franco tiratore del PPE). E tale domanda è ancora più scottante, alla luce di ciò che regolarmente accade, laddove tali “diritti” mortiferi sono stati legalizzati e sono divenuti la scusa per eliminare le persone con disabilità, affermando la futilità ed inutilità della loro stessa vita, con la conseguente negazione sia della loro dignità di persone sia del loro diritto alla vita stesso.
Un esempio per tutti: Alfie Evans, ucciso con eutanasia passiva per sospensione dei sostegni vitali, in conseguenza della dichiarazione di inutilità della sua vita: «I came to the conclusion, that Alfie’s brain had been so corroded by neurodegenerative disease that his life was futile» (traduzione: “Sono arrivato alla conclusione che il cervello di Alfie era stato così corroso dalla malattia neurodegenerativa che la sua vita era inutile”) si trova scritto nella sentenza del Giudice Hayden della Royal Courts of Justice 2018.04.11 – Alder Hey Children’s NHS Foundation Trust v Evans & Ors (si veda qui).
D’altronde, il richiamo alla storia della diossina a Seveso e dintorni contenuto nell’articolo che si sta commentando, la dice lunga: non è mai stato pienamente dimostrato, anzi si può dire sia stato smentito, che i feti abortiti a Seveso sarebbero nati con disabilità. Di sicuro tutti i bambini nati successivamente erano sani e non presentavano malformazioni, né tanto meno erano i “mostri” propagandati dai giornali e ipotizzati dai politici per consentire eccezionalmente l’aborto alle gestanti della zona inquinata (si legga in proposito a questo link). Esattamente, come spesso e volentieri accade che, a fronte del rifiuto di abortire da parte delle mamme avvertite dell’esistenza di malformazioni o patologie nel feto, nascano comunque bimbi sani o comunque curabili e che poi vivono, a volte addirittura a lungo e normalmente.
È certo che la vicenda ebbe l’effetto di aprire la porta alla liberalizzazione dell’aborto in Italia, con il solito sistema pietistico della falsa tutela dei deboli, che maschera invece la negazione della dignità intrinseca delle Persone con disabilità che, occorre ricordarlo, in forza del loro essere Persona non sono meno Persona della madre che li porta in grembo. La Persona ha diritto alla vita, qualunque Persona, anche chi “abbia” una “imperfezione” o “abbia” una qualche disabilità.
E la dimostrazione di quanto sia potentemente suggestivo l’utilizzo di tali false argomentazioni sta proprio nel richiamo alla vicenda che gli Autori dell’articolo in commento fanno, per giustificare la propria suscettibilità rispetto ai richiami alla tutela della vita e della dignità dei disabili, ben più importanti dell’introduzione di una fattispecie di reato che, occorre ricordarlo chiaramente, non li tutelerà realmente dalle discriminazioni, ma si limiterà a mandare in tilt i Tribunali, se dovesse divenire legge.
E quello che davvero servirebbe a tutelare le Persone con disabilità dalle discriminazioni non è certo un procedimento penale, ma, come abbiamo rilevato, una buona e approfondita educazione, capillare e precoce, al rispetto della Persona in quanto tale, a prescindere da tutto il resto. Non è insistendo sul vittimismo, non è facendo a gara su chi è più fragile, debole o meritevole, che si può ottenere l’uguaglianza e la non discriminazione, ma creando e diffondendo la coscienza comune, tipica del solo cattolicesimo, che l’uomo è figlio di Dio e in quanto tale va amato, rispettato e servito.

E, a tal proposito, due parole in calce occorre dirle sulla reiterata affermazione di “cattolico praticante”. Tale figura semplicemente non esiste. È costruzione o proiezione di comodo, inserita nel discorso non come afflato testimoniale e di appartenenza ecclesiale, ma con il sospetto che sia una tecnica di vendita, una sorta di ceralacca discorsiva ad autenticare le proprie posizioni soggettivistiche.
Già, perché la questione è sostanzialmente questa, in merito, o si è cattolici, con accesso frequente ai sacramenti, obbedienza (anche sanamente sofferta) a tutto il Magistero, rispetto del Santo Padre e di tutto il Suo Magistero, compreso quello dei Vescovi. Occorre infatti ricordare che la Santa Sede e prima ancora la CEI [Conferenza Episcopale Italiana, N.d.R.] si sono già pronunciate chiaramente secondo gli àmbiti propri, e con rispetto, sul Progetto di Legge 2005; e l’ascolto verso la paternità e la maternità della Chiesa non è un optional, un corollario soggettivo.
Oppure, semplicemente, non si è cattolici ma, piuttosto, credenti-fai-da-te. La coscienza non si auto-determina in senso assoluto, ma in senso relativo, proprio per la sua natura intrinseca e limitata. Pensare che rendere note ragionevolmente le proprie convinzioni sia un imporre agli altri significa aver frainteso il senso del Vangelo che suppone sempre una natura e un àmbito razionale che va illuminato, con pacatezza ma con decisione; e pagando di persona. È una delle opere di Misericordia Spirituale e un cattolico dovrebbe saperlo benissimo. Come un cattolico sa benissimo che non si appoggia in alcun modo un Disegno di Legge gravemente erroneo e non sanabile.
La riflessione corretta da un punto di vista morale non è mai il male minore, come insegna il Magistero, ma bisogna ricordare che c’è legge e legge.
Il cattolico in politica (che sia azione parlamentare o spicciola, quotidiana), se tale, e se vuole portare frutto culturale, a corto, medio e lungo raggio, segue la formazione della coscienza alla luce di questi principi che includono anche il “principio di gradualità” di sangiovannipaolina memoria e di ratzingeriana memoria, del cattolico in politica. Purché però, ed è questo il punto che sovente si disattende, ci sia il margine di perfettibilità, altrimenti deve ascoltare (obbedire viene da ob audire) la coscienza ben formata e non mortificare la ratio, per opportunismo e accidia nella “gradualità del principio”. Perché, è noto, che la Coscienza, come ricordava il Cardinale Martini, è un muscolo, e il muscolo pian piano si può atrofizzare, o comunque indebolire, e il suo esercizio non dipende dal decadimento dell’età, ma dalla “buona volontà” e dalla perenne ed umile formazione profonda, esperienziale più che cognitiva. Non è detto che l’avanzare dell’età o delle competenze renda ben formata una coscienza, anzi sovente si può atrofizzare e inquinare con l’inchiostro dello sguardo sull’ombelico e sugli aggiustamenti che via via il solipsismo intellettuale rende struttura. Ed è esperienza quotidiana, se uno è onesto, anche fisicamente parlando. I principi rimangono tali proprio perché principi.
Lo sforzo di prossimità e di tenerezza non annacqua i principi, solo cerca di renderli più intimamente risonanti e chiari. A sé e ai fratelli e alle sorelle perché proprio questi sono deposti nel cuore di ogni Persona. E questo è valido sia per chi si dice impropriamente “cattolico praticante”, sia per noi che scriviamo queste poche righe.
Con quale coraggio manipolatorio si può abusivamente citare (male) una affermazione colloquiale del Santo Padre in una intervista in aereo, tirando il Papa per la giacchetta? A questo ci pensano già i politici, di destra e di sinistra e il pessimo giornalismo a caccia di “pruriti”.
Questa l’affermazione del Santo Padre testualmente dalla conferenza stampa del 28 luglio in aereo (fonte vatican.va): «Credo che quando uno si trova con una persona così, deve distinguere il fatto di essere una persona gay, dal fatto di fare una lobby, perché le lobby, tutte non sono buone. Quello è cattivo. Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicarla? Il Catechismo della Chiesa Cattolica spiega in modo tanto bello questo, ma dice, – aspetta un po’, come si dice – e dice: “Non si devono emarginare queste persone per questo, devono essere integrate in società”. Il problema non è avere questa tendenza, no, dobbiamo essere fratelli, perché questo è uno, ma se c’è un altro, un altro. Il problema è fare lobby di questa tendenza: lobby di avari, lobby di politici, lobby dei massoni, tante lobby. Questo è il problema più grave per me».
Il riferimento, dunque, è sostanzialmente alle lobbies, non al contenuto della tendenza all’omo-affettività di alcune Persone. Tuttavia, per capire il contesto di quell’affermazione, l’altezza e la profondità, suggeriamo di leggere il contributo Chiesa e omosessualità: fare chiarezza nella carità, che ricorda il peso e la cifra pastorale, tenera e attenta, ma non politicamente corretta, del Santo Padre ed anche il suo corretto inserimento nel Magistero della Chiesa che, davanti all’omosessualità (e all’ideologia di genere) non cambia di uno iota. Si aggiorna la tenerezza, cambia, se adeguato e non piacione, lo sforzo di prossimità e di incarnazione e di comprensione ma non cambia il giudizio morale sulla tensione omo-affettiva e sui comportamenti omo-sessuali e non cambia il giudizio di rispetto profondo e di amore verso la Persona e il suo quid.
Inoltre, non va dimenticato, che sul tema dell’ideologia di genere il Santo Padre, Papa Francesco, ha avuto parole durissime che nessun pontefice ha mai avuto (solo a mo’ di esempio, tra le tante citazioni, quella fatta nel Viaggio Apostolico in Georgia e Azerbaijan ad ottobre 2016, fonte vaticana).

Il cattolico è il fedele dell’Incarnazione. Tale principio comporta sempre due movimenti, uno di discesa e uno di ascesa e trasfigurazione, entrambi, necessariamente, com-presenti senza diluizione alcuna e senza defezione di uno di questi due movimenti. Altrimenti o si ha un “arroccamento rigido” dottrinalmente e si violenta l’incarnazione mancando di prossimità e di vicinanza oppure ci si impantana e si compra volentieri il “piatto di lenticchie” vendendo la propria primogenitura, il bene che, immeritatamente, si è ricevuto. Lo si vende per uno spicciolo di spazio e di compiacenza, come canne agitate dal vento delle mode e del “trend”. Anche in questo caso, camminando per il mondo, non si cammina nel mondo per annunciargli il novum del Vangelo e si depaupera l’Incarnazione e tutte le potenzialità di maturazione e di crescita che l’uomo e la donna, il fratello e la sorella possono fare. In entrambi i casi, e tutti dobbiamo stare severamente attenti che ciò non accada, si diventa nemici della Croce di Cristo e della Redenzione e non si vuole il bene né delle Persone con disabilità né delle Persone con omo-affettività. Né tantomeno ci si comporta e si è “cattolici”.
Il punto, tuttavia, anzitutto, è questo: il Progetto di Legge 2005 presenta dei risvolti antropologici gravissimi che mettono in serio pericolo i fondamenti del Diritto, il Rispetto della Persona, di ogni Persona e della sua Libertà e, non in ultimo, impoveriscono il Codice Penale e la sua funzione, come autorevolissimi commentatori e penalisti hanno già rilevato. E non è vero che “l’Ideologia di Genere” non esiste. Esiste la citata “Identità di genere”, normativamente parlando (che è riferita antropologicamente ai due sessi e non ad altri “generi”), ed esiste “l’Identità di genere” pensata soggettivisticamente come “Ideologia di genere”. Lo abbiamo chiaramente identificato anche qui (Cosa intende l’Onorevole ZAN per identità di genere?) nelle parole dell’onorevole Zan (rilanciate come un mantra in altro contesto dall’onorevole Cirinnà). Solo che la normativa, non solo nazionale, riguarda la bipolarità del genere, maschile e femminile, mentre nel Progetto di Legge 2005 si introduce una fluidità del tutto soggettivistica e fortemente ideologica, che non appartiene ad alcuna normativa e che vuole ricostruire ex novo un’antropologia, de-costruendo quella attuale a forza di prepotenza penale e di organizzazione capillare, veicolando i vulnus già presenti nella “Legge Mancino” [Legge 205/93, N.d.R.] e cavalcando le mode del trend facendo cordata vittimaria.
E, a chiusura del discorso, ricordiamo che tale Progetto di Legge apre un fronte diseducativo a livello antropologico e sociale tale, che sarà potenziata non la Persona come sostanza sussistente in relazione, portatrice di diritti, doveri e responsabilità ed aperta alla trascendenza (orizzontale e verticale), ma come soggetto autodeterministico secondo la tirannia del desiderio.
E questo, tra l’altro, un cattolico, come preambula, dovrebbe saperlo bene ed aiutare chi non ha il dono della fede a comprendere i risvolti morali legati alla finalità e alla natura e, tanto più, un giurista dovrebbe ricordare su quali fondamenti di Filosofia del Diritto è fondata la nostra Costituzione e cresce correttamente l’autocoscienza normativa.
Il presente contributo è firmato da Monica Boccardi & Paolo Cilia (nelle parti proprie e in co-redazione).

Come anticipato, diamo spazio qui di seguito alle repliche rispettivamente di Salvatore Nocera e Simona Lancioni.

Cari fratelli cattolici di Progetto Autismo, ho letto le dure critiche mosse nel vostro articolo intitolato La Persona con disabilità nel Ddl Zan, competizione vittimaria e cosificazione della Persona, qui ripreso integralmente da «Superando.it», rispetto alle mie pacate osservazioni all’articolo di Enrico Negrotti comparso sull’«Avvenire» dell’8 luglio scorso.
Il mio articolo, invero, non trattava del Disegno di Legge Zan, ma mi era stato suggerito dal mio “disappunto” per il tono canzonatorio con il quale venivamo trattati noi persone con disabilità per il fatto che la FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), avesse sostenuto la richiesta di approvazione immediata del Disegno di Legge Zan. Anzi, in proposito, avevo espressamente apprezzato e condiviso le perplessità del professor Giovanni Maria Flick, cattolico  praticante e presidente emerito della Corte Costituzionale, circa l’imprecisa scrittura tecnica del Disegno di Legge; oggi aggiungo altresì che condivido le puntuali osservazioni espresse dall’avvocato Daniela Bianchini in occasione dell’audizione del 3 giugno scorso alla Camera, quale componente della Fondazione del Beato Livatino; e aggiungo ancor più che condivido le fondate osservazioni alla scrittura del Disegno di Legge Zan ,sollevate da due illustri sedicenti non credenti, come il radicale professor Padoan dell’Accademia dei Lincei e dal noto matematico professor Odifreddi.

Il mio articolo voleva sostanzialmente spiegare il motivo dell’adesione della FISH, dovuta al fatto che, in quanto persone con disabilità, siamo state sempre e siamo ancor oggi discriminate e quindi condividiamo, in senso di fratellanza con tanti altri discriminati, la richiesta di contrasto alle violenze verbali e fisiche, come, nel caso di specie, le persone previste dal Disegno di Legge Zan.
Io ho sempre apprezzato la testata «Avvenire» per il suo perseverante impegno culturale a favore di tanti altri discriminati come i migranti, i loro figli nati in Italia ma privi ancora del diritto allo jus culturae et soli, gli emarginati, i poveri, i reietti , gli “scarti umani” e le “periferie del mondo”. Per questo mi è spiaciuto che il mio giornale cattolico avesse, in quell’articolo, assunto un simile tono.
Ora constato che la vostra durissima reprimenda nei miei confronti riguarda soprattutto il fatto che io mi sia dichiarato “cattolico praticante” e abbia citato nel mio articolo alcune parole di Papa Francesco, in attuazione dell’insegnamento evangelico «Non giudicate».
Il vostro articolo riguarda quasi tutto una durissima reprimenda di tono da inquisizione nei miei confronti, addirittura alludendo a miei retropensieri e all’uso strumentale del dirmi “cattolico praticante”. Purtroppo devo prendere atto che – benché dal Concilio voluto da San Giovanni XXIII, il cattolicesimo abbia aperto una nuova epoca di dialogo inter-religioso, seguito dall’enciclica Ecclesiam Suam di San Paolo VI, dalla preghiera ecumenica di Assisi, voluta da San Giovanni Paolo II e dai recenti incontri e documenti sottoscritti da Papa Francesco con molti esponenti religiosi di altre fedi a sostegno della pace nel mondo – il dialogo interno alla nostra Chiesa Cattolica tra credenti che abbiamo idee culturali, politiche e sociali diverse, è invece ancora assai difficile, per non dire a rischio di offese.

Voi lasciate intendere di parlare delle persone autistiche, senza esserlo; mentre io, che sono un minorato della vista, in attuazione del principio di autodeterminazione, stabilito dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, avevo preso la parola per  giustificare , da credente, la scelta della FISH su un tema certo divisivo, ma che concerne il diritto umano alla non discriminazione nostra e di altri.
Credevo con quel mio articolo di avere contribuito a chiarire la nostra posizione ed avere avviato un dialogo costruttivo sulla non discriminazione delle persone con disabilità, noi che ci sentiamo solidali con le altre persone che subiscono discriminazioni.
Debbo constatare che ovviamente non ci sono riuscito. Anzi, a seguito del tono della vostra scomunica,  mi sono sentito come il peccatore pubblicano disprezzato dal pio fariseo della famosa parabola evangelica (dal Vangelo secondo Luca 18,9-14).
Salvatore Nocera
Presidente del Comitato dei Garanti della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap).

Non sono piaciute a Monica Boccardi e Paolo Cilia le osservazioni espresse da me e da Salvatore Nocera, sul cosiddetto Disegno di Legge Zan ovvero il Disegno di Legge S. 2005, avente ad oggetto Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità. Osservazioni pubblicate su queste stesse pagine, nel testo intitolato Le persone con disabilità sanno perfettamente valutare quale sia il loro bene” (12 luglio 2021).
Non sono piaciute a Boccardi e Cilia, come accennavo che, per confutarle, hanno scritto un lungo, lunghissimo testo in «Progetto Autismo» denominato La Persona con disabilità nel DdL Zan, competizione vittimaria e cosificazione della Persona (16 luglio 2021), qui sopra ripreso da «Superando.it».

La prima critica riguarda le presunte pregiudiziali di costituzionalità da cui il Disegno di Legge Zan sarebbe viziato. Scrivono i due Autori: «Sorvoliamo sulle gravi e fondamentali violazioni dei principi generali del diritto, che rendono il Progetto di Legge incostituzionale, irrazionale, indeterminato e pericoloso, di cui abbiamo già trattato in precedenza, certo con minor autorevolezza del professor Flick, ma con uguale, se non maggiore, convinzione (questo il link per approfondire: Il progetto di Legge Zan: una legge viziata dall’ideologia)».
Su questa argomentazione mi limito a riprendere quanto già espresso dal Presidente del Consiglio, Mario Draghi, in merito all’ipotesi sollevata dalla Santa Sede che il Disegno di Legge Zan violasse il Concordato con la Chiesa: «Il nostro ordinamento contiene tutte le garanzie per verificare che le nostre leggi rispettino sempre i principi costituzionali e gli impegni internazionali, tra cui il Concordato con la Chiesa». Non essendo io una costituzionalista, non mi addentro nella materia, mi limito a confidare negli strumenti di garanzia di costituzionalità di cui le nostre Istituzioni sono dotate.

La seconda critica sollevata concerne la circostanza che le tutele per persone con disabilità siano state aggiunte nel Disegno di Legge in questione solo in un secondo momento, e che esse non siano state considerate in diversi articoli del testo. A detta degli Autori «ciò dimostra senza ombra di dubbio un trattamento discriminatorio nei loro confronti [delle persone con disabilità, N.d.R.], proprio da parte della normativa che si pretende volta anche alla loro tutela contro le discriminazioni!».
Che la disabilità sia stata aggiunta in un secondo momento è vero, e che i raccordi con le diverse disposizioni presenti nell’impianto normativo avrebbero dovuto essere curati meglio è un’osservazione che ho già espresso. Ciò nonostante continuo a pensare che una legge che introduca delle aggravanti penali per la discriminazione e la violenza nei confronti delle persone con disabilità sia necessaria, e che sia meglio avere una legge imperfetta piuttosto che nessuna legge.

La terza critica intende affermare che le persone con disabilità si starebbero facendo strumentalizzare. Scrivono in merito gli Autori: «Non ci si rende conto, infatti, di essere stati coinvolti, facendo leva sulle ingiuste discriminazioni, in una sorta di alleanza vittimaria, le Persone con disabilità e le Persone con omo-affettività finalmente unite in una sorta di rivincita contro le ingiustizie subite. Se dovessimo inserire nella tutela penale anche altre categorie severamente osteggiate e bullizzate non finiremmo più e le categorie aumenterebbero all’infinito».
Il Disegno di Legge Zan, è bene ricordarlo, propone di estendere le aggravanti penali già previste per i reati contro la persona commessi per motivi razziali, etnici o religiosi, come disciplinati dalla cosiddetta “Legge Mancino” (Legge 205/93), agli stessi reati commessi «per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità». Perché questi motivi e non altri? Perché è documentato che le donne, le persone con disabilità e le persone LGBTQIA+ (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transessuali, Queer, Intersessuali e Asessuali) sono “gruppi bersaglio” dei crimini d’odio. Introdurre dei reati specifici fornisce uno strumento legale, ed anche culturale, che attesta come queste condotte non siano accettate e tollerate dalla nostra società.
Secondo gli Autori risulta «evidentissimo che la disabilità è stata strumentalmente inserita nel progetto di legge, al solo scopo di attirare consensi, da parte di persone fragili, regolarmente discriminate e pertanto desiderose (giustamente e legittimamente) di essere tutelate, anche a livello penale e non solo civile, dalle condotte discriminatorie che sono costrette a subire».
A tal proposito ricordo che il Disegno di Legge Zan ha ottenuto, tra gli altri enti, anche l’adesione della FISH, un’adesione assunta dal Consiglio nazionale della Federazione composta da Associazioni di persone con disabilità: tutti soggetti perfettamente in grado di decidere per sé. Se la loro posizione non coincide con quella di Boccardi e Cilia questo non significa che si siano fatti strumentalizzare – un argomento abilista utilizzato per espropriare le persone con disabilità del loro diritto all’autodeterminazione –, significa semplicemente che questi soggetti pensano che introdurre delle aggravanti penali per i crimini d’odio contro le persone con disabilità sia interesse delle stesse persone con disabilità.

Ciò che «davvero servirebbe a tutelare le Persone con disabilità dalle discriminazioni non è certo un procedimento penale», argomentano i due Autori, ma «una buona e approfondita educazione, capillare e precoce, al rispetto della Persona in quanto tale, a prescindere da tutto il resto. Non è insistendo sul vittimismo, non è facendo a gara su chi è più fragile, debole o meritevole, che si può ottenere l’uguaglianza e la non discriminazione, ma creando e diffondendo la coscienza comune, tipica del solo cattolicesimo, che l’uomo è figlio di Dio e in quanto tale va amato, rispettato e servito».
Lasciando da parte quest’ultima chiosa che sembra ambire ad uno Stato teocratico (sic!), che l’educazione sia uno strumento di prevenzione delle discriminazioni e della violenza personalmente lo dico da sempre. Per quale motivo invece, stando agli Autori, le tutele penali non sarebbero necessarie, francamente non l’ho capito, ma tacciare di vittimismo chi quelle tutele le chiede è una denigrazione gratuita che sminuisce le violenze subite da queste persone.
Come pure sono offensivi i toni con cui gli autori (interamente scritto in minuscolo) si rivolgono a Salvatore Nocera, persona della quale ho grandissima stima e alla quale esprimo tutta la mia solidarietà… ed ho paura di aver intuito la ragione per cui costoro sono così terrorizzati dall’idea che vengano istituite le aggravanti penali per i crimini d’odio.
Gli Autori riprendono anche due argomentazioni già utilizzate da Enrico Negrotti nell’articolo pubblicato su «Avvenire» l’8 luglio scorso sul quale erano incentrate le mie riflessioni e quelle di Nocera: l’aborto e il suicidio assistito. In merito mi limito a ripetere quanto già espresso riguardo all’articolo di Negrotti, vale a dire che nessuno dei due argomenti è trattato nel Disegno di Legge Zan. Anche quando lo Stato Vaticano ha rifiutato di ratificare la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità l’argomentazione adotta è stata la mancanza di un divieto esplicito all’aborto legale (sebbene, neppure la Convenzione ONU tratti questo argomento). Le persone con disabilità chiedono che siano riconosciuti i loro diritti umani e che vengano introdotte aggravanti penali per i crimini d’odio nei loro confronti? La risposta di alcuni/e cattolici (non tutti/e, per fortuna) sembra essere sempre la stessa: non si può perché c’è l’aborto… Che c’entra l’aborto? Temo che non lo sappiano neanche loro.

Da laica non entro nel merito della successiva disputa tra cattolici. Mi sento invece di dire qualcosa riguardo all’affermazione secondo cui l’identità di genere si riferirebbe «antropologicamente ai due sessi e non ad altri “generi”», a tal proposito segnalo l’istruttivo articolo L’identità di genere spiegata a chi pensa di non averne una («Valigia Blu», 19 luglio 2021), pubblicato dalla scrittrice e giornalista Giulia Blasi.
Quando ci sono temi particolarmente complessi, con tante variabili da considerare, e devo decidere da che parte stare, cerco “gli ultimi” e mi schiero dalla loro parte. Chi sono “gli ultimi” in questa storia? Sono le persone che subiscono discriminazioni e violenze (qualunque ne sia il motivo) e chiedono aggravanti penali, o chi cerca tutti i pretesti possibili e immaginabili perché quelle discriminazioni e violenze non vengano sanzionate come meritano? Coraggio, la risposta non è così difficile!
Simona Lancioni
Responsabile di Informare un’H-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli, Peccioli (Pisa).

Sui temi qui trattati, la redazione di «Superando.it» suggerisce anche la consultazione della Sezione denominata Il contrasto all’abilismo e all’omolesbobitransfobia, nel sito di Informare un’H-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli, Peccioli (Pisa).