Finiscano le discriminazioni contro i più deboli!

«Per il secondo anno consecutivo – scrive Gianfranco Vitale – c’è chi, in coincidenza con il Natale e il Capodanno, non ha potuto vivere momenti di serenità e gioia insieme alle persone più care, familiari anziani ospitati in RSA o persone molto più giovani, tra cui tanti disabili, che “vivono” all’interno di RSA o RSD. Servirebbero dunque scelte omogenee in tutto il territorio nazionale, rappresentando il più alto punto di equilibrio tra il bisogno di limitazione dei rischi da contagio Covid e quello, altrettanto fondamentale, del rispetto di sentimenti e diritti umani altrimenti calpestati»

Persone nella semioscurità, tra cui anche una in carrozzinaIn giorni in cui forte, per le vie delle città, rimbalzava l’eco del Natale e del Capodanno, strideva sicuramente il silenzio anomalo di chi – per il secondo anno consecutivo – si è vista negata la possibilità di vivere questi momenti di serenità e gioia con le persone più care: vuoi familiari anziani ospitati in RSA [Residenze Sanitarie Assistite, N.d.R.], vuoi persone molto più giovani – tra loro tanti disabili – che “vivono” all’interno delle stesse RSA e/o in RSD [Residenze Sanitarie Disabili, N.d.R.].

Si legge sempre più spesso di immotivati rifiuti apposti dalle Direzioni Socio-Sanitarie delle strutture, che hanno unilateralmente chiuso alla possibilità di brevi rientri in famiglia, persino in occasione del solo Natale, oltre che interdire ai familiari l’opportunità di incontri in loco. Tutto ciò mentre fuori dilagano, con la massima tolleranza, assembramenti e inosservanza delle più elementari norme di tutela dal contagio pandemico, con il seguito di manifestazioni che hanno al centro addirittura la parola “libertà”.
Questo gioco perverso, che non si fa scrupolo di scaricare sui più deboli il prezzo di contraddizioni incomprensibili e intollerabili, è reso possibile dalle ambiguità di un sistema che brilla solo per la sua incapacità di assumere responsabilmente decisioni che davvero tutelino tutti i cittadini, a partire da quelli che alle regole si attengono scrupolosamente.
È così che il cerino, per paura di scottarsi, passa – in una sorta di consumato déjà vu – di mano in mano. Il Governo delega alle Regioni in nome dell’“autonomia” che queste ultime rivendicano a corrente alternata, soprattutto quando fa loro comodo parlarne; le Regioni delegano alle ASL che, a loro volta, non trovano di meglio che rimandare le decisioni finali alle singole Direzioni Socio-Sanitarie delle strutture. A nulla sono servite le tante (troppe) morti avvenute all’interno di RSA e RSD… Sono stati “italianamente” insabbiati, rimanendo in questo modo impuniti, molti scandali… A pochi, ormai, interessano l’abbandono e la solitudine di migliaia di persone che hanno persino dimenticato come si fa a sorridere o come dare e ricevere una carezza…

Intendiamoci. Non si tratta di rivolgere appelli a non rispettare le regole, perché penso esattamente il contrario. I primi a non sottovalutare la criticità della situazione sono proprio le famiglie, o per lo meno la gran parte di esse. Ciò che si chiede è altro: parità di trattamento, fine di un atteggiamento vigliacco che fa pagare le conseguenze di intollerabili atti permissivi innanzitutto alle persone fragili e indifese.
Servono regole chiare da applicare uniformemente in tutto il Paese. I rientri in famiglia (e a maggior ragione gli incontri che avvengono limitatamente all’interno di RSA e RSD) devono essere mantenuti nel rispetto di un preciso protocollo, valido in Piemonte come in Abruzzo, in Valle d’Aosta come in Sicilia. Dappertutto.
Quale? Per esempio quello che prevede un tampone rapido da richiedere al familiare che si reca in struttura; un secondo tampone rapido richiesto al solo ospite che vi fa ritorno, magari dopo un breve fine settimana trascorso a casa; un breve periodo, massimo di tre giorni, seguito da un secondo tampone rapido, che non sia di rigido “isolamento” (quanto mai demenziale e dannoso nel caso di un soggetto autistico, che non sopporterebbe mai le segreganti quarantene di sette giorni pretese da alcuni dementi), ma di maggiore attenzione verso il rispetto del distanziamento e, laddove possibile, della mascherina chirurgica da indossare.
È appena il caso di ricordare che stiamo parlando di familiari e congiunti che hanno già completato il terzo ciclo vaccinale (con l’eccezione, naturalmente, di chi, giustamente, ne è stato esentato a causa di rischi connessi a gravi problemi di salute)? È il caso di ribadire che all’interno di RSA e RSD sono già previsti due tamponi molecolari mensili destinati agli ospiti e al personale?

Quelle che ho richiamato sono solo indicazioni che a me sembrano di buon senso e contemporaneamente, se mi posso permettere, di efficace tutela e salvaguardia della salute. Se non lo fossero, o lo fossero solo in parte, nulla vieta, a chi di dovere, di emendarle e/o integrarle. L’importante è uscire dal pantano di un deleterio sistema che ad oggi privilegia il primato dell’ambiguità e dell’anarchia più assolute. In àmbito regionale, infatti, vigono protocolli, l’uno diverso dall’altro, che brillano solo per approssimazione e contraddittorietà. Un esempio è l’indeterminatezza della durata del periodo di “chiusura” della struttura (è così difficile capire che se si pensa ad una fase circoscritta di quindici, trenta, quaranta giorni… una famiglia ha la possibilità di organizzarsi per tenere con sé il congiunto?).
Questi abusi si stanno consumando senza che il testo del Decreto Legge 221 del 24 dicembre scorso, emanato dal Governo, da nessuna parte parli di chiusura delle strutture residenziali. A queste ultime, infatti, è destinato solo l’articolo 7 che disciplina, fin dal titolo, le Disposizioni per l’accesso di visitatori alle strutture residenziali, socio-assistenziali, socio-sanitarie e hospice.
Siamo dunque davanti alla commedia dell’assurdo: da una parte il Governo Nazionale detta norme in materia di accesso (accesso) alle strutture, dall’altra i responsabili socio-sanitari delle stesse lo vietano imperterriti (vietano), mantenendo nella più esecrabile incertezza molte migliaia di persone fragili e con esse decine di migliaia di familiari disperati.

C’è da chiedersi perché alle restrizioni messe in campo con tanta solerzia dalle direzioni di RSA e RSD non si accompagni, da parte di queste ultime, lo stesso tempismo nell’affrontare tutte le altre complesse problematiche che vivono ogni giorno le persone ospitate, comprese le esigenze riabilitative che certo non vanno in vacanza per effetto della pandemia.
Di fronte a questa drammatica realtà, meraviglia, ma non stupisce, la latitanza delle Associazioni, dalle più grandi alle più piccole, brave – le ultime – a criticare le prime, salvo poi scimmiottarne penosamente gli atteggiamenti e le (non) scelte.
Io credo che sia un atto dovuto rappresentare le istanze di tutte le famiglie e di tutti i soggetti che prosaicamente si dice di volere rappresentare. Non è rivoluzionario, ma è anzi assolutamente normale pensare a un documento pubblico in cui si manifestano, e si motivano, le perplessità legate a scelte palesemente discriminatorie nei confronti delle persone ospiti di strutture residenziali.
Parlo non necessariamente solo di autistici (sono il padre di un uomo autistico di quarant’anni), ma di persone con disabilità in senso lato e di anziani che stanno sacrificando un elevatissimo costo umano sull’altare del Covid. E, quel che più conta, lo fanno in silenzio, a differenza di chi, magari autoproclamandosi patriota e impugnando una bandiera di partito, non rispetta le regole, assale le sedi sindacali e per completare l’opera blatera di libertà, senza capire che è proprio grazie ad essa (chissà se attraverso un suo uso distorto…) che può permettersi autentiche scorribande e sceneggiate, in spregio della salute di tanti.
Dovrebbe trattarsi di un documento, quello a cui penso, che nel rivendicare scelte omogenee in tutto il territorio nazionale suggerisca modelli di gestione degli incontri in struttura e dei rientri in famiglia dei soggetti ospiti di centri residenziali, tali da rappresentare il più alto punto di equilibrio tra il bisogno di limitazione dei rischi da contagio Covid e quello, altrettanto fondamentale, del rispetto di sentimenti e diritti umani altrimenti calpestati.

Coloro i quali vivono ogni giorno la disabilità di un loro familiare non dovrebbero mai dimenticare che non sono accettabili differenze di trattamento tra chi può permettersi di mantenere il proprio congiunto in casa e chi, non potendolo fare per ragioni spesso serissime (che in ogni caso nessuno ha il diritto di sindacare e giudicare), vive invece più lontano dai propri affetti.
Occorre abbattere la deleteria cortina di egoismo che, in una dimensione esclusivamente privata, imprigiona nel proprio recinto una condizione – quella dell’handicap e in senso più lato delle persone fragili – che viceversa di privato non ha nulla, rappresentando in realtà una questione sociale di cui tutti dovremmo farci carico. Le divisioni, le gelosie, i giudizi approssimativi, le “guerre tra poveri” non aiutano nessuno, tranne chi è al potere e ritiene di essere padrone dei destini di tante persone meno fortunate.
Dobbiamo imparare a essere buoni non solo il giorno di Natale, ma, dimostrando altruismo e solidarietà verso gli Ultimi, ricordarci di farlo soprattutto nei restanti 364 giorni dell’anno!

Padre di un uomo con autismo (www.facebook.com/autismoIN). Autore dei libri “Mio figlio è autistico” e “L’identità invisibile. Essere autistico, essere adulto”.

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