La differenza fra accessibilità e progettazione universale

«Usando una metafora calcistica, l’accessibilità è come avere una buona difesa, pur sapendo che non è facendo catenaccio che si vince. Progettazione universale, invece, vuol dire andare oltre il discorso delle barriere architettoniche, vuol dire avere sensibilità e visione per chi è diverso, cercando di capirne bisogni e desideri, mettendolo in connessione con il resto dei fruitori di un oggetto, spazio o territorio che sia»: a dirlo è Giulio Ceppi, architetto e designer, docente al Politecnico di Milano, direttore di un nuovo corso sulla progettazione universale, che partirà in aprile

Realizzazione grafica dedicata all'Universal Design for All

Una realizzazione grafica dedicata alla progettazione universale per tutti (“Design for all”)

Ricordo spesso Archidiversity, di cui ho scritto a suo tempo anche su queste pagine, progetto che coinvolgeva i più grandi progettisti italiani nascendo dalla capacità visionaria di Luigi Bandini Buti e Rodrigo Rodriquez (qui un mio loro ricordo), iniziativa che invitava le archistar a progettare secondo i princìpi della progettazione universale. Ora, sulle loro tracce, vi sarà  un corso al Politecnico di Milano e non poteva che tenerlo Giulio Ceppi, forse il miglior erede di quella straordinaria generazione.
Ho conosciuto Ceppi proprio durante Archidiversity e dall’amicizia che ne nacque abbiamo portato l’avatar robotico al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano, come ho raccontato lo scorso anno. Qui ci parla di quel corso, dei princìpi basilari della progettazione universale e di altri come il cosiddetto inclusive washing (“lavaggio inclusivo”).
Ceppi insegna al Politecnico di Milano, è titolare dello studio di architettura Total Tool, ha esposto in Triennale e al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano e alcune sue creazioni sono icone della nostra società. Progetta per un mondo il più possibile per tutti. Non per spirito di solidarietà, ma come visione con rilevanze economiche, oltre che meramente funzionali.
Il corso di alta formazione di cui è direttore si terrà al POLI.design a partire dal prossimo mese di aprile, per un totale di 180 ore, 3 giorni a settimana per almeno 20 posti (tutte le informazioni a questo link). Destinato a laureati in materie politecniche, manager e funzionari pubblici, si chiama Design for Inclusion e si propone di «sviluppare modelli relazionali e partecipativi che ne migliorino le condizioni sociali, psicologiche, sia da parte di soggetti privati quanto delle istituzioni pubbliche.

Giulio, qual è la differenza fra accessibilità e progettazione universale?
«Se dovessi usare una banale metafora calcistica, direi che l’accessibilità è come avere una buona difesa, pur sapendo che non è facendo catenaccio che si vince. Se parliamo di progettazione universale, invece, vuol dire andare oltre il discorso delle barriere architettoniche, vuol dire avere sensibilità e visione per chi è diverso, cercando di capirne bisogni e desideri, mettendolo in connessione con il resto dei fruitori di un oggetto, spazio o territorio che sia. Così si vince, tutti insieme…».

Come si crea qualcosa in linea con la progettazione universale?
«Credo che il principio fondamentale da capire per noi architetti e designer, ma anche per gli amministratori e i gestori della cosa pubblica, sia il coinvolgere gli utenti nel processo creativo e progettuale: parliamo del tanto sbandierato co-design, ma, ahimè, assai poco praticato. Ascolto, condivisione, partecipazione: queste le nuove pratiche, che vanno però acquisite e governate, andando ben oltre la vaghezza di un brainstorming o di un focus group, come troppo spesso si crede ancora che basti».

Cos’è l’inclusive washing?
«Mi sembra che ultimamente si parli molto di inclusione, come si parla di sostenibilità. In entrambi i casi esiste il rischio che solo se ne parli e che poi vi sia poco di concreto nella realtà: se esiste il green washing [“lavaggio verde”, N.d.R.], credo oggi esista un parallelo rischio di inclusive washing. Credo serva più coscienza e consapevolezza, in entrambi i mondi».

Il “lavaggio inclusivo”, dunque, è un rischio, come quello verde, secondo Giulio. Le parole non bastano, troppo parlare finisce per “slavare i contenuti”, se i contenuti sono solo un bel parlare per attirare l’attenzione. Proseguo con la curiosità.
Quanto i giovani progettisti sono preparati nel campo della progettazione universale?
«Purtroppo mediamente molto poco. Non ci sono corsi di insegnamento universitari, se non alcune realtà allo stato nascente a Milano, Genova, Pescara… e le realtà più attive sono le singole Associazioni, come Design for All Italia, spesso però con poche risorse economiche a disposizione…».

Qual è il senso del tuo prossimo corso al Politecnico?
«POLI.design è il consorzio per la formazione postuniversitaria del Politecnico e come missione abbiamo quella di parlare a professionisti, ma anche alle aziende, quanto alle pubbliche amministrazioni: a tutti questi soggetti insieme, perché è solo con l’interdisciplinarietà e il confronto che si può insegnare (quanto apprendere) cosa sia la progettazione universale e l’inclusione. Design for inclusion nasce con questo proposito: essere strumento di confronto e coesione tra diversi attori, tra cui Dynamo Academy, l’Ordine degli Architetti di Milano, la Fondazione Bioarchitettura, ALA assoarchitetti, Design for All Italia… solo per citarne alcuni, senza particolarismi e campanilismi, come troppo spesso ancora accade».

Ci sono altri corsi sulla progettazione universale, ma cos’ha di speciale il tuo?
«La trasversalità di scala, poiché i tre moduli in cui è pensato vanno dall’oggetto al territorio, passando per l’architettura, e anche l’interdisciplinarietà, in quanto avremo come docenti architetti, designer, imprenditori, amministratori, educatori, avvocati, giornalisti… Competenze disciplinari divere e complementari».

Insisto, perché frequentare questo corso?
«Perché l’inclusione è uno dei temi del futuro nel mondo del progetto e del sociale, e non capirne nulla vuol dire restare tagliati fuori. Sono nuove competenze professionali che vanno acquisite attraverso un modo diverso di vedere le cose. Senza questi nuovi strumenti si perde inevitabilmente terreno, a mio avviso e questo corso offre quella visione panoramica, trasversale ed interdisciplinare, che altri non offrono».

I princìpi di Giulio Ceppi sono quelli di chi scrive da una vita. Senza scrupolo di fare banale propaganda, mi auguro che a quel corso partecipino in molti, perché qui si forgiano le menti future. Quelle per un serio domani per tutti.

Il presente servizio è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» (con il titolo “Parte un nuovo corso sulla progettazione universale, tutto quello che c’è da sapere”). Viene qui ripreso, con alcuni riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione. Giulio Ceppi è architetto e designer, docente al Politecnico di Milano.

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