Adoperarsi per il benessere dei genitori di figli e figlie con disabilità

«Chiedo di avere coraggio – scrive Alessandra Corradi, presidente dell’Associazione Genitori Tosti in Tutti i Posti – e di fronteggiare finalmente una questione fondamentale e sempre trascurata: l’impatto che può avere su un genitore la sorte di un figlio nato con una patologia tale da renderlo con disabilità. E rinnovo un appello: chi ne ha il potere lavori alla legge sul riconoscimento del caregiver familiare che attendiamo ormai da 30 anni, per far sì che vengano finalmente regolati e normati i servizi che servono a noi genitori per fare al meglio il nostro lavoro di caregiver familiari»

Ombra di donna su una scogliera davanti al mare

Leggo su queste stesse pagine il contributo di riflessione della UILDM Nazionale (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), che invita a non tenere conto della presenza di una persona con disabilità nel nucleo familiare, cancellato a colpi di pistola da Marco Vicentini, all’Aquila, e quindi a non liquidare il fatto come «dramma della disabilità».
Capisco che si tema lo stigma e quant’altro, ma chiedo di avere coraggio e di fronteggiare finalmente una questione fondamentale e sempre trascurata: l’impatto che può avere su un genitore la sorte di un figlio nato con una patologia tale da renderlo con disabilità.

Nessuno
, fin dall’inizio, ti aiuta e ti affianca nel tuo percorso di genitore che noi abbiamo chiamato, magari in modo naive, “tosto”, al punto da intitolarci l’Associazione di cui siamo membri [Genitori Tosti in Tutti i Posti, N.d.R.], ma la realtà è che quel genitore è destinato a fare il triplo della fatica, rispetto ad un collega cui è nato un figlio “normodotato”: non ci sono, in primis, aiuti psicologici, e invece una palestra in cui esplorare e capire il nostro porci nei confronti della disabilità sarebbe fondamentale per gli anni che ci attendono e per migliorare il contesto che ci circonda, sempre asciutto ed escludente quando non discriminante e abusante.
Quale base di forza serve per poter accogliere il macigno che significa, fin dai primi giorni di vita, terapie invece che parchi gioco, terapie invece che corsi di basket o danza classica, terapie invece di amici con i quali tuo/a figlio/a esce, terapie invece che tempo scuola e ancora progetto ad hoc che tu genitore elabori per dare un lavoro o una parvenza di esso, perché in Italia il settore dell’inserimento lavorativo è un immenso flop… La persona con disabilità, una volta maggiorenne, è abbandonata a se stessa, non esiste nulla a parte ovviamente i centri diurni (“ghetti”) e residenze (altri “ghetti”). Dal 1992, anno in cui è uscita la Legge Quadro 104, non è cambiato niente per colmare il gap che separa le persone con disabilità da quelle “normodotate”. Per fortuna ci viene in aiuto l’Europa che impone la fine degli istituti e l’inserimento nel tessuto sociale, nonché l’assistenza continuativa a domicilio anche nei casi più gravi o di assenza di familiari assistenti.

Qualcuno si è mai soffermato a pensare che cosa significhi sapere che tuo figlio morirà perché la sindrome che ha è letale anzitempo e che non ci sono alternative? Come si allevia il dolore che deriva da questa consapevolezza? Si è mai pensato che vi sono genitori che passano un tot di anni consecutivi in attesa dell’esito dell’esame genetico successivo, dopo che l’ultimo arrivato è negativo e ha escluso l’ennesima bruttissima e letale sindrome? Pare che il tempo medio per arrivare ad una diagnosi in Italia sia di quattro anni, ma ci sono casi di anche vent’anni e non sono così rari.
E non si pensi si stia parlando di poche centinaia di casi: i soli Malati Rari in Italia sono infatti circa due milioni cui vanno ad aggiungersi quelli in condizioni derivate da traumi alla nascita o post nascita che compromettono l’attività neurologica e ne segnano inevitabilmente il destino.

Vorrei perciò invitare le Associazioni a non nascondersi dietro ad un dito: sono parte in causa e dovrebbero adoperarsi per il benessere dei genitori, dato che tante di esse sono animate proprio da genitori. Possibile che nessuno pensi al benessere della “categoria”? È così difficile pensare a dei protocolli di affiancamento ai genitori nel loro percorso?
Colgo quindi l’occasione per rinnovare una volta ancora un appello: chi ne ha il potere lavori alla legge sul riconoscimento del caregiver familiare che attendiamo ormai da trent’anni, per far sì che vengano finalmente regolati e normati i servizi che servono a noi genitori per fare al meglio il nostro lavoro di caregiver familiari; questo significa anche ottimizzare le risorse sui territori e sicuramente razionalizzare le spese.

Presidente dell’Associazione Genitori Tosti in Tutti i Posti, affiliata al COFACE (Confederazione Europea delle Associazioni di Familiari).

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