Scuola e inclusione: differenziare i percorsi educativi e usare bene il digitale

«Differenziare i percorsi educativi – scrive l’insegnante Marianna D’Alessio – è una risposta possibile alla sfida lanciata dall’inclusione: ovvero non fare semplicemente posto alle differenze per integrarle, ma affermarle e valorizzarle. E le tecnologie digitali possono costituire un nuovo modo – in un’avvincente prospettiva – di fare scuola, dove tutti gli alunni partecipino attivamente al percorso di apprendimento, sperimentando il successo creativo, la cooperazione e la condivisione, come dimostra anche una recente buona prassi, in cui il digitale è stato usato bene»

Classe virtuale di Marianna D'Alessio, creata tramite gli "AVATAR", disegni realizzati in digitale

La classe virtuale di Marianna D’Alessio, creata tramite gli “AVATAR”, disegni realizzati in digitale

Lo stato di emergenza dovuto alla pandemia ha visto bambini/e e ragazzi/e con bisogni educativi speciali perdere progressivamente agganci significativi atti a garantire loro punti di riferimento, certezze e routine. Anche la scuola – quale agenzia educativa – ha faticato a garantire loro il diritto all’istruzione.
A seguito del Decreto del Presidente del Consiglio (DPCM) del 3 novembre 2020 e del successivo DPCM del 2 marzo 2021, due Note Ministeriali [in particolare la Nota n. 662/21, N.d.R.] hanno richiamato il principio della garanzia alla frequenza in presenza per gli alunni con disabilità, nell’àmbito del coinvolgimento di un gruppo di allievi della classe di riferimento, per assicurare un’inclusione effettiva e proficua.
Guardando all’esperienza avuta – come docente di ruolo e specializzata per le attività di sostegno -, ho riflettuto su quali potessero essere stati i motivi dell’increscioso ritorno, de facto, alle “classi differenziali” o alle “scuole speciali”.

Questo periodo particolarmente fragile ha smascherato la mancanza di una funzionale formazione del personale della scuola in merito a differenziazione didattica, tecnologia digitale e co-responsabilità educativa, intesi – soprattutto – come strumenti inclusivi.
All’interno delle classi la complessità viene a inserirsi come una costante, ricca di sfumature e sfaccettature: le classi sono composte da alunni con esigenze diverse. Non è più possibile, dunque, perpetuare le azioni di una scuola che tratta tutti i bambini/e e i ragazzi/e come fossero uguali tra loro. Diviene necessario comprendere e agire nel rispetto della specificità di ognuno, riconoscendo il valore di ogni singola individualità.
Partendo quindi dall’evidente diversità di ogni alunno, la didattica tradizionale non può più essere realizzata: non si dovrebbero più tenere lezioni frontali nelle quali si impartiscono nozioni da imparare, non si dovrebbero più proporre esercizi interminabili e lo studio mnemonico, non si dovrebbe più sposare, summa capita, quella didattica a servizio del sapere trasmissivo.

Nella didattica tradizionale la lezione frontale rappresenta una delle poche modalità contemplate, dove testi, risorse, spazi, tempi a disposizione sono uguali per tutti, così come le modalità di verifica e di valutazione per un’abitudine comune e consolidata a guardare a tutti gli alunni come uguali nelle modalità di apprendimento, negli stili cognitivi, nelle motivazioni, negli interessi e nella gestione delle emozioni. In quest’ottica l’inclusione scolastica si dimostra la chiave del successo formativo per tutta la classe: la vera inclusione, infatti, trasforma la complessità delle differenze da problema a risorsa. Essa si rivela capace di indurre un rinnovamento della didattica, un cambiamento nel fare scuola.
La differenziazione didattica viene, quindi, a candidarsi come risposta pratico-operativa percorribile, per raggiungere tutti e ciascuno. Essa rappresenterebbe un’alternativa reale alle modalità tradizionali di gestione della classe.

Come sottolinea l’educatrice americana Carol A. Tomlinson, la differenziazione didattica è un potente moltiplicatore di equità, un volano efficace di accoglienza e inclusione, che declina le migliori conquiste in campo pedagogico e didattico. Differenziare percorsi educativi diventa, così, una risposta possibile alla sfida lanciata dall’inclusione: non fare semplicemente posto alle differenze per integrarle, ma affermarle e valorizzarle.
Le nostre classi, le nostre scuole sono cambiate pochissimo, nonostante il progresso nel campo delle conoscenze dell’apprendimento, della pedagogia e della didattica. Un sostegno reale al cambiamento, al rinnovamento didattico, potrebbe proprio derivare dal periodo che abbiamo vissuto a scuola durante la pandemia: l’attivazione di attività asincrone e sincrone di didattica a distanza. La versatilità didattica offerta dalle tecnologie digitali risponde infatti in maniera funzionale ai diversi stili di apprendimento, incrementando la motivazione e l’attenzione degli alunni.
Le tecnologie digitali si presentano come potenti attivatori di metodologie didattiche inclusive, le quali evitano un determinismo sterile – scenari frontali e trasmissivi – a favore di un setting educativo orientato alla crescita personale e all’educazione alla reciprocità.
Un approccio pedagogico differenziato, non puramente strumentale, viene quindi a restituire al digitale il valore inclusivo, nell’ottica di un riadattamento della didattica, incontrando non solo le diversità e i bisogni di ogni singolo alunno, ma apprezzandone la ricchezza.

A sostegno di questa convinzione viene ad inserirsi una buona prassi educativa messa in campo in una classe prima della scuola primaria – a me affidata come docente contitolare e specializzato – in un anno scolastico che ha visto l’alternarsi di periodi di didattica a distanza (DAD) a periodi di didattica digitale integrata (DDI) e didattica in presenza.
Nel progetto DAD e Inclusione-Classroom/GSuite for Edu, la proposta di lavorare alla costruzione di AVATAR, ossia di disegni divertenti rappresentativi di noi stessi e quindi originali, unici, diversi rispetto all’altro, prima su cartoncino e poi in digitale, è nata dalla scelta di voler accompagnare gli alunni e le alunne alla riflessione, in modalità ludica, sull’unicità che caratterizza ciascuno di noi, curando l’ascolto e l’attenzione all’altro, soprattutto a sostegno delle fragilità, con le quali è necessario rapportarsi in modo costruttivo e funzionale alla crescita personale.
L’approccio al digitale nella costruzione degli AVATAR prima e nelle realizzazione dei COMICS dell’Amicizia poi – dove gli AVATAR digitali degli alunni interagivano tra loro a supporto di una narrazione educativa e inclusiva – si è scoperto funzionale a restituire alla didattica a distanza valore e forza.
La realizzazione degli AVATAR e dei COMICS digitali si è rivelata utile a differenziare contenuti e abilità, modulando le attività secondo processi diversi e realizzando azioni a cui tutti hanno potuto partecipare, con forti ricadute sui vissuti di autoefficacia, stima di sé, sviluppo di abilità sociali, problem solving ed educazione alla reciprocità.
Le tecnologie digitali possono costituire un nuovo modo – in un’avvincente prospettiva – di fare scuola a distanza – e non solo -, dove tutti gli alunni partecipino attivamente al percorso di apprendimento, sperimentando il successo creativo, la cooperazione e la condivisione.
L’esperienza della didattica a distanza è stata un po’ “un ponte tra due mondi”: il mondo della didattica digitale – che abbiamo sempre avuto a disposizione, non è stata una scoperta di quest’anno, era assolutamente già presente prima – e una didattica antica di stampo ex cathedra – che ha mostrato tutti i suoi limiti ancora una volta.
Il mondo digitale, quindi, potrebbe rivelarsi un’enorme risorsa per le scuole in questo periodo di pandemia, protocolli e restrizioni. L’approccio pedagogico differenziato – non puramente strumentale – viene a restituire infatti al digitale quel valore inclusivo che porta a un necessario rinnovamento della didattica, incontrando non solo le diversità e bisogni di ogni singolo alunno, ma apprezzandone la ricchezza.

Docente di ruolo nella scuola primaria, specializzata per le attività di sostegno.

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