Le ricerche sulla SLA non si fermano e fanno registrare promettenti risultati

In parallelo all’annuncio di sette innovativi progetti selezionati per il proprio Bando 2021, l’ARISLA, la Fondazione Italiana di Ricerca sulla SLA (sclerosi laterale amiotrofica) segnala i positivi e promettenti risultati provenienti da due studi già in corso, il primo dei quali ha individuato un nuovo potenziale bersaglio terapeutico per questa grave malattia neurodegenerativa, mentre il secondo ha aggiunto un nuovo tassello per la comprensione della malattia stessa

Ricercatrice al lavoro«Quest’anno finanzieremo sette nuovi progetti, molto innovativi, con un investimento complessivo di 874.950 euro. Dieci i gruppi di ricerca coinvolti, tra Roma, Milano, Trento, Padova e Torino, che consentiranno di ampliare la conoscenza su meccanismi ancora poco esplorati, legati all’insorgenza della neurodegenerazione e della neuroinfiammazione, e che verificheranno l’efficacia di alcune molecole nel rallentare la progressione della SLA in modelli preclinici»: così, alcuni giorni fa, Mario Melazzini, presidente dell’ARISLA, la Fondazione Italiana di Ricerca sulla SLA (sclerosi laterale amiotrofica), ha reso noti i progetti selezionati con il Bando 2021 della Fondazione stessa, rivolto a ricercatori di Università italiane e di Istituti di ricerca pubblici e privati non profit del nostro Paese, da applicare nelle aree di ricerca di base, preclinica o clinica osservazionale (a questo link vi è l’elenco dei progetti selezionati).

In parallelo, poi, l’ARISLA annuncia anche i positivi e promettenti esiti di altri due studi già in corso, il primo dei quali ha individuato un nuovo potenziale bersaglio terapeutico, evidenziando l’efficacia di un farmaco in un modello preclinico di SLA, nel rallentare la progressione della neurodegenerazione e nell’aumentare la sopravvivenza dei modelli utilizzati.
Finanziata da ARISLA e coordinata da Alberto Ferri e Cristiana Valle della Fondazione Santa Lucia IRCCS di Roma e dell’Istituto di Farmacologia Traslazionale del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR-IFT), ma anche con il coinvolgimento di altri centri nazionali e internazionali, la ricerca è stata pubblicata dalla rivista scientifica «British Journal of Pharmacology».
«Il nostro laboratorio – spiega Alberto Ferri – si occupa da anni della comprensione dei meccanismi molecolari che sono alla base delle disfunzioni metaboliche precoci nella SLA. L’obiettivo che ci siamo posti è identificare nuovi potenziali approcci terapeutici, promuovendo sia lo sviluppo di nuovi farmaci che l’utilizzo di farmaci già approvati, come la Trimetazidina, oggetto di questo studio. Quest’ultimo farmaco, agendo come modulatore metabolico, già utilizzato in tal senso nella terapia delle disfunzioni coronariche, ha permesso di normalizzare la spesa energetica in un modello preclinico, migliorando le performance motorie e prolungando in modo significativo la sopravvivenza del modello stesso. Siamo dunque soddisfatti di questi risultati, che hanno contribuito a disegnare uno studio clinico pilota condotto dal gruppo di ricerca australiano dell’Università di Queensland, con cui abbiamo collaborato, per verificare innanzitutto la sicurezza di questo farmaco in persone fragili come quelle affetti da SLA».

L’altro studio segnalato dall’ARISLA – condotto da un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Biologia e Biotecnologie Charles Darwin dell’Università La Sapienza di Roma e del Centro for Life Nano- & Neuro-Science dell’IIT (Istituto Italiano di Tecnologia), sempre a Roma, con il coordinamento di Irene Bozzoni e avvalendosi della collaborazione di Mariangela Morlando dell’Università di Perugia – ha aggiunto un nuovo tassello nella comprensione della SLA, individuando un componente molecolare degli aggregati patologici caratteristici della malattia, vale a dire l’RNA circolare circ-Hdgfrp3.
Vale la pena ricordare a questo punto come la SLA sia una malattia neurodegenerativa che colpisce i motoneuroni, le cellule neuronali responsabili dell’innervazione muscolare, la cui degenerazione porta alla paralisi progressiva, culminando in un’incapacità motoria e respiratoria. Due sono le forme, quella familiare, dovuta a specifiche mutazioni genetiche, e quella sporadica, la cui patogenesi non è correlata a chiara familiarità congenita e le cui cause sono ancora per lo più sconosciute. Pertanto, pur avendo permesso vari studi di caratterizzare altrettante proteine coinvolte nella patologia, c’è ancora molto da scoprire sulla complessità dell’insorgenza, sulla progressione e soprattutto sulla possibile cura della malattia.
Tornando ai citati RNA circolari, chiamati così proprio per la loro forma peculiare che li rende particolarmente resistenti alla degradazione, essi rappresentano una nuova classe di molecole espresse in tutte le cellule e in particolar modo nel sistema nervoso, dove il loro malfunzionamento è stato associato a diversi stati patologici.
«Con questo studio – spiega Irene Bozzoni – abbiamo definito le caratteristiche di questo RNA e descritto le alterazioni che si verificano nei motoneuroni che portano mutazioni della proteina FUS associate alla SLA».
Tale ricerca, dunque, finanziata anche dall’ERC (European Research Council), oltreché dall’ARISLA, e pubblicata nella rivista «iScience», apre nuove interessanti frontiere nella comprensione delle malattie neurodegenerative, rispetto al ruolo degli aggregati patologici e degli RNA in essi contenuti. (S.B.)

A questo e a questo link sono disponibili ulteriori approfondimenti dedicati alle ricerche di cui si parla nel presente contributo. Per ogni altra informazione: Tiziana Zaffino (tiziana.zaffino@arisla.org).

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