Riflessioni sul nuovo Rapporto ISTAT dedicato agli alunni con disabilità

L’aumento non eccessivo, in termini assoluti, ma costante negli anni, di alunni con disabilità nella scuola secondaria inferiore (scuole medie), i disagi dati dalla didattica a distanza, crescenti in caso di “gravità delle patologie” e i percorsi personalizzati in presenza: sono alcuni temi di riflessione posti da Carlo Hanau, in riferimento al recente Rapporto ISTAT sull’inclusione scolastica degli alunni con disabilità, riferito all’Anno Scolastico 2020-2021, già segnalato nei giorni scorsi sulle nostre pagine

Bambino a scuola che scriveA proposito del recente Rapporto ISTAT sull’inclusione scolastica degli alunni con disabilità, riferito all’Anno Scolastico 2020-2021 [se ne legga già anche sulle nostre pagine, N.d.R.], ritengo che uno dei dati più preoccupanti sia costituito dall’aumento costante di un decimo all’anno della percentuale di alunni con disabilità nella scuola secondaria inferiore (scuole medie), giunto ora al 4,4% del totale. Questo dato, infatti, è poco influenzato sia dal miglioramento che deriva dalla precocità della diagnostica – molto visibile, invece, nella scuola dell’infanzia e nella primaria – sia dalla riduzione dell’abbandono scolastico nella scuola secondaria superiore e costituisce, a mio parere, la prova maggiore dell’aumento del fenomeno reale.
Pertanto la quota della popolazione con disabilità intellettiva compresa in queste coorti di età, via via che passeranno gli anni, si avvicinerà a questa percentuale sempre crescente, cui si aggiungeranno le patologie psichiatriche ad esordio successivo all’infanzia. E nello specifico, questa considerazione si connette al fatto che i disturbi evolutivi globali dello sviluppo psicologico (disturbi dello spettro autistico) – quelli che maggiormente facevano crescere i numeri degli alunni certificati col sostegno nelle precedenti rilevazioni – vanno ad incontrare, purtroppo, le gravi carenze formative del personale su come intervenire nei confronti dell’autismo, andando ad aggiungersi alle ancor più gravi carenze di specializzazioni formali.

Un altro segnale negativo che emerge dal Rapporto ISTAT è l’impossibilità di partecipare alla didattica a distanza a causa della «gravità della patologia» (il 26% delle ragioni individuate), ciò che dimostra quanto sia presente la difficoltà a ricevere l’istruzione “accademica” delle lezioni frontali tipiche della stessa didattica a distanza da parte di allievi con disabilità soprattutto intellettive provocate da patologie gravi. A questi allievi, infatti, è necessaria l’educazione e la socializzazione che si possono realizzare con la presenza fisica. Lo si legge nel Rapporto alla parte in cui si scrive che «tra i più frequenti motivi che hanno limitato la partecipazione degli alunni con disabilità alla didattica a distanza sono da segnalare: la gravità della patologia (26%), il disagio socio-economico, la difficoltà organizzativa della famiglia (entrambi al 14%) e la mancanza di strumenti tecnologici adeguati (11%). Per una quota meno consistente di ragazzi il motivo dell’esclusione è dovuto alla difficoltà nell’adattare il Piano Educativo per l’Inclusione (PEI) [in realtà Piano Educativo Individualizzato, N.d.R.] alla didattica a distanza (6%) e alla mancanza di ausili didattici specifici (2%)».

Ritengo infine molto importante la parte del Rapporto intitolata Migliore l’organizzazione della didattica a distanza, nel passaggio evidenziato di seguito in grassetto, che mi sembra sia la risposta migliore alla situazione provocata dalla pandemia, adottata anche in altri Paesi vicini. Che il 41% degli alunni, infatti, abbia preso parte alla didattica a distanza alla pari degli altri è difficilmente credibile; più plausibile, invece, è che il 38% abbia ottenuto il meglio possibile: «Per gli alunni con disabilità le modalità di partecipazione all’attività didattica a distanza sono state diverse: la quota più consistente, il 41%, ha preso parte alla didattica a distanza al pari degli altri, ovvero con lezioni a distanza in collegamento con tutti i docenti (curricolari e per il sostegno) e insieme all’intero gruppo classe; per il 38% di alunni la scuola ha invece organizzato percorsi personalizzati con il coinvolgimento dei coetanei, al fine di evitare l’isolamento dal gruppo dei pari. Per questi studenti, nei periodi in cui la classe ha seguito le lezioni a distanza, la didattica si è svolta sempre in presenza con l’insegnante per il sostegno e con un gruppo ristretto di compagni anch’essi in presenza (25%) o collegati da remoto (13%). Per la quota residua non si è riusciti a garantire l’interazione con i coetanei: alla percentuale di alunni completamente esclusi dalle attività didattiche svolte a distanza (2%) si aggiunge infatti un 19% di studenti con disabilità che ha fatto lezione con il solo insegnante per il sostegno, senza il coinvolgimento dei compagni e degli altri docenti».

Presidente dell’APRI (Associazione Cimadori per la ricerca italiana sulla sindrome di Down, l’autismo e il danno celebrale), già docente di Programmazione dei Servizi Sociali e Sanitari all’Università di Modena e Reggio Emilia e all’Università di Bologna (hanau.carlo@gmail.com).

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