I Diavoli Rossi, storia di inclusione, di sport e di amicizia

«Lo sport – scrive Giulia Polito – come strumento di integrazione e inclusione sociale, che aggrega i più fragili e che si apre a tutti senza paura: ovvero l’esperienza dei Diavoli Rossi, che fa scuola in questo senso, anzi, fa squadra. Si parla infatti di una squadra di calcio composta da persone con patologie psichiatriche di diversa natura e in cura presso i Centri di Salute Mentale. Una sfida che va ben oltre la vittoria in campo, perché l’obiettivo è quello di dare un’occasione di socializzazione a persone altrimenti relegate ai margini delle proprie abitazioni o dei centri residenziali»

Diavoli Rossi

Foto di gruppo per i Diavoli Rossi schierati in campo

Lo sport come strumento di integrazione e inclusione sociale, che aggrega le persone più fragili e che si apre a tutti senza paura: ovvero l’esperienza dei Diavoli Rossi, nata a Casalecchio di Reno presso Bologna, che fa scuola in questo senso. Anzi, fa squadra. Quella dei Diavoli Rossi è una squadra di calcio composta da persone con patologie psichiatriche di diversa natura e in cura presso i Centri di Salute Mentale. Una sfida che va ben oltre la vittoria in campo, perché l’obiettivo è quello di dare un’occasione di socializzazione a persone altrimenti relegate ai margini delle proprie abitazioni o dei centri residenziali.

La storia dei Diavoli Rossi, che oggi conta circa trenta persone, inizia ben vent’anni fa da un’idea di un gruppo di operatori e infermieri dei Centri di Salute Mentale. «Abbiamo pensato ad un interesse comune – racconta Mino Di Taranto, vicepresidente della squadra – e che coinvolgesse quante più persone possibili. Il calcio è stata la nostra risposta. Siamo partiti come progetto autonomo, fino a quando, andando avanti nel corso degli anni, abbiamo creato la nostra Polisportiva, che ci ha dato modo di entrare a far parte di diversi progetti dell’ASL».
La Diavoli Rossi ha iniziato a partecipare ai tornei tra squadre simili, viaggiando in lungo e in largo per l’Italia. Le trasferte hanno sempre rappresentato un’occasione per far viaggiare le persone, metterle a contatto tra loro, creare occasioni di socializzazione.
Negli ultimi anni la Polisportiva ha iniziato però ad aprirsi ad altre opportunità, entrando a far parte di alcuni circuiti di squadre miste locali con cui ha iniziato a gareggiare. «Siamo usciti dalla logica dei tornei “tra matti”», dice ancora Di Taranto. E questo è un elemento distintivo del progetto dei Diavoli Rossi. Alla base di tutto, infatti, c’è anche la volontà di superare lo stigma che ruota ancora attorno alle patologie psichiatriche, spesso sconosciute e oggetto di pregiudizio o di scherno.
A questo scopo la squadra si ritrova spesso, grazie soprattutto ai progetti delle ASL, a rivolgersi ai ragazzi delle scuole medie e superiori, per sensibilizzarsi e far conoscere questo mondo ancora in parte sommerso. Parlare e mostrare esperienze come quelle dei Diavoli Rossi contribuisce a diffondere conoscenza sulla salute mentale e creare così comunità intorno alle persone che stanno seguendo un percorso terapeutico.

Sono tutte queste le ragioni per cui la squadra dei Diavoli Rossi è aperta a tutti: in campo la Polisportiva schiera i giovani di 20 anni, così come gli anziani di 60. Il senso «è dare vita ad un luogo dove creare socialità e favorire i rapporti umani tramite l’esempio».
Una storia che è stata anche raccontata nei giorni scorsi dalle reti RAI, durante O anche no, trasmissione di Raitre dedicata alle disabilità.

Il presente contributo è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» (con il titolo “Dai centri di salute mentale al campo da calcio: i Diavoli Rossi raccontano una storia di inclusione e di amicizia”). Viene qui ripreso, con alcuni riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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