Una nuova cultura della disabilità anche per i religiosi

«Ho un rapporto dialettico con la religione – scrive Anna Maria Gioria, donna con disabilità – ma alcune esperienze passate e recenti, tra cui il superamento del Covid e l’incontro con un sacerdote empatico, mi hanno fatto molto riflettere e senza apparire troppo severa, credo che come tutte le persone, anche i religiosi abbiano bisogno di essere educati a una nuova cultura della disabilità, che scacci il pietismo a favore di una parità di diritti, tra i quali sicuramente quello di poter vivere il proprio percorso spirituale»

Santuario della Madonna di Luciago, Armeno (Novara)

Il Santuario della Madonna di Luciago, nel Comune di Armeno (Novara), citato da Anna Maria Gioria

Uno degli oggetti più in vista sulla mia scrivania è un piccolo vassoio che ritrae una chiesetta immersa nel verde. Non sono una cattolica praticante e ho un rapporto dialettico con la religione. Però mi piace avere vicino a me quell’immagine nel luogo in cui trascorro gran parte del mio tempo. Tuttavia ho un conto “in sospeso” con il nostro “Capo Lassù”. Sarà per la disabilità che mi porto dietro fin dalla nascita o per il mio percorso scolastico svoltosi in ambienti religiosi dall’asilo alla seconda laurea, durante il quale alcuni incontri con suore e preti sono stati estremamente negativi; e poi le vicende che hanno coinvolto persone a me molto care, non da ultima la malattia irreversibile di mio padre, hanno messo in forte discussione la mia fede.
Nonostante tutto ciò, la chiesetta ritratta in quel vassoio ha un significato molto particolare. È la chiesa della Madonna di Luciago, nel Novarese, santuario che dista a pochi chilometri da dove vivo, da sempre luogo di riferimento e di devozione per la mia famiglia materna.
Una delle cose che ho preso in eredità da mia nonna, che ho amato moltissimo, è quella di riservare una preghiera a questa Madonna e di invocarla nei momenti di maggiore necessità. E la Madonna di Luciago, quando ne ho più bisogno, mi dà sempre un segnale.

Non scorderò mai la fatica fisica, una trentina di anni fa, per averle chiesto la grazia di aiutarmi a superare l’esame di latino. Dopo un sudatissimo 27, feci un’altra sudata: come ringraziamento andai a piedi al santuario, percorrendo cinque chilometri in salita, nonostante allora avessi ancora molte difficoltà a camminare.
Tre mesi fa scoprii che sia mia mamma che io eravamo positive al Covid. La paura fu tanta, soprattutto per mia madre, considerata l’età. Ogni mattina e ogni sera, durante la quarantena, ho sempre invocata la Madonna. Anche in questa circostanza mi ha esaudita, entrambi abbiamo superato bene il Covid.
Per la prima volta, per volontà del nuovo parroco, don Simone, nella chiesa di Luciago è stata celebrata la Messa nel giorno di Pasqua. Mi sono sentita di onorare la Madonna per avere esaudito le mie preghiere, partecipando alla funzione. È stata la prima celebrazione di don Simone cui ho assistito. Prima di allora l’avevo incontrato solo una volta, ma avevo già avuto un’impressione molto positiva. A differenza dei suoi predecessori, che hanno sempre dimostrato nei miei confronti un atteggiamento distaccato e imbarazzato, per cui io percepivo che non sapevano come approcciami, don Simone mi è sembrato da subito molto affabile, a suo agio e aperto al dialogo.

Non so se sia stata una pura coincidenza, o se la Madonna di Luciago abbia voluto darmi un altro segnale forte attraverso di lui. Poco prima dell’Eucaristia il Don, con un piccolissimo gesto, impercettibile per gli altri partecipanti, mi fece intendere se volessi che venisse lui al banco a darmi la Comunione. Rifiutai con un cenno e finita la celebrazione, ringraziandolo comunque del pensiero molto apprezzato, gli spiegai che non l’avevo accettato perché non mi confessavo da molto tempo.

Nei giorni successivi ho riflettuto molto su questo episodio. Prima da persona, poi da “persona con disabilità”, rimango indignata quando sento notizie di sacerdoti che si rifiutano di impartire i sacramenti a ragazzi o ragazze con disabilità. Questi comportamenti da parte di persone consacrate, a mio avviso sono inaccettabili. Fino al gesto empatico di don Simone, ero molto intransigente verso certe posizioni, probabilmente perché, seppure in modo diverso, ho dovuto subire alcune ingiustizie da parte di persone consacrate. Ritenevo, e in parte ritengo ancora, che un prete o una suora debbano essere per loro natura ben disposti e amorevoli nei confronti delle persone con disabilità. Ora, a 52 anni, l’avere ricevuto per la prima volta un pensiero colmo di attenzione come quello di don Simone, mi ha fatto capire che la sensibilità nei confronti di chi ha un bisogno particolare e il sapersi relazionare sono qualità personali, indipendentemente dalla tonaca indossata.

Non voglio apparire troppo severa, ma, come tutte le persone, anche i religiosi hanno bisogno di essere educati a una nuova cultura della disabilità, che scacci il pietismo a favore di una parità di diritti. Tra questi c’è sicuramente quello di poter vivere il proprio percorso spirituale. Non certo facile da affrontare per persone come me, che ancora si chiede il fatidico «perché a me?», domanda cui nessuno può dare una risposta, ma che avrebbe bisogno di un confronto con persone che capissero la frustrazione e la rabbia. E che soprattutto non pronunciassero la solita frase di falso conforto («sei prediletta»), che in realtà è una via di fuga.

Il presente contributo è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» (con il titolo “La Madonna, don Simone e quel gesto illuminante per le persone come me”). Viene qui ripreso – con minimi riadattamenti al diverso contenitore – per gentile concessione.

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