Perché tanta violenza?

«Certo è facile indignarsi – scrive Donata Scannavini – di fronte a notizie di violenze nei confronti di persone con disabilità, auspicare punizioni esemplari per i responsabili, invocare l’intervento delle Istituzioni perché prendano provvedimenti atti ad arginare tali fenomeni. Reazioni legittime, giuste, ma a mio parere occorre andare alla radice del problema, chiedersi il perché di questi comportamenti, fare un’analisi di ciò che sta alla base e determina tali fenomeni»

Figure bianche che coprono una donna in carrozzina (© Dadu Shin)«Ragazzo con disabilità bullizzato a scuola», «Donna con disabilità violentata nella RSD (Residenza Saniatria Disabili)»: è facile indignarsi di fronte a simili notizie, auspicare punizioni esemplari per i responsabili, invocare l’intervento delle Istituzioni perché prendano provvedimenti atti ad arginare tali fenomeni.
Reazioni legittime, giuste, ma, non me ne voglia nessuno, anche un po’ ipocrite. Occorre, a mio modesto parere, andare alla radice del problema, chiedersi il perché di questi comportamenti, fare un’analisi di ciò che sta alla base e determina tali fenomeni.

Fatta salva la responsabilità individuale di ogni azione, che è ciò che ci caratterizza come essere umani pensanti e con volontà propria; fatta salva anche la complessità del fenomeno di cui stiamo parlando, per cui sarebbe riduttivo e presuntuoso pensare di esaurire il discorso in questa sede, ritengo opportuno porre l’attenzione sul clima di violenza, non solo fisica, che si respira quasi ovunque, violenza come non tolleranza verso il “diverso da noi”, che può essere la persona con disabilità, straniera, ma anche semplicemente chi non la pensa come noi, chi ha opinioni diverse dalle nostre con cui non esiste un confronto civile, pacato, costruttivo.
Esagero? Per rispondere, basta accendere la televisione e guardare un qualsiasi telegiornale o talkshow; basta fare un giro sui social, dove insulti e aggressioni verbali sono all’ordine del giorno, dove luoghi che potrebbero essere un’occasione di incontro, di confronto costruttivo, diventano terreno di scontro, se non veri e propri campi di battaglia.

È fin troppo facile e scontato citare ciò che sta avvenendo tra vax e no vax; non è mia intenzione entrare nella questione in questa sede, non perché non abbia una mia opinione in merito, ma perché non è l’argomento di questo articolo. Voglio solo sottolineare come anche in questa occasione ciò che è sotto gli occhi di tutti è l’intolleranza verso chi non è d’accordo con noi, che non è il nostro interlocutore, colui con cui confrontarci, con cui discutere anche animatamente, ma sempre con rispetto; diventa il nostro nemico da demonizzare e combattere. Il “diverso da noi” non lo includiamo, non ci poniamo in una relazione costruttiva, dialogica con lui, ma lo escludiamo, lo combattiamo.

Ci porterebbe troppo lontano voler capire ciò che sta alla base di tutto questo: insicurezza, paura che il confronto con l’altro mi destabilizzi, aggressività che nasce da insoddisfazioni personali e che deve trovare uno sfogo… Il rischio di fare della sociologia e psicologia da due soldi è sempre dietro l’angolo. È innegabile, però, che questa sia la situazione a tutti i livelli della nostra società, a incominciare da quelli apicali (e qui non mi spingo oltre), come altrettanto innegabile è il fatto che i mass-media e i social sguazzino come dei matti in questo clima e lo alimentino. D’altronde il “dio audience” qualche sacrificio lo vuole!

È ovvio che quanto detto non può, non vuole e non deve essere una giustificazione a fatti di violenza sulle persone con disabilità e sulle persone in generale; ritengo però che una riflessione seria in questo senso vada fatta.
Ben vengano le leggi, i controlli più stringenti in luoghi che dovrebbero proteggere le persone fragili e che troppo spesso si trasformano in luoghi di violenza; ben vengano pene severe per chi si macchia di azioni deplorevoli, quando non di crimini veri e propri; ben vengano azioni nella scuola e nelle altre agenzie educative volte a educare i bambini, fin dalla prima infanzia, al rispetto dell’altro, chiunque egli sia e qualunque sia la sua condizione. Ritengo però che tutto questo non possa bastare e anzi rischi di venir vanificato, se poi il clima in cui i bambini e i giovani crescono è quello di un conflitto continuo, di uno screditamento di chiunque sia diverso da noi o da come noi vorremmo che fosse.

Un altro elemento che mi sembra degno di qualche, seppur breve, riflessione è il nostro rapporto con ciò che è fragile, debole e che in definitiva ci richiama al nostro essere limitati, alla nostra possibilità di ammalarci e di morire.
Anche se forse questi due anni di pandemia una lezione ce la stanno dando – dubito però che ne trarremo insegnamento – viviamo in un mondo dove ciò che conta è essere performanti, avere successo e seguito, fosse anche solo con i “like” in una realtà virtuale.
Se ci pensiamo, da anni è in atto anche a livello verbale una vera e propria rimozione di tutto ciò che riguarda la malattia e la morte: «Se n’è andato per un brutto male», tradotto, «è morto di cancro». Vogliamo ignorare tutto ciò che ci ricorda che, se anche stiamo bene e la vita ci sorride, la possibilità che le cose cambino esiste, è reale, così come sono reali la povertà, la disabilità, la malattia ecc. Ecco dunque che l’incontro con queste realtà per chi è più fragile può essere destabilizzante, può dare luogo a comportamenti devianti e aggressivi.
Come detto prima, non si tratta certo di giustificare l’ingiustificabile e di volere sgravare il singolo dalle proprie responsabilità, dando la colpa in generale alla società; se però vogliamo ragionare in un’ottica di prevenzione, non possiamo esimerci dal considerare quali siano i fattori che a livello formativo, educativo, incidono sulla personalità dei ragazzi, sul loro modo di relazionarsi agli altri e a ciò che la vita offrirà loro. In questo senso bisogna vigilare sulla rimozione della fragilità come realtà possibile con la quale confrontarsi, sulla costruzione di una falsa identità e una falsa realtà che oggi più che mai è favorita dal mondo virtuale. I ragazzi vanno aiutati a stare in contatto con il mondo reale, con la vita reale che è fatta di cose belle, ma anche brutte, dove ci sono la salute, il successo, il divertimento, ma anche la malattia, la disabilità, la povertà… Bisogna dar loro gli strumenti per gestire le emozioni, le pulsioni che l’incontro con certe situazioni può suscitare, per capire come rapportarsi in modo corretto a ciò che spaventa, che genera ansia e insicurezza. Bisogna aiutarli ad aprirsi all’altro diverso da sé, a non considerarlo una minaccia e quindi qualcuno da evitare o peggio da sopprimere, ma una persona con cui entrare in dialogo, magari attraverso modalità differenti rispetto a quelle cui si è abituati.

Insegnare a gestire le emozioni e gli impulsi vuol dire anche dare gli strumenti per dominare quell’istinto di rivalsa sul più debole, di dominio di colui che consideriamo inferiore a noi e che pensiamo di avere in nostro potere; è un sentimento che più o meno tutti una volta nella vita abbiamo provato e che, se non governato, può portare a conseguenze pericolose.
Ci porterebbe troppo lontano affrontare la tematica dei comportamenti dei ragazzi nel branco, con tutte le dinamiche e i risvolti implicati; non si può però non sottolineare come l’aggressività nei confronti del più debole sia spesso agita in gruppo; il gruppo dà forza, dà senso di onnipotenza, si prova il piacere perverso di schiacciare il più debole, forse anche con l’intento di rivalersi di ingiustizie subite o che si presume di avere subìto. Tocca dunque al mondo adulto leggere, intercettare i segnali di un disagio che può sfociare in condotte devianti da parte dei ragazzi; è giusto e doveroso punire, ma – e mi si permetta un’affermazione che può suonare retorica – bisogna prevenire e questo lo si può fare solo stando a stretto contatto col mondo dei ragazzi e offrendo loro esempi credibili di inclusione e tolleranza.

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