La Carta di Olbia, per far sì che si informi nel modo giusto sulla disabilità

È stata presentata in anteprima a Cagliari, nel corso di un evento organizzato dall’Ordine dei Giornalisti della Sardegna, la Carta di Olbia, un protocollo deontologico per promuovere una rappresentazione corretta e rispettosa delle persone con disabilità nei media. Oltre a colmare un vuoto, è certamente apprezzabile che l’importante documento, ancora in fase definitoria, sia redatto da GiULia giornaliste Sardegna, in collaborazione con due organizzazioni rappresentative delle persone con disabilità, l’Associazione sensibilMente e la UILDM di Sassari, nonché con l’avvocata Sara Carnovali

Varie disabilitàEra il 1999 quando Franco Bomprezzi (1952-2014), “giornalista a rotelle” come egli stesso talvolta amava definirsi [direttore responsabile di «Superando.it» fino alla sua scomparsa, N.d.R.], avendo colto le responsabilità deз* professionistз dell’informazione nella rappresentazione – spesso stereotipata e deformante – delle persone con disabilità, mise a punto il Decalogo della buona informazione sulla disabilità qui in calce riportato.
Da allora il tema è stato riproposto in più occasioni, come, ad esempio, con Parlare civile – Comunicare senza discriminare, un progetto promosso nel 2013 dall’Agenzia «Redattore Sociale», allo scopo di fornire un aiuto pratico aз giornalistз e comunicatз per trattare con linguaggio corretto temi sensibili e a rischio di discriminazione (e ne può leggere nel sito dedicato, e nell’omonimo libro).
Eppure, tutte queste pregevoli iniziative non sono riuscite ad incidere in modo significativo sulla rappresentazione delle persone con disabilità nei media, e le notizie che le riguardano o le coinvolgono continuano a veicolare stereotipi e pregiudizi, ad oscillare tra pietismo e sensazionalismo, ad impiegare terminologie scorrette o, comunque, non in linea con le attuali conoscenze scientifiche e col paradigma delineato dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità (ratificata dal nostro Paese con la Legge 18/09).

L’idea della Carta di Olbia, un protocollo deontologico per promuovere una rappresentazione corretta e rispettosa delle persone con disabilità nei media, nasce proprio da questa constatazione. Come la stessa denominazione lascia intuire, il proposito di redigerla è scaturito proprio nella città gallurese, in occasione di un corso in tema di informazione sulla disabilità, organizzato, nel dicembre del 2019, dall’Ordine dei Giornalisti della Sardegna e da GiULia giornaliste Sardegna, in collaborazione con due organizzazioni rappresentative delle persone con disabilità: l’Associazione sensibilMente e la UILDM di Sassari (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare).
A seguito di quell’evento è stata prodotta una bozza della Carta di Olbia elaborata da Caterina De Roberto, Vannalisa Manca e Susi Ronchi, in rappresentanza di GiULia giornaliste Sardegna, in collaborazione con Veronica Asara, presidente di sensibilMente, Francesca Arcadu della UILDM sezione di Sassari e Sara Carnovali, avvocata con un dottorato in Diritto Costituzionale, nonché autrice dell’opera Il corpo delle donne con disabilità. Analisi giuridica intersezionale su violenza, sessualità e diritti riproduttivi (Aracne, 2018).

Per comprendere la rilevanza della proposta, basta riflettere sul fatto che mentre per trattare le notizie concernenti alcuni soggetti particolarmente esposti al rischio di discriminazione з giornalistз si sono dotatз di specifici protocolli deontologici, lo stesso non si può dire per le notizie in tema di disabilità. Esistono, infatti, indicazioni per trattare le notizie che riguardano з minori (Carta di Treviso), quelle in materia sanitaria (Carta di Perugia), quelle in tema di violenza di genere (Manifesto di Venezia), quelle concernenti le carceri, le persone in esecuzione penale, з detenutз o з ex detenutз tornatз in libertà (Carta di Milano), ma non esisteva, sino ad oggi, un protocollo simile per le persone con disabilità, ed è apprezzabile che esso venga definito con il loro diretto coinvolgimento.

L’importante documento, ancora in fase definitoria, è stato presentato in anteprima a Cagliari, nel corso di un evento organizzato dall’Ordine dei Giornalisti della Sardegna, lo scorso 2 dicembre. «Una proposta che apprezzo molto, in quanto è importante dotarsi di una carta di questo genere – ha dichiarato Carlo Bartoli, presidente nazionale dell’Ordine, in occasione della presentazione -. Un gruppo di lavoro dell’ODG si sta occupando della riscrittura del Testo Unico dei doveri dei giornalisti: la proposta sarà inviata a questo gruppo» (fonte: «Vita»).
«La proposta della Carta – ha spiegato Caterina De Roberto –. si ispira alla Convenzione ONU sui Diritti della Persona con Disabilità, ratificata dall’Italia nel 2009. La Convenzione riconosce infatti la disabilità come “risultato dell’interazione tra persone con menomazioni e barriere comportamentali e ambientali che impediscono la loro piena partecipazione alla società su base di uguaglianza con gli altri” e non come patologia. La persona, quindi, e non la sua disabilità dovrebbe essere al centro della comunicazione. La disabilità andrebbe raccontata solo se rilevante ai fini della notizia. Per fare un esempio: se una persona con disabilità vince un premio letterario, non è rilevante la sua disabilità. Se intervistiamo quella persona per un’inchiesta sulle barriere architettoniche o il sostegno scolastico, lo è» (fonte: «Sardinia Post»).
È dunque importante «capire subito se il dettaglio della disabilità sia giornalisticamente rilevante, diversamente non è indispensabile raccontarlo. Se invece il giornalista o la giornalista ritengono sia rilevante, occorre sempre fare riferimento alla persona: “persona con disabilità”, “persona sorda”, “persona con sindrome di Down”», come ha sottolineato Francesca Arcadu (fonte: «Nemesis Magazine»), che è anche la curatrice del glossario – anch’esso incluso nella Carta – nel quale sono illustrate alcune espressioni corrette e altre da evitare (tra queste ultime: “madri coraggio”, “bambini speciali”, “costretto/ridotto su sedia a rotelle”, “nonostante la disabilità”).

Interessante è anche l’apporto offerto da Veronica Asara che ha proposto una riflessione relativa aз caregiver, e in particolare riguardo ad espressioni come “genitori speciali” o “mamme coraggio”.
Asara si è soffermata anche sulla grave circostanza che spesso l’omicidio delle persone con disabilità da parte delз caregiver sia presentato dai media come un “atto d’amore”, e su quanto sia dannosa la narrazione che dipinge з genitorз come eroi quando questз si sostituiscono ad una funzione dello Stato, esonerando nei fatti lo Stato stesso dal provvedere all’erogazione di servizi pubblici (come è successo, ad esempio, con una madre definita “eroina” perché si è prestata ad assumere il ruolo di insegnante di sostegno di sua figlia, invece di battersi per esigere che lo Stato garantisse quel servizio).

Queste, infine, le considerazioni espresse da Sara Carnovali, che si occupa da tanti anni di Disability Law, di diritto antidiscriminatorio, e in particolare di discriminazioni multiple e intersezionali: «La narrazione mediatica delle persone con disabilità è un tema che si lega strettamente alla garanzia dei diritti fondamentali e al rispetto della dignità della persona, come si evince dall’articolo 21 (Libertà di espressione e opinione e accesso all’informazione) della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, così come dagli articoli 3 e 21 della nostra Costituzione. Per questo, la futura Carta di Olbia, che integrerà il Codice Deontologico dei Giornalisti, con riferimento alla disabilità, è tanto importante. Ci tengo per altro a sottolineare come nei corsi di formazione da cui è scaturita la Carta di Olbia abbiamo dedicato un focus specifico alla narrazione e ai diritti delle donne con disabilità, in prospettiva intersezionale, tema sul quale GiULia giornaliste e la UILDM (al cui interno esiste da molti anni il Gruppo Donne), così come sensibilMente, sono straordinarie compagne di viaggio. Mi sento grata di far parte di questo importante progetto, che attiene – in ultima analisi – alla tutela dei diritti fondamentali delle persone, tutela che passa anche dal linguaggio e dalla narrazione mediatica che viene fatta delle loro vite».

Attendiamo dunque con fiducia l’elaborazione finale del documento, ben sapendo quanto una rappresentazione corretta e rispettosa delle persone con disabilità sia strategica e funzionale alla realizzazione di società realmente inclusive per tuttз.

* In questo testo si fa uso dello schwa (ə) per il singolare e dello schwa lungo (з) per il plurale, in luogo delle desinenze femminili e maschili comunemente utilizzate quando ci si riferisce alle persone. Si tratta di un tentativo sperimentale finalizzato a promuovere l’impiego di un linguaggio inclusivo dei generi femminile, maschile e non binario (per approfondire si veda: Un linguaggio accessibile e inclusivo delle differenze tra i generi). Si consiglia anche la lettura di Vera Gheno, Schwa: storia, motivi e obiettivi di una proposta, Magazine nel sito «Treccani», 21 marzo 2022.

Responsabile di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli, Peccioli (Pisa), nel cui sito il presente contributo è già apparso e viene qui ripreso, con minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

Decalogo della buona informazione sulla disabilità
1)
 Considerare nell’informazione la persona disabile come fine e non come mezzo.
2) Considerare la disabilità come una situazione “normale” che può capitare a tutti nel corso dell’esistenza.
3) Rispettare la “diversità” di ogni persona con disabilità: non esistono regole standard né situazioni identiche.
4) Scrivere (o parlare) di disabilità solo dopo avere verificato le notizie, attingendo possibilmente alla fonte più documentata e imparziale.
5) Utilizzare le immagini, nuove o di archivio, solo quando sono indispensabili e comunque corredandole di didascalie corrette e non offensive della dignità della persona. Quando la persona oggetto dell’immagine è chiaramente riconoscibile, chiederne il consenso alla pubblicazione.
6) Ricorrere al parere dei genitori o dei familiari solo quando la persona con disabilità non è dichiaratamente ed evidentemente in grado di argomentare in modo autonomo, con i mezzi (anche tecnologici) a sua disposizione.
7) Avvicinare e consultare regolarmente, nell’àmbito del lavoro informativo, le associazioni, le istituzioni e le fonti in grado di fornire notizie certe e documentate sulla disabilità e sulle sue problematiche.
8) Ospitare correttamente e tempestivamente le richieste di precisazione o di chiarimento in merito a notizie e articoli pubblicati o diffusi.
9) Considerare le persone con disabilità anche come possibile soggetto di informazione e non solo come oggetto di comunicazione.
10) Eliminare dal linguaggio giornalistico (e radiotelevisivo) locuzioni stereotipate, luoghi comuni, affermazioni pietistiche, generalizzazioni e banalizzazioni di routine. Concepire titoli che riescano ad essere efficaci e interessanti, senza cadere nella volgarità o nell’ignoranza e rispettando il contenuto della notizia.
Franco Bomprezzi, 1999

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