Basta anche con i «condannati alla sedia a ruote»!

Apriamo una campagna di educazione rivolta a tutti i professionisti della stampa e della comunicazione a non usare più quell’espressione: non perché non ci piace, ma perché esprime una falsa visione della condizione di chi usa la carrozzina, che consente alle persone con disabilità motoria la possibilità di non essere nell’immobilità o nella dipendenza. Tra l’altro – con ironia e cinismo – sembra proprio che anche l’ASL Milano 1 sia d’accordo con questa nostra posizione…

Dito puntato in primo piano. Sullo sfondo viso sfuocato di uomoParafrasando il titolo dell’articolo di Claudio Arrigoni, pubblicato da Superando il 3 marzo scorso (Basta usare le parole «ritardo» o «ritardato»!), crediamo proprio sia ore di dire basta anche ai «condannati alla sedia a ruote!».
Già da molto tempo (anni), Franco Bomprezzi stigmatizza ad esempio i suoi colleghi della carta stampata per l’infelice e stereotipato utilizzo di questa espressione riferita a chi per incidente o malattia utilizza la carrozzina. Purtroppo inutilmente, poiché gli operatori dell’informazione continuano a considerare le persone con disabilità motoria su carrozzina dei “condannati”. È un’espressione a effetto «condannati alla sedia a ruote», e quindi è funzionale al pezzo da scrivere.

Come giustamente Bomprezzi cerca di far capire, la carrozzina non è una condanna, anzi è un mezzo che consente di muoversi a chi è affetto da immobilità negli arti inferiori. La carrozzina è un mezzo di libertà, in particolare, oggi, la carrozzina a motore.
Apriamo quindi una campagna di educazione rivolta a tutti i professionisti della stampa e della comunicazione a non usare più quell’espressione: non perché non ci piace, ma perché esprime una falsa visione della condizione di chi usa la carrozzina, che consente alle persone con disabilità motoria la possibilità di non essere nell’immobilità o nella dipendenza.
Educhiamo chi si occupa di informazione affinché rifletta – sempre citando Arrigoni – «sui danni che possono venire da quelle parole, non sempre considerate sbagliate, mentre lo sono molto».

P.s.: Con ironia e cinismo, sembra proprio che anche l’ASL Milano 1 abbia dimostrato di essere d’accordo con noi! Infatti l’Ente ha telefonato a casa di due amici (un tetraplegico grave e uno con la distrofia muscolare di Becker), che usufruivano di fisioterapia a domicilio, comunicando loro la sospensione di questo trattamento domiciliare poiché, usufruendo della carrozzina a motore, ora sono “autosufficienti” e possono recarsi… “autonomamente” presso le strutture e continuare la fisioterapia!

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