Quei “geni folli” che non conosciamo

«La società moderna – scrive Rosa Mauro, parlando Eduard Einstein e di John Charles Nash, figli di illustri padri – accetta la diversità solo se essa si traveste con caratteristiche utili, con penne e formule meravigliose. Il mondo stupisce ed è pronto ad accettare un autistico che suoni come Chopin o che dipinga come Michelangelo e finisce col pensare che chi elabora queste opere in fondo sia uno di loro, nonostante l’eccentricità, nonostante la malattia»

Eduard Einstein

Eduard Einstein

Eduard Einstein, John Charles Nash. I cognomi, forse, sono noti, il nome no… Ma cos’hanno in comune queste due persone? Uno è il figlio dimenticato di Albert Einstein, l’altro il figlio di John Nash, Premio Nobel per la “teoria dei giochi” [la sua vita ha ispirato il film del 2001 A Beautiful Mind, vincitore di quattro Premi Oscar, N.d.R.]. Entrambi sono schizofrenici ed entrambi ignoti, perché la loro malattia non ha portato come frutto teorie geniali o splendide opere per l’umanità. Se lo avesse fatto, l’umanità avrebbe sentenziato – come ha fatto per i loro due padri – che la felice “mescolanza di follia e ragione” li ha resi unici.

Come è comoda, la pazzia, quando porta al “genio utile”! Si, ho detto proprio “genio utile”… e sapete perché? Nessuno, allo stato attuale, può dire se Eduard Einstein o John Charles Nash abbiano creato cattedrali nella loro mente; nessuno può dire quante invenzioni non utili, quanti universi paralleli questi due uomini abbiano visitato. Però una cosa è certa. Questo non ha portato per noi a un risultato valutabile, misurabile. Rassicurante.
La società moderna, oggi più che mai, accetta la diversità, solo se essa si traveste con caratteristiche utili, con penne e formule meravigliose. Il mondo stupisce ed è pronto ad accettare un autistico che suoni come Chopin, dipinga come Michelangelo, elabori come il più grande calcolatore universale. E finisce con il pensare che chi elabora queste opere in fondo sia uno di loro, nonostante l’eccentricità, nonostante la malattia.

Di John Nash, ad esempio, ci fa piacere pensare come a una persona che ha vinto la schizofrenia, pure se questo non è vero, e lo stesso Nash lo nega: Nash non è meno schizofrenico perché il prodotto della sua mente diversa è qualcosa che la società riconosce come buono e giusto. La sua follia diventa sopportabile perché pensiamo che sia uno scampolo della sua umanità sopravvissuto alla malattia, non il frutto di essa.
Allo stesso modo, Einstein viene ricordato per la sua teoria sovversiva e fondamentale, e questa sua elaborazione viene estrapolata dalle sue bizzarrie di Asperger.
Ci fa comodo annoverare gli individui come John Nash e Albert Einstein come dei geni, e i loro figli – irrimediabilmente diversi – come “malati di mente” o “disabili psichici”. Ma è davvero così? La follia di Einstein che ha portato alla relatività è tanto diversa da quella del figlio, che ne ha causato la reclusione praticamente per tutta la vita in un sanatorio svizzero?

Queste riflessioni attraversano la mia mente come madre di un ragazzo autistico, come artista e come essere umano. Abbiamo noi il diritto di scegliere quale diversità preferire? È semplice e comodo relegare i due geni da un lato, i loro due figli dall’altro.
In fondo, almeno nel caso di Einstein, è stato lo stesso padre a delimitare questa sorte, non volendo mai accettare la malattia del figlio, lasciandolo alla madre, non lasciandoci che un paio di lettere a testimonianza di quella vita di sofferenza. Ma è un’idea falsa, e finché non comprenderemo quanto lo sia, continueremo a scegliere solo ed esclusivamente la diversità che fa comodo.
Mio figlio non suona come Chopin, non dipinge come Michelangelo, non calcola come un computer. Ma nella sua individualità ha la stessa dignità e diversità di chi lo fa, perché anche chi suona come Chopin o disegna come Michelangelo non fa questo per voi, lo fa perché questo fa parte del suo mondo. Il risultato è una comunicazione sublime, che desta in noi meraviglia o ammirazione?

Tutto ciò credo che dovrebbe spingerci a studiare di più, o meglio, i John Charles Nash, e gli Eduard Einstein, perché dentro di loro c’è probabilmente del meraviglioso, del sovversivo e del sensazionale che noi non siamo in grado di percepire.
Invece di costringere, di forzare i ragazzi con problemi relazionali, gli adulti con diversità mentale – e ho detto diversità, non disabilità -, a essere come noi, perché non cerchiamo in loro la chiave meravigliosa di infiniti mondi diversi?

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