42 ore sotto le macerie, senza sentire nulla

È stata l’ultima persona estratta viva all’Aquila, dopo il terremoto del 6 aprile 2009, sepolta sotto le macerie per 42 ore, senza sentire nulla, perché è sorda dalla nascita. Dopo avere riportato gravi danni fisici a un piede e a una mano, oggi la giovane Eleonora Calesini, laureatasi lo scorso anno a Urbino, è felicemente impegnata in tante attività e sta anche scrivendo un libro sulla drammatica esperienza vissuta cinque anni fa

Eleonora Calesini

Eleonora Calesini durante la fase riabilitativa (foto di Sestini Orlandi)

Il 6 aprile scorso sono passati cinque anni, da quel momento in cui all’Aquila la terra ha tremato più forte di mille e mille altre volte, in cui sono crollate case e vite.
Eleonora era lì. L’ultima persona estratta viva dalle macerie di quei palazzi diventati tombe. Nel suo morirono 19 persone. «Paura, tantissima paura. E quel buio. Il tempo che non passava mai».
Sono tante 42 ore. Quelle passate sotto le macerie. Quasi due giorni, 151.200 secondi. «Il tempo non sai se passa». Le immagini del suo ritrovamento e recupero le trasmisero nel mondo. Schiacciate da un blocco di cemento una mano e una gamba. «Pensavo me la amputassero». Senza sentire nulla. Perché Eleonora è sorda dalla nascita.
«Ho un impianto cocleare, me l’hanno messo che avevo 5 anni e mezzo e lo avevo cambiato poco prima di partire per l’Aquila». Eleonora Calesini non sente, come suo fratello, in una famiglia dove nessun altro, a partire da mamma Lidia e papà Luigi, ha problemi di udito.
Frequentava l’Accademia dell’Immagine, importante scuola di cinema, sua passione insieme alla pallacanestro. Non può più giocare: «Mi è rimasto un piede semiparalizzato e una mano senza forza». La sua squadra era a Montecchio, bel posto di basket femminile, ora rimane il mito di MJ o il tifo per Kobe Bryant e i Lakers di Mike D’Antoni al piano nobile dell’NBA.
Ma dopo aver visto la morte, le priorità cambiano: «Mi manca non praticare sport, tanto, prima era fondamentale. Ma vedo il mondo diversamente, ci sono cose più importanti. Quando avevo 17 anni e notavo qualcuno a cui mancava una gamba o altro, mi dicevo: “È meglio morire”. Mi sentivo forte. Dopo quello che mi è successo, mi è cambiato il punto di vista».

Aveva compiuto 20 anni da pochi giorni, quella notte del 6 aprile 2009. La scossa più forte poco dopo le 3, ma la paura era da giorni. Nel crollo, era rimasta sepolta sotto le macerie di quel palazzo di cinque piani, ma l’aiutò il fatto di essere magra : «Mi sono salvata per questo, incastrandomi miracolosamente in una nicchia di muro», raccontò a Fabrizio Caccia sul «Corriere della Sera».
All’Aquila, Elly viveva con altre studentesse, arrivando da Mondaino, pochi chilometri da Rimini, non di mare e non di terra. Una stanza con altre tre. Una era tornata a casa, un’altra ancora era andata a dormire in auto con il fidanzato, non si fidava a stare lì. Erano lei ed Enza, in quell’appartamento al primo piano. Recentemente lo ha raccontato in un bell’incontro all’Università di Reggio Emilia, in occasione della Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità. «Abbiamo messo i letti vicini perché avevamo paura. Appena tutto ha cominciato a tremare fortissimo, mi sono alzata, ma non riuscivo a scappare. Ero vicino alla porta, quando c’è stata la scossa e crollava tutto e sono andata giù. Prima di dormire toglievo sempre l’impianto, quindi non sentivo nulla. Ero bloccata, avevo una gamba e una mano schiacciate, aspettavo qualcuno, però il tempo passava, non potevo sentire nulla, non vedevo nulla, c’era buio, avevo tantissima paura, ma tantissima. Il tempo passava, ma il tempo non passa mai quando sei lì sotto, due ore o sei ore ma tu non lo sai, non ti rendi conto. Scatta l’istinto di sopravvivenza, non ne potevo più di stare sotto, le speranze morivano, io volevo morire, soffrivo, non ne potevo più. Ho pregato, tanto, sono credente e non smettevo di pensare a famiglia e amici. Ho visto muovere qualcosa e allora ho urlato e ancora urlato. Ma non sentivo. Ho visto la luce, è stato bellissimo, mai provato una sensazione così. Ogni volta che ci penso ho i brividi, ero felicissima, nonostante fossi messa male».

Non è stato facile riprendere. «Mesi di depressione, chiudevo gli occhi e vedevo che tutto crollava. Fondamentali sono stati la famiglia e gli amici».
Eleonora ha ripreso a studiare, dopo quattro mesi era all’Accademia di Belle Arti a Urbino. «Non volevo stare ferma». Intanto frequentava anche l’Accademia del Cinema Nazionale di Bologna.
Nel febbraio dello scorso anno si è laureata ad Urbino; la tesi è stata il suo primo corto, Circus (ne è disponibile anche il backstage).
Insieme ad amici lavora nell’associazione cinematografica Toby Dammit di Cattolica (Rimini),  che organizza «proiezioni, spettacoli, dibattiti, conferenze, inchieste, corsi, pubblicazioni, seminari, utilizzando soprattutto il cinema e gli altri mezzi audiovisivi». Intanto sta scrivendo un libro sui fatti dell’Aquila, sui quali ha già pronto un bellissimo soggetto per un lungometraggio (ma si può adattare anche a un corto, basta trovare chi ci crede e, davvero, varrebbe la pena crederci), che aspetta un produttore.
«Quando studiavo volevo andare a Londra. Chissà, magari andrò. Ma ora vivo nel presente, mi piace quello che faccio. E sono felice, sì».

Testo già apparso – con il titolo “Storie dimenticate/ Eleonora, quelle scosse a L’Aquila senza rumori” – in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it». Viene qui ripreso, con alcuni riadattamenti al diverso contesto, per gentile concessione.

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