Le Paralimpiadi, che insegnano a fare squadra

«La grande esposizione mediatica delle Paralimpiadi di Rio de Janeiro – scrive Simonetta Morelli, dopo avere seguito la Cerimonia di Apertura dell’evento – è importante per portare sempre più persone fuori, a praticare sport, a fare amicizia, a vivere il rapporto con se stessi in maniera più impegnativa, esigente, intima e profondamente propria. E si impara a fare squadra. E facendo squadra si migliora la cultura e si abbattono le barriere: quelle architettoniche che sono frutto di quelle mentali e che limitano i rapporti interpersonali»

Azzurri alla Cerimonia di Apertura delle Paralimpiadi di Rio de Janeiro 2016

La delegazione azzurra che ha sfilato alla Cerimonia di Apertura delle Paralimpiadi di Rio de Janeiro 2016, con la portabandiera Martina Caironi

«Sta tremando lo stadio», dice Lorenzo Roata a Claudio Arrigoni, i due giornalisti che da d’anni seguono l’evolversi del mondo paralimpico. Si sono ritrovati insieme ancora una volta a commentare per Raidue la Cerimonia di Apertura dei Giochi Paralimpici di Rio 2016.
Speravamo che fosse così, che si arrivasse a dire «sta tremando lo stadio». Che poi è il Maracanà, calcio allo stato puro, senza pista d’atletica. Un monumento più che uno stadio. Un tempio. È un onore incommensurabile, calpestarlo da atleti.
E ancora una volta è bellezza. La Cerimonia non ha tradito le aspettative. Carica di significati e di simboli, commovente e suggestiva, ancora una volta è stata il contenitore di mille storie di coraggio e di forza. Com’è sempre nello sport. Ma questa volta c’è di più.

Dopo la svolta di Londra 2012, c’è una maggiore consapevolezza del valore assoluto dello sport paralimpico e l’altra notte ne abbiamo avuto la prova: la gente vuole le Paralimpiadi, comincia ad amare i campioni, a gustare la raffinatezza di pensiero che sottende la ricerca di sempre nuovi modi che permettano, anche alle abilità più residuali, di mettersi in gioco.
C’è un pubblico non disabile che oggi è curioso di fronte a discipline sconosciute, affascinato dagli adattamenti che sono stati sperimentati per permettere agli atleti di compiere quei gesti che lo fanno entusiasmare ed esultare: «Gli amanti del calcio non perdano il Brasile dei ciechi che giocano a calcio!» ha sollecitato, con immensa gioia, Roata.

Un milione e mezzo di biglietti venduti e tremila giornalisti presenti, che informeranno tutto il mondo di quanto accadrà a Rio, dicono che Londra 2012 non è stata una «bolla felice e isolata», come giustamente temeva all’epoca Claudio Arrigoni.
Bisogna però che giornalisti e operatori della comunicazione, in occasione della Cerimonia di Chiusura dei Giochi Olimpici passino il testimone alle Paralimpiadi, invece di chiudere l’evento risolutivamente. D’altra parte, il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) pretende che le città candidate prendano il “pacchetto” per intero, organizzando sia le Olimpiadi che le Paralimpiadi. Non ha dunque senso chiudere le Olimpiadi senza annunciare le Paralimpiadi.

«Queste saranno le Paralimpiadi del cuore», ha annunciato Claudio Arrigoni, «il cuore non conosce limiti». E un cuore anatomico e pulsante si è formato sul grande puzzle composto con le foto dei visi di tutti gli atleti, al centro della scena. «Vietato stupirsi, obbligatorio appassionarsi», ha aggiunto Lorenzo Roata: un invito ad andare oltre le emozioni, per abbracciare il valore dello sport paralimpico nella realtà di tutti i giorni.
Così è stato per le persone che a seguito di una disabilità, hanno recuperato forma, autostima e obiettivi. «Mai vergognarsi della propria diversità», chiosa Arrigoni. Ai Giochi sono presenti atleti con le più diverse disabilità. Non importa quanto sia grave, la disabilità. Importano invece le abilità. E non si molla, mai. Ecco perché lo sport più rappresentativo dei Giochi è boccia, disciplina simile a quella delle bocce, praticata però da atleti con paralisi cerebrale dagli esiti gravissimi. Appena in grado di muovere la testa, azionano un joystick con la bocca (o come hanno imparato a fare), che muove appunto una boccia.

La grande esposizione mediatica di quest’anno è importante per portare sempre più persone fuori, a praticare sport, a fare amicizia, a vivere il rapporto con se stessi in maniera più impegnativa, esigente, intima e profondamente propria. E si impara a fare squadra. E facendo squadra si migliora la cultura e si abbattono le barriere: quelle architettoniche che sono frutto di quelle mentali e che limitano i rapporti interpersonali.
La squadra italiana, è la più ricca di sempre, formata da ben 101 atleti più cinque guide. Molte le delegazioni con diverse centinaia di atleti. Anche la giovanissima squadra cinese, nata per obbligo solo con i Giochi di Pechino del 2008, per via della regola fissata del Comitato Paralimpico, che impone al Paese ospitante di organizzare Olimpiadi e Paralimpiadi, oggi si è trasformata in un progetto di studio, di sport e di vita per i giovani cinesi con disabilità. E ha portato a Rio 400 atleti.
«Lo sport paralimpico cambia la nostra percezione del mondo», diceva lo scienziato Stephen Hawking a Londra, nel 2012.

E queste sono anche le Paralimpiadi della famiglia. Dietro infatti ad ogni persona con disabilità, c’è tanto lavoro proprio e altrui. C’è un lavoro di squadra tra famiglia, figure professionali di vario tipo, dai terapisti della riabilitazione ai docenti, dagli allenatori ai compagni. È questa la “squadra” che allena, ogni giorno nella vita, una persona con disabilità.
E penso poi al Projeto Bota no Mundo: bambini non in grado di camminare che giocano a calcio con i loro padri, grazie a una speciale calzatura doppia che permette a padri e figli di calzare insieme la stessa scarpa. Così il bambino fa lo stesso movimento del papà. Tirare un rigore e fare gol è possibile anche a loro. Queste coppie di padri e figli (uno era un nonno) hanno introdotto il momento più alto della Cerimonia d’Apertura di Rio, portando la bandiera paralimpica con i tre agitos: Corpo, Mente e Spirito. Un trionfo. Una lentezza, la loro, che ha permesso al pubblico di sciogliere l’emozione e gioire con quei bambini che non stavano fermi. Un capolavoro.

È l’elogio dell’imperfezione che racconta altre proporzioni. La disabilità è una condizione umana complessa, ma non meno pura rispetto alle perfette proporzioni dell’Uomo Vitruviano. L’uomo imperfetto è magico, sembra dire un altro quadro della Cerimonia, come le immagini di un caleidoscopio che costringe chi lo usa a stupori da bambino. È così che si deve guardare all’altro, chiunque altro, perché è diverso. «Ognuno di noi è un colore diverso. Siamo tutti colori diversi», commenta Arrigoni, citando la celebre True colors.
Corpo, Mente e Spirito, i tre agitos, sventolano dall’altra notte sul Maracanà: dove non arriva il Corpo arriva la Mente; dove non arriva la Mente, arriva lo Spirito. Nessuno sarà escluso, mai.

Testo già apparso in InVisibili, blog del «Corriere della Sera.it», con il titolo “Il cuore senza limiti che ha aperto le Paralimpiadi” e qui ripreso – con minimi riadattamenti al diverso contenitore – per gentile concessione.

Stampa questo articolo