Ma quando sento parlare di “disabilicidio”…

«Non credo nel “disabilicidio” – scrive Antonio Giuseppe Malafarina – come meccanismo di risposta di un genitore alla soluzione dei problemi del figlio. Il termine mi ripugna. Cioè non penso che l’uccisione di un figlio si possa spiegare solo attraverso la sfiducia nella società. Ma la società non può permettersi di prestare il fianco alla creazione di un pensiero simile. Non può la società rendersi compartecipe morale di un reato. Non può indurre un cittadino a pensare di poter compiere l’illecito. Se lo fa vada sul banco degli imputati. Senza sollevare alcuna scusante»

Grazia Famiglietti, "Riflessione"

Grazia Famiglietti, “Riflessione”, olio su tela

Mi accingo a setacciare pensieri che porteranno alla rivelazione di un messaggio scomodo. Purtroppo non riesco a tacere le mie sensazioni di fronte ad un certo parlare. Quando sento dire di «troppo amore», di «solo chi vive una condizione può comprendere e parlarne» e di fronte a neologismi come «disabilicidio» rabbrividisco. Cercherò di essere lineare nel ragionare ad alta voce.

Cominciamo col lessico. «Troppo amore» è un’antitesi bella e buona. L’amore ha un’inconfutabile valenza positiva. Non c’è un amore negativo. Se c’è negatività, in linea di principio non è amore. L’avverbio “troppo” ha una connotazione negativa legata all’eccesso, termine che deriva dal latino e che conduce al concetto di oltrepassare. L’amore può mai essere eccessivo? No. Quando assume i contorni dell’eccesso non è amore, proprio perché l’eccesso ha una valenza negativa che l’amore non ha. Il troppo amore non esiste. L’amore è tanto, tutt’al più, mai troppo. Non si agisce per troppo amore.

Avanti con il ragionamento: «Chi non vive una situazione non può capirla». Inaccettabile. Se questo fosse vero, non esisterebbero filosofia, psicologia, psicoanalisi, scienza, arte e tutto lo scibile umano sarebbe nelle mani di pochi eletti in grado di viverlo. Quanti di noi sono scienziati? Quanti hanno capito che cosa sia il bosone di Higgs? Forse non tutti e forse non molti, ma sicuramente più degli scienziati. E se non fosse data la possibilità di comprendere, vivremmo in una società priva di conoscenza, di libertà di pensiero e vittima di totalitarismo di idee e di ideali. Nessuno può vivere perfettamente la situazione di un altro, nemmeno il gemello di un gemello omozigote che vive in maniera identica all’omologo. Ma questo non vuol dire che non ci si possa identificare. Che non si debba fare lo sforzo di farlo e non si debba essere messi in condizione di poterlo fare. Vade retro a chi pone il veto a chi non vive una data condizione.

Capitolo neologismi. Con il meraviglioso Sabatini che sdogana il congiuntivo e il pleonasmo, e l’Accademia della Crusca – di cui è presidente onorario – che affida ai posteri la sentenza su “petaloso”, i più disattenti potranno pensare che oggi sia lecito tutto nel linguaggio, come in amore. Invece no. Il richiamo dei maestri della lingua è all’apertura con un piede nella tradizione e l’occhio vigile sui cambiamenti sociali.
Allora, esiste la sistematica repressione delle persone con disabilità? La ripetitività genitoriale dell’eliminazione del fragile disabile, tanto da parlare di “disabilicidio”? Sì, l’eliminazione è esistita, e si chiamava eugenetica! Ma mica solo nella Germania hitleriana. Faceva parte della cultura scientifica primo novecentesca, finanche negli Stati Uniti, per dire. Evitare la nascita di menti imperfette, attraverso la sterilizzazione, aveva la sua ragione d’essere che, naturalmente, io aborro in ogni modo.

Forse avremo un futuro senza disabilità, ci spero ma non ci credo. Ma questo, dal mio punto di vista, non potrà passare dalla soppressione di ciò che non corrisponde ai canoni della perfetta salubrità. Intanto la disabilità esiste e quando un genitore uccide un figlio con disabilità, ci confrontiamo con quello che alcuni chiamano “disabilicidio”. Una parola pulita, ben costruita, che indulge sul lato dell’omicidio in nome del prefisso. Anzi, è il termine disabile che inghiotte il suffisso -cidio, indorando il crimine. È come se l’appartenere al mondo della disabilità ripulisse l’omicidio della sua connotazione criminale. Perché?
Perché ci fa paura trovarci nella situazione di un genitore che pur amando smisuratamente il suo figlio, non ha altro sbocco che affidarlo alla morte quando lui non è più in grado di occuparsene. La nostra coscienza sentenzia in questo modo. Compatisce per manifesta incapacità a trovare valide risposte alternative. Sto emanando una sentenza con atteggiamento presuntuoso, lo so. Ma guardo, conosco, mi informo e, pur non essendo un esperto di psicologia, mi esprimo. Condannatemi, ne avete titolo.

Vivere con disabilità grave o gravissima è difficile. Me ne accorgo tutti i giorni quando apro gli occhi. Nei sogni, a volte, si sta meglio. Aprire gli occhi è dura quando ti trovi affidato alle cure della tua famiglia. Quando i tuoi caregiver sono due anziani genitori e a te ti si strazia il cuore a vederli sacrificarsi per te. Se uno di loro mi uccidesse, sarebbe un “disabilicidio”. Ma cosa direbbe il Lettore? Che un padre ha ucciso un giornalista oppure che ha ucciso una persona con disabilità? Chi uccide cosa? Il punto di vista conta. Il titolo di studio, la professione, il ruolo contano? Bisogna farsi un esame di coscienza.
Tu, politico con le tue leggi incompiute, compi un quotidiano disabilicidio. Tu, che non ti curi delle difficoltà di chi ti sta accanto di porta, d’ufficio o per strada, compi un quotidiano disabilicidio. Tu, che usi le parole sbagliate, compi un quotidiano disabilicidio. Tu, che a scuola fai il prepotente con il debole, compi un quotidiano disabilicidio. Tu, che occupi il posto riservato ad altri, compi un quotidiano disabilicidio. Tu, che non punisci chi non rispetta la legge, compi un quotidiano disabilicidio. Tu, tu, e tu ancora… Decine, centinaia, milioni di tu. Miliardi di tu.
Perché un reato è un reato e va condannato. Per un genitore che uccide disperato, altri disperatamente continuano a sperare. Non ha senso chiedere la grazia per chi uccide una persona con disabilità, se contribuiamo a creare una società che induce un padre a compiere un reato sospinto dalla sfiducia per una società che noi abbiamo creato.
Non credo nel “disabilicidio” come meccanismo di risposta di un genitore alla soluzione dei problemi del figlio. Il termine mi ripugna. Cioè non penso che l’uccisione di un figlio si possa spiegare solo attraverso la sfiducia nella società. Ma la società non può permettersi di prestare il fianco alla creazione di un pensiero simile. Non può la società rendersi compartecipe morale di un reato. Non può indurre un cittadino a pensare di poter compiere l’illecito. Se lo fa vada sul banco degli imputati. Senza sollevare alcuna scusante.

Riflessioni già apparse in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it», con il titolo “Disabilicidio, sul banco degli imputati”. Vengono qui riprese, con minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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