Essere giovani, al Sud e con disabilità

Si chiama “La partecipazione dei giovani con disabilità nelle Regioni del Sud”, un’interessante ricerca realizzata dalla FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) e dall’Associazione Nuovo Welfare, dai risultati quanto mai significativi e poco o nulla confortanti, anche dopo le recenti aspettative innescate dalle volontà del Governo Monti a favore del Sud

Ombra di persona in carrozzina e di assistente che la spingeGiovani
All’inizio di giugno l’ISTAT ci disegna uno scenario da brivido: la disoccupazione giovanile (under 24) ha toccato il 29,1%. Un elemento ancora più significativo riguarda i ragazzi che non studiano e non cercano lavoro (i cosiddetti Neet): la loro rilevanza ha raggiunto il 22,7% della popolazione fra i 14 e i 24 anni. Studi dello SVIMEZ [Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno, N.d.R.] spingono l’incidenza della disoccupazione giovanile oltre il 35%, con uno “strabiliante” 51,8% per le giovani donne del Mezzogiorno.
Tanto per rendersi conto della dimensione, solo quantitativa, del problema, è come se Roma fosse interamente abitata da disoccupati, vecchi e bambini inclusi.

Sud
Nel 2013 è previsto che il PIL italiano aumenti di un miserabile e preoccupante 0,3%. Nel Mezzogiorno scenderà a -0,1%. Ma non è questo il dato più eclatante della frattura socio-economica del nostro Paese.
Lasciando agli insigni quanto inascoltati meridionalisti tutte le altre considerazioni del caso, è il fattore “spesa sociale” che più inquieta. L’ultima elaborazione ISTAT (per altro su dati riferiti al 2008, prima cioè dei poderosi tagli ai trasferimenti agli enti locali) indica all’ultimo posto della spesa per interventi e servizi sociali la Regione Calabria. Seguono Molise, Campania, Puglia e Basilicata. Un primato forse noto ai più, ma è illuminante scoprire che l’Emilia Romagna, per gli stessi servizi, spende oltre cinque volte rispetto a quanto si spenda in Calabria. E quelle stesse Regioni detengono – guarda caso – anche il primato negativo per famiglie a rischio di povertà o esclusione, famiglie con grave deprivazione, famiglie a intensità lavorativa molto bassa, lasciando intuire la correlazione fra impoverimento e assenza di investimenti nel sociale.

Giovani e Sud
Già affrontare queste due macrotematiche in modo combinato è assai impegnativo. Inserire anche una terza variabile, la disabilità, e farne oggetto di ricerca sociale è tanto ardito quanto stimolante. Ci hanno provato la FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), in collaborazione con l’Associazione Nuovo Welfare.
I risultati della ricerca La partecipazione dei giovani con disabilità nelle Regioni del Sud, realizzata da un team di lavoro diretto da Daniela Bucci, sono stati pubblicati di recente e sono disponibili on line.

Partecipazione e inclusione
Qual è il livello di partecipazione e di inclusione sociale degli adolescenti con disabilità (15-19 anni) nei vari ambiti della vita sociale? Le ricercatrici hanno tentato di comprenderlo indirizzando l’indagine in due direzioni.
La prima: cosa hanno realizzato le Regioni (Campania, Calabria, Puglia, Basilicata, Sicilia, Sardegna) in termini di iniziative, se non di politiche, per favorire la partecipazione/inclusione dei giovani con disabilità?
La seconda: come vivono o come ricercano la partecipazione i giovani con disabilità al Sud?

“Politiche” per i giovani
Definire “politiche” l’elenco delle iniziative e degli interventi che, con puntualità e dopo aver intervistato i responsabili regionali, le ricercatrici ricostruiscono nel loro report non è solo un ardito eufemismo: è falso.
In generale, infatti, gli interventi per i giovani (non con disabilità) sono caratterizzati da una forte limitazione delle risorse dedicate, da una scarsa progettualità compensata solo apparentemente finanziando progetti terzi, da uno scoordinamento con altre politiche (lavoro, istruzione ecc.), dall’assenza di continuità nel tempo, dal privilegiare l’attivazione di servizi o monitoraggi, anziché azioni molto concrete. Ne emerge un quadro di progetti limitati nel tempo, nel numero dei soggetti coinvolti e dall’impatto effettivo scarso su problemi di ben più ampia consistenza.
In tutto questo, l’attenzione ai giovani con disabilità è pressoché assente, salvo alcune occasionali iniziative destinate a rimanere nell’ambito dello sperimentalismo. Favorire la pratica delle arti marziali fra i non vedenti, ad esempio, è un ameno obiettivo, ma rimane qualche riserva in termini di incisività.
Amaro, poi, è constatare come il fenomeno della dispersione scolastica sembra essere secondario proprio nelle Regioni in cui assume contorni endemici. Lo rimarchiamo citando le più recenti indagini (ISFOL – Istituto per lo Sviluppo della Formazione Professionale dei Lavoratori, maggio 2012): nel nostro Paese abbiamo raggiunto un altro triste record. I giovani di età compresa tra i 14 e i 24 anni che non terminano gli studi raggiungono una soglia altissima, il 18,8%, con tutto ciò che questo comporta in termini di opportunità lavorative. Solo nell’ultimo anno, ad esempio, un vero e proprio “esercito” di 114.000 ragazzini tra i 14 e i 17 anni ha lasciato gli studi. In testa a questa classifica chi c’è? Sicilia, Sardegna, Puglia, Campania, con percentuali che vanno dal 23 al 26%.

I giovani con disabilità
E in questo contesto, come reagiscono (se lo fanno) i giovani con disabilità? Quanto partecipano alle decisioni, anche le più quotidiane, che li riguardano? Quanto sono realmente inclusi? Per l’indagine esplorativa le ricercatrici hanno analizzato 528 questionari, somministrati ad altrettante persone, con varie disabilità, in Sicilia, Sardegna, Basilicata, Puglia, Campania e Calabria.
I questionari investono in modo completo la quotidianità delle persone, centrandone molte sfaccettature e consentendo di ventilare convincenti interpretazioni su quali siano le risorse e i limiti delle agenzie di socializzazione (famiglia, scuola, ecc.) e i conseguenti vissuti e aspettative dei giovani intervistati.
Si tratta di un’analisi per molti versi “pionieristica”, che tuttavia offre solidi spunti di riflessione sul ruolo nella famiglia, sulle reti amicali, sulla soddisfazione rispetto alla propria situazione attuale e le aspettative rispetto alle prospettive future. E ancora sulla partecipazione scolastica, nel tempo libero, nella politica. La costruzione ad hoc di alcuni indici favorisce non poco la lettura.
Ad esempio, combinando le risposte sulla partecipazione alle decisioni e sulla libertà relazionale, le ricercatrici elaborano un indice di libertà familiare che quantifica l’autonomia di cui godono i ragazzi con disabilità interagendo con le loro famiglie, sia nelle scelte che riguardano la propria vita che nella gestione delle amicizie. Grazie a questo indicatore e ai “profili” di risposte, si possono individuare alcune tipologie di individui. Quella dei controllati, che rappresenta l’8,5% del totale, non può contare su alcuna libertà decisionale; il gruppo più numeroso (50,8%) è quello dei dipendenti, che godono di una libertà limitata a pochissime situazioni.
Solo una minima parte degli intervistati (3,8%) può essere considerata emancipata, cioè nella condizione di gestire autonomamente decisioni e relazioni interpersonali. Il quadro che ne esce è quello di una prevalenza di famiglie molto protettive che spesso “contengono” la partecipazione e l’inclusione dei propri figli.
Un altro bell’esempio di analisi riguarda le aspettative future di questi ragazzi rispetto a se stessi e al mondo che li circonda, un intricato complesso di fiducia nelle proprie capacità, ma anche in quelle della società. Tema forte. Qui le ricercatrici – combinando le risposte degli intervistati sulle previsioni per il loro futuro, sia professionale che personale – hanno realizzato uno specifico indice di prospettiva futura, che consente di evidenziare come incerti e pessimisti rappresentano oltre il 60% del campione. Mentre gli ottimisti e i fiduciosi superano di poco la soglia del 20%.
Uno scenario di sfiducia consolidata o insinuante del tutto comprensibile, oltreché molto insidiosa.

Leggere l’indagine
È una lettura, quella di questa indagine, certamente da consigliare vieppiù dopo le recenti aspettative innescate dalle volontà (non ancora formalizzate) del Governo Monti a favore del Sud e, en passant, dei giovani.
Com’è noto, infatti, il Consiglio dei Ministri (maggio 2012) ha riprogrammato ben 2,3 miliardi di euro dei Fondi Strutturali Europei, che finora erano stati sottoutilizzati o male impiegati. Andranno al Sud, o meglio a Calabria, Campania, Puglia, Sicilia (Basilicata e Sardegna rimangono escluse per motivi che qui non approfondiamo).
Negli intenti del Governo, di quella “cifrona” solo una minima parte sarà destinata a interventi sui giovani: 220 milioni di euro per contrastare la dispersione scolastica, 50 milioni per incentivare l’apprendistato con bonus ad hoc e altri 50 milioni che dovrebbero essere destinati all’autoimpiego e all’imprenditorialità. Sembrano una “paccata” di soldi, ma in realtà la dimensione quantitativa e qualitativa delle questioni è tale da renderli sicuramente insufficienti.
Se poi si rilegge la ricerca di FISH e Nuovo Welfare, è agevole comprendere come questi nuovi (e potenziali) stanziamenti non siano affatto di importo superiore a quelli fino ad oggi gestiti dalle Regioni e nel frattempo oggetto di taglio. Inoltre, anche i nuovi trasferimenti avranno il solito limite della temporaneità, il che impedisce una programmazione di medio-lungo periodo.
E – manco a dirlo! – niente di specifico all’orizzonte per i giovani che abbiano anche una disabilità.

Direttore editoriale di Superando.it, responsabile del Servizio HandyLex.org. Il presente testo è già apparso in «WOL – Welfare On Line», rivista dell’Associazione Nuovo Welfare (n. 4 ,maggio 2012), con il titolo “Essere giovani, essere al Sud, essere con disabilità” e viene qui ripreso – per gentile concessione – con minimi riadattamenti al contesto.

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