La favola brutta

È certamente questo, secondo Giorgio Genta, l’unico titolo possibile, per una riflessione dedicata «alle strutture di assistenza, alle cooperative fintamente sociali e alla qualità della vita delle persone con disabilità in dette strutture ricoverate». E sottolinea che quando queste ultime superano i sessanta posti letto, chi vi è ricoverato diventa puramente «un numero, a costi altissimi e con operatori sottopagati»

Ombra di persona con disabilitàMi perdonino i Lettori i riferimenti letterari che da qualche tempo assillano chi scrive («la favola bella che ieri t’illuse» [da “La pioggia nel pineto” di Gabriele D’Annunzio, N.d.R.]), segnali certi del galoppare sfrenato di quella che un dì lontano si definiva demenza senile, ma non trovo titolo più calzante di questo, per una riflessione sulle strutture di assistenza, sulle cooperative fintamente sociali e sulla qualità della vita delle persone con disabilità in dette strutture ricoverate.

Non faremo naturalmente di ogni erba un fascio, anche se i troppi esempi quotidiani che balzano agli “onori” delle cronache indurrebbero facilmente a tale semplificazione. Diremo invece che in alcuni rari casi esistono piccole strutture, ove, per la gentilezza d’animo degli operatori e per l’interesse della società civilissima circostante, le persone con disabilità che le abitano ricevono un trattamento umano e umana resta la loro esistenza, pur nelle difficoltà delle singole situazioni esistenziali.
Credo tuttavia di aver letto recentemente che ci abbia pensato il Governo ad annullare queste rare possibilità, vietando di fatto la creazione di strutture inferiori ai sessanta posti letto. Sopra questa cifra si è solo numeri, dodici minuti di assistenza dedicata su ventiquattr’ore, tre cambi di pannolone al giorno, poi vivi o morti poco cambia.
E per vivere (?) in lager del genere, si paga – paghiamo sempre noi, direttamente come famiglie, indirettamente come società – 250, 300, 400 euro al giorno, con punte di 600-800 euro. E gli operatori che vi lavorano e quindi ci vivono anch’essi, almeno in parte, oppure che prestano assistenza domiciliare, guadagnano (quando in regola) circa 6 euro all’ora, costandone 23-25 all’ente pagatore. Altro che “cuneo fiscale”! Neppure la più sfrenata fantasia da “finanza creativa” saprebbe definire decentemente tale divario.
Un’unica spiegazione. Ci siamo addormentati tutti! Ma il sonno, oltre che impedire la dovuta vigilanza, se interessa la ragione, come dipinse Goya, genera mostri!

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