Dobbiamo solo essere noi stessi

«Non dobbiamo dimostrare nulla di eccezionale – scrive Franco Bomprezzi, rivolgendosi direttamente ad Antonio Giuseppe Malafarina, che su queste stesse pagine aveva raccontato una sua giornata da “persona con debolezza” -, dobbiamo solo essere autenitici, essere noi stessi. Così come siamo. Che poi non è niente male»

Franco Bomprezzi e Antonio Giuseppe Malafarina a "ReaTech Italia 2013"

Franco Bomprezzi (a sinistra) e Antonio Giuseppe Malafarina, a “ReaTech Italia 2013”

Caro Antonio, ancora una volta ciò che scrivi sfiora e smuove, emoziona e interroga ciascuno di noi, perché nel rivelare te stesso affronti temi universali, senza la pretesa di trarne conclusioni e giudizi generali, ma agisci con gli strumenti della parola, del racconto autentico, dell’esperienza di vita. Una vita particolare, resa tale da un evento accidentale, e da quel momento riempita di alti e di bassi, di problemi fisici, di riflessioni morali. Un punto di osservazione della realtà: ognuno di noi ha il proprio, è che a volte non se ne rende conto, e non utilizza il pensiero per mettere in ordine i pezzi della vita, le sfumature dell’esistere.
Hai narrato la tua debolezza trasformandola in un momento quasi “epico”, avvicinando tutti noi all’esperienza vissuta da te e anche dai tuoi splendidi genitori, e infatti le tue riflessioni stanno giustamente viaggiando sul web e credo verranno custodite gelosamente da chi le ha lette, mentre in molti hanno già trovato le parole giuste per commentare, per esserti vicino, come è giusto.

Il tuo apparente attacco di panico al momento di un lunghissimo trasferimento in auto per raggiungere la località di villeggiatura, 1.300 chilometri fra sussulti e scosse, inevitabili, seduto sulla tua carrozzina elettrica, è stato secondo me un momento di consapevolezza, un impulso fortissimo partito dal tuo organismo e dal tuo cervello, un segnale corretto di pericolo e di allarme, che si è tradotto in un ordine perentorio: torniamo indietro!
Certo, il dispiacere, la sensazione di avere procurato un dolore soprattutto ai tuoi genitori, che dedicano ogni giorno a garantire a te la migliore qualità di vita possibile, sapendo che da solo non sei in condizione di compiere molti degli atti fondamentali, ti avranno fatto provare un comprensibile senso di colpa. Ma non è così. Non è colpa di nessuno. Ci sta, può succedere, ed è giusto quello che avete fatto.

Forse è accaduto perché tu potessi raccontarlo a tutti. Forse era necessario per aiutarci a ragionare sul senso del limite. Le persone con disabilità vivono ogni giorno sotto la pressione di stimoli e di confronti, amplificati dalla facile diffusione di singole esperienze, di viaggio, di vita, di sport, di affetti, persino di sesso. A volte si ha la sensazione di non essere nessuno se non fai almeno qualcosa di eclatante. Siamo tutti inseriti in una società performante e selettiva, che tende ad attribuire merito e prestigio a chi osa di più, a chi supera gli ostacoli, a chi raggiunge livelli di assoluta parità con chi disabile non è.
Non nego che la molla dell’emulazione sia comunque positiva in molte circostanze e che gli stimoli provenienti dalle altrui esperienze costituiscano un bagaglio al quale attingere, specie nei momenti di difficoltà. Eppure credo che ci sia un errore, un pericolo, una ferita, in questo meccanismo sfidante. Rischiamo di perdere la consapevolezza di noi stessi. Ascoltiamo sempre meno il nostro corpo, i suoi segnali, a partire dal respiro, dal battito del cuore, dal funzionamento degli arti, dalla fatica nel compiere i gesti, i movimenti, le azioni che gli altri fanno senza apparente sforzo.
Siamo molto spesso concentrati sul superamento del limite, e non sulla sua corretta accettazione. Che non significa passività rassegnata, tutt’altro. Conosci te stesso: da tremila anni è una buona regola da seguire. I Greci se ne intendevano. Non siamo in condizione di dedicarci agli altri se non abbiamo rispetto per il nostro io più profondo, che non è solo carne e aspetto esteriore, ma è il complesso biologico e mentale che ci caratterizza e ci rende unici, e differenti gli uni dagli altri, anche nella disabilità.
Troppo spesso, nell’immaginario collettivo, le persone con disabilità sono un “unicum” indifferenziato. Basta invece guardare la foto qui sopra pubblicata, che ci ritrae vicini sul palco di ReaTech, nell’ottobre scorso, in Fiera a Milano, per rendersi conto delle differenze di postura, di organismo, e anche di età.

Se c’è un lavoro ancora da compiere è forse proprio questo, e riguarda sia le persone con disabilità che tutti coloro con cui entrano in relazione, occasionale o permanente. Non dobbiamo dimostrare nulla di eccezionale. Dobbiamo solo essere autentici, essere noi stessi. Così come siamo. Che poi non è niente male.
Buona vita, amico mio!

Direttore responsabile di «Superando.it».

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