Quel che fanno le Università

«Mi sembra che quest’analisi vada quanto meno integrata», scrive Elena Colombetti, rispondendo a Giampiero Griffo, che aveva parlato, su questa pagina, di una ricerca sulla disabilità «rimasta reclusa nell’àmbito medico, con le Università disinteressate alla questione». E ricorda in tal senso il lavoro svolto dal Centro di Ateneo di Bioetica dell’Università Cattolica di Milano, «senza escludere che anche altri Atenei stiano portando avanti iniziative analoghe»

Realizzazione grafica di logo con la carrozzina incatenatoL’osservazione di Giampiero Griffo apparsa in «Superando.it», nell’articolo intitolato La ricerca ci riguarda, ma quale ricerca?, mette in luce una questione importante: il tema della disabilità è ancora diffusamente interpretato come un problema di natura unicamente medica, tralasciando il versante sociale e culturale.
Troppo, ancora, ci si dimentica che la disabilità non coincide con la situazione di salute di una persona, ma è data dalla relazione tra questa persona e l’ambiente che lo circonda, fatto spesso di barriere fisiche e culturali, ma altre volte – non rade, anche se ancora troppo poche – di facilitatori. C’è ancora molta strada da fare, e questo è sotto gli occhi di tutti.

L’Università Cattolica di Milano – e in particolare il Centro di Ateneo di Bioetica diretto dal professor Adriano Pessina -, è impegnata direttamente su questo fronte a partire dal 2007, anno in cui aveva preso l’avvio MURINET [Multidisciplinary Research Network on Health and Disability in Europe, N.d.R.], una ricerca quadriennale a livello europeo che ha visto coinvolte ben tredici Istituzioni di diverse nazioni, tra cui, appunto, il Centro di Ateneo di Bioetica e il CND (Consiglio Nazionale sulla Disabilità), guidato anche dallo stesso Giampiero Griffo, oltre che da Luisella Bosisio Fazzi.
Si tratta di un lavoro che il Centro ha continuato a svolgere anche dopo la conclusione di quel progetto, sul duplice fronte della ricerca e della formazione. Proprio Griffo, però, lamenta che la ricerca sulla questione della disabilità sia rimasta reclusa nell’àmbito medico e che i luoghi per eccellenza di ricerca e formazione – ovvero le Università – si disinteressino della questione.
Mi sembra che quest’analisi vada quanto meno integrata, ricordando l’ampio lavoro che su questo fronte il Centro di Ateneo di Bioetica svolge da anni. Sul piano della formazione non è di secondaria importanza ricordare che già nell’Anno Accademico 2006-2007, il Centro – insieme alla Fondazione IRCCS Istituto Neurologico Carlo Besta – aveva dato l’avvio a un Master Universitario di Secondo Livello in Case Manager. Bioetica, scienze umane e ICF per progettare e unire le reti con e per le persone con disabilità, successivamente trasformato in un Corso di Perfezionamento in Disability& Case Manager. Competenze per la disabilità, ormai giunto alla sua sesta edizione.
A riprova dell’efficacia di tale iniziativa, converrà anche ricordare che tra coloro che hanno frequentato il corso, ottenendo il titolo corrispondente, molti hanno poi promosso sul territorio nazionale la figura del disability manager, in alcuni casi addirittura istituzionalizzata a livello comunale o regionale.
Il Corso di Perfezionamento, fra l’altro, si aggiunge a quello di una Laurea Magistrale in Consulenza pedagogica per la marginalità e la disabilità, attivata sempre in Università Cattolica dalla Facoltà di Scienze della Formazione e che, come si può vedere dal numero di iscrizioni, risulta tra le più frequentate dagli studenti provenienti da una laurea in Scienze dell’Educazione.

Sul piano della ricerca, poi, basterà forse ricordare, a modo di esempio, i risultati raccolti in un volume che ha avuto varie ristampe: si tratta di Paradoxa. Etica della condizione umana, in cui la questione della disabilità viene affrontata a tutto tondo, non come un problema di pochi, ma come una possibilità propria dell’orizzonte esistenziale di ciascuno, proponendo e argomentando una prospettiva antropologica e politica che sappia dar ragione di tutte le condizioni in cui l’essere umano può venirsi a trovare, ridefinendo così in modo inclusivo anche il senso della partecipazione e della cittadinanza.
I convegni nazionali e internazionali promossi dal Centro di Bioetica in questo campo, infine, nascono proprio dalla volontà di creare tavoli di lavoro comuni e collaborazioni, a partire dalle Università, dove si formano persone che, tra pochi anni, saranno i cittadini che col loro lavoro e la loro azione struttureranno e porteranno avanti il nostro Paese.

Con questa mia osservazione, dunque, mi limito a segnalare il lavoro svolto in Università Cattolica, senza escludere che anche altri Atenei stiano portando avanti progetti e iniziative analoghe in questo campo. Il mio intento è solo quello di mantenere aperto il dibattito e condividere esperienze di buone pratiche, con l’obiettivo di rafforzare il comune impegno per una giusta comprensione della disabilità e per la conseguente ristrutturazione della società.
Sono sicura che il dottor Griffo, con cui ho già avuto modo di collaborare, potrebbe essere un qualificato punto di riferimento anche per la raccolta di questi dati.

Per il Centro di Ateneo di Bioetica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Elena Colombetti è docente di Filosofia Morale, presso il Dipartimento di Filosofia e il citato Centro di Ateneo di Bioetica.

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