L’importanza dei rapporti umani nell’era dei social

«Era il 30 aprile 1986 – scrive Marco Piazza – quando venne stabilita la prima connessione italiana via internet. In quello stesso giorno anch’io mi “connettevo” per la prima volta con un mondo “nuovo”, incominciando il servizio civile presso la UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare). Una coincidenza di date che mi ha fatto tornare alla mente tanti bei ricordi, mentre la parola “connessione” mi ha fatto riflettere sull’importanza dei rapporti umani nell’era di internet e facebook»

Realizzazione grafica di omino che tira fuori un altro omino dallo schermo del computer

«Vorrei dirvi – scrive Marco Piazza, rivolgendosi al figlio e ai ventenni di oggi – di dedicare il vostro tempo a conoscere persone diverse da voi, a non avere paura di dare agli altri, che poi sarete voi quelli che prenderanno di più. Fate il servizio civile, se potete, occupatevi dell’ambiente che vi circonda, delle persone che hanno bisogno di aiuto. E con gli amici di facebook trovate il modo di vedervi, di toccarvi, di fare qualcosa insieme»

Era un mercoledì , il 30 aprile 1986, e mi pare ci fosse il sole. Mentre a Pisa un gruppo di ingegneri del CNR digitavano la parola “ping” sulla tastiera di un enorme computer, inviavano il loro messaggio oltreoceano e stabilivano la prima connessione italiana via internet, senza rendersi conto di quanto ciò che stavano facendo avrebbe influito in futuro sulle loro e sulle nostre vite, anch’io mi connettevo per la prima volta con un mondo “nuovo”. E neanch’io ero a conoscenza del fatto che quella connessione avrebbe cambiato per sempre la mia vita.
Era il mio primo giorno di servizio civile. All’epoca durava venti mesi. Ero stato assegnato alla UILDM di Roma, l’Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare, un’Associazione creata dai familiari dei ragazzi affetti dalle distrofie muscolari, malattie gravissime, molto invalidanti e ancora oggi senza cura, anche se i progressi della ricerca scientifica e l’esperienza dei medici hanno reso possibile che i distrofici vivano un po’ meglio e, soprattutto, molti anni di più.
Nel 1986, però, la ricerca sapeva poco della distrofia. E io ancora di meno. Fino ad allora, avevo 21 anni, non avevo mai conosciuto una persona disabile, ma mi erano bastati un colloquio di un’ora con Maria, una psicologa che poi sarebbe diventata una grande amica, e un giro nella sala dove i ragazzi distrofici facevano terapia, per decidere che quello sarebbe stato il posto dove avrei passato i successivi venti mesi.

Li ricordo stesi sui lettini, con i loro corpi devastati dalla malattia. Praticamente immobili, facce e schiene deformate. I loro muscoli, mi aveva spiegato Maria, sono atrofizzati. Devono fare fisioterapia tutti i giorni, smettono di camminare quando sono ancora bambini e raramente superano i 20 anni di vita, perché anche cuore e polmoni si spengono pian piano.
Parlava, Maria, della distrofia di Duchenne, la forma più grave. Quella con cui avrei “combattuto” anch’io, perché era con quei ragazzi che sarei dovuto stare. «Il tuo obiettivo – mi disse la psicologa – è quello di farli vivere come i ragazzi della loro età, di portarli fuori da casa, di staccarli dalle mamme». E così feci, coinvolgendo anche un sacco di amici in questa meravigliosa avventura.
Con i miei amici distrofici girammo la città, andammo in vacanza al mare, costituimmo un gruppo rock e la redazione di un giornale. Poi loro morirono, quasi tutti, ma io rimasi connesso con quella grande famiglia, lavorando per Telethon, che era nato e cresciuto proprio per trovare una cura alla distrofia muscolare, e scrivendo le loro storie.

Ecco, la coincidenza della data mi ha fatto tornare in mente questi bei ricordi. E la parola connessione mi ha fatto riflettere sull’importanza dei rapporti umani nell’era di internet e di facebook (grazie al quale rimango in contatto con un bel numero di amici della UILDM).
Penso a mio figlio, ai ventenni di oggi. E vorrei dare loro un messaggio positivo, nonostante la crisi economica, il lavoro che non c’è, l’Isis e le tante brutte cose che accadono.
Dedicate il vostro tempo a conoscere persone diverse da voi – vorrei dir loro – non abbiate paura di dare agli altri, che poi sarete voi quelli che prenderanno di più. Fate il servizio civile, se potete, occupatevi dell’ambiente che vi circonda, delle persone che hanno bisogno di aiuto. E con gli amici di facebook trovate il modo di vedervi, di toccarvi, di fare qualcosa insieme.
Poi, fra trent’anni, fermatevi un minuto. Ripensate a quello che avete fatto e ditemi come sono andate, le vostre connessioni.

Testo già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» (con il titolo “30 aprile 1986, la mia prima connessione”) e qui ripreso, per gentile concessione, con minimi riadattamenti al diverso contenitore.

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