La società, la disabilità e altro: riflessioni con una psicologa e psicoterapeuta

Temi caldi come il bullismo, la dipendenza da internet, ma anche la difficoltà di stare vicino a una persona depressa e le resistenze ancora presenti in tante persone che hanno paura del giudizio degli altri se si rivolgono ad uno psicologo: di questo e altro abbiamo parlato con Stefania Salti, psicologa e psicoterapeuta. Quando poi le abbiamo fatto notare la “curiosità” di una psicoterapeuta in carrozzina, lei – che collabora anche con l’Associazione ASAMSI – ci ha risposto di non avere mai avvertito momenti di imbarazzo con i pazienti, semmai ha avvertito il pregiudizio di qualche collega

Strani gli intrecci del destino, a volte. Da tempo sento parlare della dottoressa Stefania Salti, psicologa e psicoterapeuta di Parma. Oltre al nome, abbiamo in comune un’amica e il fatto di avere entrambe una disabilità causata dalla SMA (atrofia muscolare spinale). Ci incontriamo, alla fine, seppure al momento solo virtualmente, e dal nostro incontro nasce l’intervista che potete leggere qui.
Rappresentazione grafica che rappresenta la psicologiaDa ragazzina, nella comitiva di amici, era la confidente ideale, quella in grado di ascoltare e dare consigli. Naturale, quindi, intraprendere un percorso di studi consono a questa inclinazione. Stefania è laureata presso l’Università di Parma in Psicologia dello Sviluppo ad orientamento sperimentale e clinico sociale. Il suo interesse – oserei dire passione – per la complessità dell’essere umano, l’ha portata a specializzarsi in Psicoterapia Adleriana, una teoria che vede nella relazionalità e nell’interconnessione tra le persone alcuni dei suoi punti cardine.
Può vantare un curriculum di tutto rispetto che comprende esperienze pratiche, svolte sia in ambulatori della Sanità Pubblica che presso istituti scolastici, partecipazione a convegni, corsi e seminari. Lavora come libera professionista nel suo studio privato, è consulente per singoli e coppie, esperta in problemi degli adolescenti, sostegno alle famiglie e alla genitorialità. Dal 2014, inoltre, collabora allo sportello di ascolto dell’ASAMSI (Associazione per lo Studio delle Atrofie Muscolari Spinali Infantili), per supportare minori e/o adulti in difficoltà e offrire loro strumenti utili per affrontare le situazioni problematiche con le quali si confrontano.
Se le si fa notare la “curiosità” di una psicoterapeuta in sedia a rotelle, risponde di non avere mai avvertito momenti di imbarazzo con i pazienti, piuttosto ha sentito il pregiudizio dei colleghi.
Temi caldi come il bullismo e la dipendenza da internet, ma anche la difficoltà di stare accanto a una persona depressa e le resistenze ancora presenti in tante persone che hanno paura del giudizio degli altri se si rivolgono ad uno psicologo, sono solo alcuni degli argomenti che Stefania Salti affronta in questa intervista, offrendoci il suo lucido punto di vista.

Ciao Stefania! Quando è iniziato il tuo interesse per la psicologia e cosa ti ha spinto a fare di questo interesse la tua professione?
«Ciao a te e grazie per questa opportunità. Adler sosteneva: “Il vissuto di bambino malato può aver stimolato il suo bisogno proiettivo di aiutare gli altri e l’aspirazione supercompensatoria a passare al ruolo di colui che cura». Quindi, forse inconsapevolmente, è anche per questo se ho scelto questa professione. Certamente il desiderio di poter essere di aiuto, ma anche la curiosità verso la psiche delle persone, mi ha spinto in questa direzione. Volevo fare la psicologa fin dalle medie, ma è stato solo a 15-16 anni che ne ho preso coscienza: avevo un amico della mia comitiva storica, che era in crisi, era estate, e ricordo che restammo a parlare tutta una sera. Si sparse così la voce tra gli amici che ero brava a dare consigli, ma soprattutto ad ascoltare, cosicché molti cominciarono a chiedermi aiuto. Inoltre, mi affascinava l’idea di comprendere la mente umana, studiare e osservare le relazioni interpersonali e le loro dinamiche. Così decisi che all’università avrei fatto Psicologia».

La pratica clinica che svolgi nel tuo studio si basa sulle teorie di Alfred Adler. Ci puoi spiegare in breve quali ne sono i fondamenti?
«Il modello teorico di funzionamento mentale da me adottato fa capo alla Psicologia Individuale di Alfred Adler. La Psicologia Individuale rappresenta una delle tre grandi teorie del profondo, accanto alla Psicoanalisi di Freud e alla Psicologia Analitica di Jung.
Adler propone una teoria al cui centro c’è l’uomo in tutta la sua individualità, rintracciando nella relazionalità l’essenza del Sé/Stile di vita. L’uomo, considerato nella sua unità bio-psichica, viene studiato in relazione al contesto di appartenenza, valutando il modo soggettivo in cui le esperienze vissute vengono considerate.
La psicoterapia adleriana cerca di promuovere ideali di uguaglianza sociale, al fine di armonizzare uno sviluppo non solo individuale, ma anche di tipo sociale e si concentra sullo sviluppo della personalità individuale, pur comprendendo e accettando l’interconnessione di tutti gli esseri umani. Questa forma di terapia può essere applicata nel trattamento di qualsiasi tipo di disturbo psicologico.
In termini generali, il processo psicoterapeutico adleriano si articola in tre fasi: un’iniziale valutazione diagnostica, attuata attraverso la relazione col paziente e l’utilizzo di test clinici/psicologici; una fase in cui, attraverso la comprensione, il sostegno e l’incoraggiamento dello psicoterapeuta, la persona affronta graduali modifiche nei suoi pensieri e/o nei suoi comportamenti; la fase finale di consolidamento degli obiettivi terapeutici raggiunti, che permette un miglior funzionamento personale e sociale dell’individuo.
Sottolineo che ad ogni persona viene proposto il trattamento terapeutico più adeguato ai propri bisogni e alle proprie possibilità».

Cosa cercano oggi i pazienti che si rivolgono a un terapeuta?
«In generale, le persone mi chiedono di essere aiutate a stare meglio. Possono essere persone che portano un disturbo specifico o persone che vivono un disagio. Viviamo in una società predominata dalla perdita dei valori e delle certezze e ciò comporta un profondo senso di inadeguatezza, un calo dell’autostima e un’incapacità a prendersi cura di sé e dei propri bisogni. Quando questo stato arriva al culmine o quando, a ciò, si aggiunge un ulteriore evento, le persone trovano il coraggio di chiedere aiuto. Molte volte iniziano il loro percorso di psicoterapia senza sapere bene che cosa stanno facendo, che cosa chiedere o dire al terapeuta e dove le porterà. Vogliono semplicemente stare bene e si rivolgono a questa “strana figura”, affinché le aiuti a stare bene.
Da un po’ di anni a questa parte, però, ho notato che le persone che giungono in terapia sono ben informate, grazie soprattutto ad internet, sugli psicoterapeuti, sulle diverse tipologie di specializzazione in Psicoterapia, sui metodi utilizzati e sulla loro efficacia, sanno e quindi si aspettano che lo psicoterapeuta si occuperà di loro e dei loro problemi personali da un punto di vista professionale, per aiutarli ad alleviare le loro sofferenze e a ritrovare le risorse e le energie perdute; perciò sanno che riceveranno un aiuto diverso dal supporto di un amico, ad esempio, che invece offre consigli e affetto, ma non può essere chiaramente imparziale e obiettivo.
Oggi le persone vogliono risposte immediate, veloci e sintetiche: per ogni sintomo la risposta puntuale dell’esperto. Vi è quasi la “pretesa” da parte dei pazienti di volere una prestazione, in un tempo breve e preciso. Nostro compito, invece, è far comprendere e accettare che il cambiamento può richiedere tempo e non può essere acquistato come qualsiasi bene di consumo. È capitato che le persone arrivino con l’aspettativa e l’idea di ricevere soluzioni pronte e consigli pratici, come se esistesse una ricetta o una formula magica, applicabile a qualsiasi problema».

Alfred Adler

Alfred Adler (1870-1937), lo psichiatra, psicoanalista, psicologo e psicoterapeuta austriaco al cui modello teorico della Psicologia Individuale si rifà Stefania Salti

Uno degli ultimi rapporti sulle condizioni di salute e sul ricorso ai servizi sanitari in Italia, ha rilevato che il 70% delle persone ricorre subito a uno specialista se accusa difficoltà motorie, mentre va dallo psicologo solo il 28% delle persone depresse. C’è quindi ancora molta reticenza a rivolgersi ad un professionista che “cura” la mente? Quanto influisce la paura del giudizio sociale?
«Il ricorso alla consulenza, all’aiuto e al supporto dello psicologo si sta sempre più diffondendo in modo graduale e costante. Nonostante ciò, però, certe volte, troppe, permangono ancora dubbi di vario genere su tale figura professionale. È facile riscontrare ancora tante resistenze nell’opinione comune. Anche la differenza tra la professione di psicologo, psicoterapeuta o psichiatra appare spesso poco chiara nelle opinioni delle persone. Tanti sono i luoghi comuni e i falsi miti che ruotano attorno al nostro lavoro.
È di molti la convinzione che andare da uno psicologo porti alla conseguenza di sentirsi, di essere visti dagli altri, come dei “matti” o comunque come diversi dalle altre persone. In realtà le dinamiche psicologiche sono presenti in tutti quanti e hanno una loro fondamentale utilità. È quindi utile e auspicabile rivolgersi a un professionista, quando un problema di tipo psicologico assume un’intensità e una frequenza tale da pervadere in modo invasivo e persistente ogni sfera vitale, creando difficoltà continue nel quotidiano, alimentando sempre di più la sensazione di essere come bloccati, non più padroni di se stessi e dei propri comportamenti.
Quando esiste un buon funzionamento psicologico, la persona che vive sensazioni d’insicurezza di fronte a scelte importanti, a compiti difficili o in quelli in cui è meno preparato, riesce ad elaborare strategie personali per colmare la distanza tra le sue competenze e la scelta o il compito da svolgere. Il problema nasce quando la persona si sente insicura di fronte a compiti/decisioni giudicati semplici e quando l’insicurezza è talmente accentuata da rendere la persona incapace di mettere in atto strategie risolutive. Il ricorso a un professionista è molto utile anche quando vi sono solo dubbi, domande, incertezze, che problematizzano relazioni, emozioni, contesti familiari, affettivi, sociali, scolastici, lavorativi ecc. Consultare uno psicologo non significa solo e soltanto avere un problema psicologico, ma si può ricercarne e utilizzarne la preparazione anche per un parere o quando si vogliono informazioni e chiarimenti su vari temi, quando si desidera capirsi interiormente o quando si desidera una valutazione sul proprio stato psicologico.
Alcune persone, probabilmente a causa della formazione che hanno ricevuto da piccoli, sono più preoccupate del giudizio degli altri, ma il nostro cervello è dotato di una grande plasticità, il che significa che possiamo cambiare in qualsiasi momento. Sarà più difficile, ma non impossibile. Per cui, il giudizio sociale influisce in alcune categorie di persone, ma non è determinante nell’accedere ai servizi. Al contrario, chi non ha sufficiente motivazione non solo non prenderà appuntamento, ma non continuerà la terapia. Dobbiamo quindi essere in grado di capire, e in un certo senso di “utilizzare”, il tipo di motivazione che ci portano.
Sicuramente la psicoterapia potrebbe essere presa in considerazione da un maggior numero di persone. Non si dovrebbe accedere all’intervento di un esperto solo quando si raggiunge l’apice del malessere psicologico, ma bisognerebbe vederla come un percorso di conoscenza delle proprie risorse e delle proprie modalità di relazione. Oggi tutti sappiamo quanto corpo e psiche siano intimamente connessi. Credo pertanto che si debba porre un’attenzione analoga sia alla cura del benessere psichico che a quella dedicata al proprio corpo. Questo aiuterebbe a prestare maggiore attenzione alla conoscenza delle proprie emozioni, alla consapevolezza di noi stessi, delle altre persone e al valore delle relazioni con gli altri. Ritengo insomma il supporto di uno psicologo, al giorno d’oggi, una delle migliori risorse disponibili, per ristabilire e mantenere la propria fondamentale salute psicologica e sarebbe superficiale e sciocco ignorare questa grande possibilità».

Studenti che maltrattano i compagni di classe più deboli e i professori, genitori che per difendere i figli non esitano a malmenare gli insegnanti: la scuola sembra essere diventata un terreno di battaglia. Tra chi propone la repressione e chi invoca la comprensione, pochi parlano di prevenzione, eppure in alcuni istituti scolastici sono stati attivati sportelli di consulenza psicologica per contrastare questi fenomeni. Pensi possano essere d’aiuto? Ti è capitato di incontrare ragazzi (con disabilità e non) che hanno subìto atti di bullismo?
«La scuola è la principale agenzia educativa dei minori dopo la famiglia, il luogo dove i bambini e gli adolescenti trascorrono la maggior parte del loro tempo, al di fuori di quello che passano in famiglia. Per cui, avvalersi della professionalità di psicologi esperti deve diventare la regola per la scuola, al fine di promuovere il benessere e rilevare e prevenire i segnali precoci di disagio.
Generalmente, sono proprio i docenti ad accorgersi per primi che potrebbe esserci qualcosa che non va nel corso del normale svolgimento delle attività scolastiche. Se ci sono psicologi a scuola, segnaleranno le loro osservazioni e poi si deciderà se e come intervenire, parlandone con la famiglia e dando indicazioni su quali potrebbero essere i percorsi per approfondire di cosa si tratta. Gli insegnanti sono una risorsa importantissima che va sostenuta con forza e aiutata attraverso una formazione continua, così come le famiglie. Ecco perché lo sportello d’ascolto psicologico è uno strumento importantissimo per la scuola: per l’insegnante in difficoltà con un alunno o con la classe, per il genitore preoccupato per i comportamenti del figlio, per lo studente che porta problematiche legate all’età, allo studio o problemi coi compagni. Purtroppo, però, la figura dello psicologo non è ancora pratica diffusa, poiché la maggior parte degli istituti ha poche risorse economiche.
Personalmente, non ho mai avuto pazienti vittime di bullismo, nemmeno quando lavoravo coi ragazzi al Centro Adolescenza. Forse il fenomeno del bullismo non era così diffuso o non veniva etichettato come tale. L’accezione è più ampia: il bullo non è solamente il ragazzino più grande a scuola che se la prende con i più piccoli o con i soggetti più deboli. La differenza è che il nuovo bullo non è per forza il violento, in senso fisico, della classe. I più oscuri e profondi esempi di bullismo passano inosservati, sono meno identificabili. Si nascondono negli angoli più innocui, un pettegolezzo su un ragazzo grasso, ad esempio. Siamo tutti vittime del diventare bulli. È facile dire una parola negativa nei confronti di un’altra persona, e il risultato può essere devastante. Credo che il problema abbia radici molto più profonde. Giudicare è bullizzare. Il peso delle parole è il più pesante di tutti.
Ecco perché è importantissimo cercare in tutti i modi di fermare il fenomeno. E un ruolo importante spetta ai genitori e alla scuola. Uno dei compiti degli adulti dev’essere quello di favorire una crescita equilibrata, ricca di stimoli ed esempi positivi, e quella di accorgersi se ci sono disagi o problemi veri e propri e fare tutto il possibile per rimuoverli e renderli occasione di crescita».

L’uso massiccio delle nuove tecnologie in ogni ambito della nostra vita ha portato all’insorgenza di nuove patologie di cui sono vittima sia i giovani che gli adulti. Come attraversare l’era digitale in maniera sana? Che ruolo gioca la solitudine nella dipendenza da social?
«È in notevole aumento la quantità di utenti, soprattutto giovani, ma ancor più la quantità di tempo dedicata ad internet. Sempre più emerge la necessità di apprendere una nuova competenza, quella di utilizzare il web e i social network, centrando l’attenzione sull’importanza di un uso responsabile e sicuro di internet, soprattutto da parte dei minori. I tempi corrono e la società sta cambiando in fretta: pensiamo alla scuola che pubblica le pagelle online sui propri siti, per permettere ai genitori di seguire con costanza l’andamento scolastico dei figli, per rendere più agevoli le comunicazioni, ma anche per eliminare la troppa carta sprecata. Ogni anno lo sviluppo di nuove applicazioni modella nuovi stili di vita, nuove passioni, nuovi modi di giocare, lavorare e stare in relazione. Tutto accade in modo estremamente veloce e tutti noi ci stiamo abituando a questo tipo di velocità. Si sono accorciati i tempi di risposta alle mail, i tempi di consegna degli acquisti online, i tempi che siamo disposti a concedere a qualcuno per inviarci una risposta dopo avere letto il nostro messaggio. Non siamo più abituati, a fronte di questo, ma dovremmo invece tutti riapprendere ad aspettare e s tollerare la frustrazione derivante dall’“attendere” qualcosa.
Secondo gli ultimi dati di un’indagine della Società Italiana di Pediatria sulle abitudini dei ragazzi riguardo l’utilizzo di internet, chi può accedervi da casa naviga essenzialmente la sera e da solo. Inoltre, è aumentato l’uso dei social media come strumento per trovare nuovi amici, per essere ascoltati; è aumentata la disponibilità a chattare con chi càpita e non solo con coetanei, poiché abbiamo un profondo bisogno di relazioni che nella vita reale non sempre sono disponibili; è cresciuta la voglia di mostrarsi, esibirsi e dire al mondo “ehi ci sono anche io” (ovvero, io esisto); ed è anche cresciuta la voglia di incontrare le persone conosciute in chat. La familiarità crescente con lo strumento porta ad abbassare le difese e quindi ad aumentare i comportamenti a rischio. Il fenomeno è generalizzabile anche agli adulti.

Stefania Salti

Stefania Salti

Ciò che ci porta a farci coinvolgere così tanto dall’uso delle nuove tecnologie è l’accessibilità, spesso gratuita e immediata. Si avverte la necessità di evadere dalla realtà, per rifugiarsi in un’altra alternativa, spesso illusoria. Tutto ciò, senza dubbio, per certi aspetti ci semplifica la vita, ma al tempo stesso toglie tempo ad esercitare le nostre competenze sociali. In altre parole bisogna chiedersi se siamo in grado, ancora, di rapportarci vis a vis con i nostri interlocutori, di reggere i silenzi vuoti, le difficoltà a comprendersi, i momenti di noia. Perciò è necessario imparare a tollerare la frustrazione relazionale e creare situazioni di condivisione che ci consentano di migliorare le nostre competenze sociali.
Parlando poi specificamente di giovani, si raccomanda in generale di essere diffidenti verso chi si dimostra eccessivamente curioso, di confrontarsi con adulti di fiducia, come i genitori o gli insegnanti in caso di situazioni che creano disagio; di informarli se si ha deciso di incontrare qualcuno conosciuto in rete. Per la maggior parte dei ragazzi, internet è comunicare. I ragazzi cercano di soddisfare la loro forte voglia di entrare in relazione con gli altri. E vogliono comunicare anche con gli adulti. Allora, non lasciamoli soli».

121 milioni di persone nel mondo soffrono di depressione. Mi rendo conto che sto per farti una domanda difficile, ma in base alla tua esperienza, quali sono gli atteggiamenti giusti da tenere accanto a una persona che soffre di questa malattia? Il ricorso ai farmaci è sempre indispensabile?
«La depressione può essere definita la “malattia del secolo” e consiste in un’alterazione del tono dell’umore che si può verificare in qualsiasi momento della vita, anche nella prima infanzia.
Quando si parla di depressione, si parla in fondo anche di ansia, perché sono due alterazioni del tono dell’umore che vanno a braccetto. La depressione è una malattia prevenibile e curabile, ma non va sottovalutata. Chi vive a stretto contatto con una persona depressa si trova spesso in difficoltà, non sa come affrontare la situazione e soffre quasi quanto il malato. Gli diventa difficile scegliere il comportamento adatto, teme di turbarlo, pur volendolo rassicurare, o di deprimerlo, pur intendendo confortarlo. In caso di malessere, il passo iniziale è parlarne, ma non è affatto facile ammettere che qualcosa non vada e chiedere di conseguenza aiuto. D’altro canto, fare iniziare in modo coatto un percorso di psicoterapia non è l’opzione migliore. Questo però non significa restare con le mani in mano e non fare nulla. Io consiglierei, per chi si trova a vivere accanto a una persona sofferente di tale disturbo, di attivare e cercare di aprire un canale comunicativo con la persona stessa; di trasmettere un messaggio chiaro rispetto alle possibilità di cura del disagio e della malattia; di fare in modo che la persona malata non sia colpevolizzata dalla convinzione che potrebbe guarire semplicemente dandosi da fare, mettendoci un po’ di buona volontà; di riconoscere e dare importanza alla sua sofferenza, dando voce al suo disagio senza banalizzarlo o negarlo.
Dunque, prima di tutto è importante aprire un dialogo ed essere presenti, rispettando i tempi della persona e manifestando disponibilità al confronto. In sostanza, bisogna essere disponibili. E nel caso in cui inizialmente la persona non ne volesse sapere di andare in terapia o di parlarne, che intanto ci vadano i familiari per farsi aiutare ad aiutare, al fine di ridefinire il ruolo del familiare come quello di “colui che sta a fianco” del malato, senza sostituirsi a lui né ai professionisti. Lo scopo è aiutare i familiari a limitare comportamenti di eccessiva presenza e controllo, conseguenti al sentirsi unici responsabili della salute del paziente. L’affetto può essere senz’altro terapeutico, ma non coincide con la cura.
Il trattamento farmacologico è fondamentale, ma non sempre necessario. La terapia combinata (psicoterapia + farmaci) è comunque più efficace, specialmente in pazienti affetti da depressione grave, soprattutto quando è presente un’ideazione suicidaria».

Torniamo al tuo lavoro. Devi ammettere che una psicologa in sedia a rotelle è una “rarità”. C’è mai stato un po’ di “imbarazzo” da parte dei tuoi pazienti nella fase iniziale della terapia?
«Rarità, dici? Ricordo un episodio dei tempi del tirocinio che mi fa sempre molto sorridere: dovevo somministrare un test a un ragazzino il quale, prima di cominciare, volle sapere se ero veramente una psicologa laureata. Una volta rassicurato, cominciammo a lavorare senza problemi.
Per il resto, sinceramente non ho mai avvertito momenti d’imbarazzo con i pazienti. Se questi ultimi decidevano di non tornare per un secondo appuntamento, non era certo per la mia disabilità. Lo si capisce fin da subito chi ha una sufficiente motivazione per intraprendere un percorso, se sei piaciuta oppure no. Sono diverse le variabili che possono influire su tale scelta e determinare il fenomeno del drop out [“abbandono”, N.d.R.], quali l’età, il sesso e le caratteristiche socio-demografiche dei pazienti, i tratti caratteriali dello psicoterapeuta e così via. Insomma, l’esperienza dell’abbandono è comune a tutti gli psicoterapeuti a prescindere dal loro orientamento, dalla loro esperienza o aspetto fisico.
Anzi ti posso dire che molti dei miei pazienti, in più di un’occasione, hanno riferito che a un certo punto non vedevano più la carrozzina quando parlavano con me, ma solo la persona e la mia professionalità. Come ad intendere che non è mai stato un limite o un ostacolo, quanto piuttosto un valore aggiunto, una risorsa in termini di crescita individuale e sociale e di arricchimento interiore.
Al contrario, può sembrarti strano, ma momenti d’imbarazzo, a volte sfociati in veri e propri pregiudizi, ci sono stati da parte di alcuni colleghi. Sei guardata con una certa curiosità, come se la mia preparazione dipendesse dalla mia disabilità e dallo stato di salute».

Edvard Munch, "Melancholy" ("Malinconia"), 1894

Edvard Munch, “Melancholy” (“Malinconia”), 1894

Sei anche referente dell’ASAMSI (Associazione per lo Studio delle Atrofie Muscolari Spinali Infantili) per la Regione Emilia-Romagna. In questa veste, quali sono i quesiti che ti rivolgono più di frequente le persone che entrano in contatto con l’Associazione?
«Le richieste da parte dell’utenza sono varie. In qualità di referente, le domande che mi vengono poste riguardano, per lo più, aspetti pratici o burocratici che si devono affrontare nella vita quotidiana. Le persone, infatti, cercano un confronto rispetto ai propri interessi, punti di forza e debolezza, attitudini, competenze e aspirazioni future, scolastiche e lavorative, con l’aggiunta delle problematiche derivate dalla malattia. Altri cercano informazioni sullo stato attuale della ricerca o sui possibili trattamenti e su come ricevere assistenza socio-sanitaria, a chi o a quale centro rivolgersi per diagnosi, consulenze o per effettuare controlli.
All’interno dell’Associazione, però, ho anche il ruolo di psicoterapeuta. L’ASAMSI, infatti, ha pensato di offrire ai propri iscritti uno sportello di ascolto psicologico, servizio completamente gratuito. Si tratta di uno spazio di accoglienza, dove le persone con l’atrofia muscolare spinale hanno la possibilità di fare emergere desideri, preoccupazioni, difficoltà, che possono essere legittimati e condivisi, individuando risorse e strategie possibili per affrontarli e aiutare la persona a trovare una soluzione. Il servizio è dedicato anche ai genitori e ai familiari, come spazio di consulenza e sostegno, che mira a offrire strumenti utili nella lettura e nella gestione delle situazioni problematiche vissute all’interno della relazione educativa con i propri figli. In questo caso, le domande sono differenti e sono maggiormente legate a paure e ansia dovute alla malattia e alla disabilità che implica la conseguenza di importanti cambiamenti fisici, psicologici e relazionali che richiedono una ristrutturazione dell’immagine di sé. Molti sono confusi e disorientati di fronte a questa situazione, e a ciò si unisce spesso la difficoltà nel comunicare e nel condividere le proprie esperienze».

Cosa ti ha insegnato, umanamente e professionalmente, il contatto con i pazienti?
«Senz’altro mi ha insegnato una migliore capacità empatica, ovvero la capacità di entrare in risonanza emotiva con i vissuti dei pazienti, pur rimanendo “altro” da loro. Mi ha insegnato, quindi, a migliorare la mia capacità di sapere ascoltare, di scegliere le parole giuste che fanno spesso la differenza fra i professionisti e ad essere umile verso il paziente. Ho imparato a gioire dei successi e degli obiettivi raggiunti insieme ai pazienti, a “stare” nella sofferenza dell’altro con aspettative realistiche di cambiamento, anche minimo, e a tollerare e accettare le inevitabili frustrazioni, in caso di retrocessioni da parte del paziente nella terapia o di veri e propri fallimenti.
Credo che il ritorno emotivo di questo mestiere ripaghi le difficoltà che a volte si incontrano. Questa professione, infatti, consente di avvicinarsi a una relazione autentica, che anche nelle situazioni più impegnative e difficili fornisce un profondo vissuto di crescita, per i terapeuti stessi.
Aiutare i pazienti ad accedere alle loro dinamiche più profonde rappresenta anche uno stimolo ad entrare in una dimensione di costante contatto con la mia parte più vera e intima. Oltre al mio percorso di analisi personale, ogni volta, lavorando, è come se sentissi di continuare a dialogare con me stessa e questo mi porta a migliorare.
Infine, per poter essere credibile con i miei pazienti, mi impegno in prima persona a mettere in atto le indicazioni cliniche e di benessere che sono solita suggerire».

Stefania Salti, psicologa e psicoterapeuta, psycoste@libero.it.

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