Tra l’incudine dell’INPS e il martello delle rappresentanze professionali

«In questa polemica – scrive Vincenzo Falabella, presidente della Federazione FISH, commentando la questione sollevata in questi giorni dal giornale “Il Fatto Quotidiano”, circa un presunto “premio ai medici INPS che tagliano”, le persone con disabilità sono schiacciate tra l’azienda INPS e le rappresentanze professionali, e si sentono solo uno strumento usato ad altri fini»

Entrata della sede dell'INPS di NapoliIn merito alla questione sollevata in questi giorni dal giornale «Il Fatto Quotidiano», circa il presunto «premio ai medici INPS che tagliano», la FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Hanicap) ha volutamente atteso le spiegazioni dell’INPS, poiché il prevalente meccanismo di comunicazione è talmente veloce da non consentire un’attenta valutazione delle fonti anche documentali. Il rischio, infatti, di incorrere nelle cosiddette fake news, e di contribuire alla loro divulgazione, è molto elevato.
In ogni caso, da una nostra lettura della Determinazione Presidenziale dell’INPS datata 13 marzo 2018, non ci sembra vi sia un nesso così stretto tra il presunto premio di produttività e il supposto nocumento ai cittadini italiani e in particolare a quelli con disabilità.
Quella Determinazione, infatti, fissa anche obiettivi sottaciuti pure in questo frangente, come quelli del miglioramento della qualità percepita dall’utente, del miglioramento della giacenza del contenzioso amministrativo, oltre ad obiettivi di maggiore disponibilità di  dirigenti territoriali e centrali. E se si parla di efficienza, di qualità, di tempi, non possiamo porci negativamente a priori, anzi. Sono infatti questioni che riguardano anche le persone con disabilità.

Dall’ultima Relazione della Corte dei Conti (2018), risulta, ad esempio, che i tempi medi di liquidazione delle prestazioni, comprensivi della fase di accertamento sanitario risultano ancora eccessivamente dilatati (mediamente 173 giorni per l’invalidità civile; 224 giorni per la sordità; 217 per la cecità) e vedono ancora lontano l’obiettivo del termine massimo, già troppo ampio, di 120 giorni per la liquidazione dalla data della domanda. Quindi, qualsiasi intervento che promuova efficienza non può che essere bene accolto.
Non è poi nostro interesse entrare nel merito di questioni tipiche delle relazioni industriali in àmbito di produttività, poiché il tema contrattuale riguarda le parti e non sempre influisce sugli utenti di servizi e prestazioni. Verrebbe anche da pensare che alla base di questa “bolla” di comunicazione vi siano attriti e confronti interni all’Istituto che nascono in ben altri settori.

Questo, dunque, ci sembra il caso di specie: un incentivo che sostiene l’efficacia e la scrupolosità delle valutazioni e delle verifiche non ci sembra impatti in modo automaticamente negativo sugli utenti. Ci sembra venga creato un nuovo strumento all’interno di una cornice contrattuale che in nessun modo interviene sull’obiettivo professionale del medico che in scienza e coscienza decide, senza determinare, quindi, conseguenze più o meno negative per l’utenza.
Si può essere più o meno d’accordo se questo incentivo sia il modo corretto per incrementare la qualità e la quantità delle prestazioni professionali, ma è una questione che riguarda un piano assai diverso rispetto a quanto denunciato.

Invece, la domanda a coloro che hanno posto il tema è perché si sottace su un particolare di enorme rilevanza: i medici dipendenti INPS avevano una consistenza al 31 dicembre 2016 di 516 professionisti; nel 2017, invece, la dotazione era di 539 (stando all’ultima Relazione della Corte dei Conti).
Appare evidente a chiunque di come tale numero di professionisti sia largamente insufficiente ad assicurare l’enorme mole di accertamenti e valutazioni (non solo di invalidità) medico-legali cui è chiamato l’Istituto. Infatti l’INPS ricorre ciclicamente ad incarichi temporanei e precari di medici esterni all’Istituto, per centinaia e centinaia di unità, con retribuzioni estremamente più basse. Il conseguente turnover non consente certo di innescare processi di incentivazione della qualità valutativa, con la conseguente proliferazione di contenzioso e l’abbassamento della qualità reale e percepita.
Ci si dovrebbe caso mai interrogare sulle ragioni per cui la qualità e la quantità contrattuale non sia mai legata alla piena partecipazione del cittadino con disabilità a ciò che lo riguarda, così come prescritto dall’articolo 4 (Obblighi generali) della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, che è la Legge dello Stato Italiano 18/09. C’è sempre un primo tempo, la contrattazione economica o sindacale, e un secondo, ovvero come mettere in pratica i diritti delle persone con disabilità, che non arriva mai. Perché sia chiaro: in questa polemica le persone con disabilità sono schiacciate tra l’azienda INPS e le rappresentanze professionali, e si sentono solo uno strumento usato ad altri fini.

Presidente nazionale della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap).

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