La disabilità è negli occhi di chi guarda (e anche nella penna di chi scrive)

«Non vogliamo certo negare – scrivono Giovani Merlo e Ilaria Sesana, a proposito di una risposta data a un Lettore dal giornalista Francesco Merlo sulla “Repubblica” – le tante difficoltà che le persone con disabilità e le loro famiglie devono affrontare per ottenere il riconoscimento dei diritti fondamentali. Ma vogliamo spingere chi scrive e chi racconta a fare un passo in più e a non fermarsi alla superficie e agli stereotipi. Franco Bomprezzi diceva: «La disabilità è negli occhi di chi guarda». E troppo spesso, aggiungiamo, anche nella penna di chi scrive»

Mostra "Un segno di noi", Villa Primavera di Campoformido (Udine), lulgio-agosto 2016

Ancora sin troppo spesso la disabilità resta chiusa in un vero e proprio “labirinto di stereotipi” (immagine della mostra “Un segno di noi”, promossa dalla UILDM di Udine nel 2016)

Domenica 22 agosto il signor Mario ha inviato la seguente lettera alla redazione de «la Repubblica», indirizzata al giornalista Francesco Merlo: «Caro Merlo, in questo periodo di afa insopportabile ho preso l’abitudine di uscire di primo mattino, prendo il giornale, mi reco con l’auto a villa Borghese, faccio due passi, leggo le notizie e rifletto… Torno presto a casa. L’altro giorno mi è capitato di incrociare lungo il viale un uomo che sospingeva un carrozzino per disabili. Il ragazzo seduto pareva affetto da un grave handicap: il capo un po’ reclinato, occhi fissi al cielo, bocca aperta e le mani avvinghiate ai lati. Ho osservato il volto dell’uomo e la mia ormai lunga esperienza di vita mi ha fatto intuire che fosse il padre. Comunque ho pensato alla vita che dovevano condurre le due persone incrociate per caso, e mi ha preso una stretta al cuore. Quel giorno sono tornato a casa prima del tempo. Non so perché le racconto questo episodio. Mario – Roma».
Francesco Merlo gli ha risposto così: «Se voleva condividere la sua stretta al cuore, c’è riuscito».

Quella sua risposta ha fatto sorgere in noi alcune riflessioni e così abbiamo provato a immaginare lo stesso episodio descritto sulle pagine di «Repubblica», ma visto attraverso gli occhi di quel ragazzo in carrozzina. Esattamente così:
«Non pensavo potesse capitare ancora. E invece è successo, proprio mentre eravamo in vacanza. Ero a spasso con mio padre, e faceva decisamente caldo. Siamo usciti presto, abbiamo fatto colazione al bar e poi siamo andati a fare una passeggiata al Parco di Villa Borghese: un posto che mi piace molto. Poi siamo andati a cercare il macellaio per comprare la carne da portare agli amici per la grigliata in programma per la sera. Stavamo per attraversare la strada: lui con la solita aria un po’ svagata di chi passa di lì per caso e io con il mio sguardo che sembra vagare nel vuoto e invece sta cercando di ricordare dove fosse quella cavolo di macelleria… e infine il mio sguardo ha incrociato il suo. Ci guardava facendo finta di niente e invece la sua “sofferenza” trasudava da tutti i pori immaginando chissà quali disgrazie sul mio e il nostro conto. Mi ha fatto davvero pena, poveretto».

Forse il “ragazzo” in carrozzina (chissà perché le persone con disabilità restano “ragazzi” ben oltre l’adolescenza) e il padre (diamo per buona l’ipotesi che fosse il padre, ma avrebbe potuto essere il suo assistente) stavano semplicemente facendo una passeggiata al parco per godersi il fresco della mattina prima di dedicarsi a qualche incombenza. Proprio come il Lettore di «Repubblica».
Non sappiamo nulla di quel padre e di quel figlio, ma nella stringatissima risposta di Francesco Merlo, egli arriva a una conclusione netta e inesorabile: la stretta al cuore. La pietà (o meglio, la pena) nei confronti di chi ha avuto in sorte una vita sfortunata («il capo un po’ reclinato, occhi fissi al cielo, bocca aperta e le mani avvinghiate ai lati») e nei confronti di chi deve farsi carico di quella vita sfortunata.

Siamo perfettamente a conoscenza delle tante difficoltà e delle fatiche quotidiane che le persone con disabilità e le loro famiglie devono affrontare. Sappiamo perfettamente quante battaglie devono essere combattute per ottenere il riconoscimento dei diritti fondamentali. Non vogliamo negare queste difficoltà, ma spingere chi scrive e chi racconta a fare un passo in più. A non fermarsi alla superficie e agli stereotipi.

Franco Bomprezzi, giornalista e attivista dei diritti delle persone con disabilità, diceva: «La disabilità è negli occhi di chi guarda». E troppo spesso, aggiungiamo, anche nella penna di chi scrive.

Giovanni Merlo è direttore della LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap); Ilaria Sesana è giornalista e responsabile della comunicazione per la stessa LEDHA. Il presente contributo è il riadattamento di un testo già apparso nel sito «Persone con disabilità.it». Per gentile concessione.

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