La Santa Sede e la Convenzione ONU: i tempi sono ormai maturi

«Ritengo senz’altro – scrive Salvatore Nocera – che siano ormai maturi i tempi perché la Santa Sede sottoscriva la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità. Questo importante gesto rafforzerebbe i nuovi orientamenti pastorali emersi nel recente messaggio diffuso dal Papa in occasione della Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità e in un ancor più recente articolo di “Civiltà Cattolica”, diffondendoli in ambienti ecclesiali e laici a tutto vantaggio di una sempre migliore qualità dell’inclusione sociale delle persone con disabilità»

Persona con disabilità in carrozzina in chiesa durante la MessaLa rivista «Vita» ha proposto in questi giorni un interessante commento a un innovativo articolo di Justin Glyn, gesuita, docente di Diritto Canonico al Catholic Theological College di Melbourne, ipovedente, pubblicato dalla rivista «Civiltà Cattolica», con il titolo «Noi», non «Loro»: la disabilità nella Chiesa.
L’Autore vi analizza criticamente due opposte visioni teologiche che si sono diffuse nei secoli passati sul senso da dare alla situazione di disabilità, la prima delle quali, pessimistica, riterrebbe la disabilità stessa come una situazione di imperfezione rispetto alla norma e quindi non sarebbe una vera rappresentazione dell’essere umano come voluto dal Creatore cioè “a immagine di Dio”, che è perfetto.
È questa una visione definibile come “di tipo medico”, che è ancora presente in ambienti non solo ecclesiastici e che poco si discosta dalla vecchia concezione diffusa ai tempi di Gesù di Nazareth, secondo la quale la disabilità sarebbe stata conseguenza dei peccati della persona con disabilità o dei suoi genitori. Una visione, per altro, duramente criticata da Gesù stesso, come si legge nel Vangelo di Giovanni.
La visione opposta, invece, sviluppatasi prevalentemente a partire dal Medio Evo, ma ancora assai diffusa in ambienti ecclesiali, vede la disabilità come un “privilegio” per le persone che la ricevono, in quanto le unirebbero alle sofferenze redentrici di Gesù. Si pensi a tal proposito al famoso libretto medievale De Imitazione Christi (“Imitazione di Cristo”), attribuito a Tommaso da Kempis.
Questa seconda visione è ancora più deviante della prima poiché, a mio avviso, ha una forte carica di alienazione e induce le persone con disabilità ad accettare passivamente la propria situazione, favorendo inoltre lo spirito pietistico di quanti si adoperano per la loro cura e assistenza, ottenendone anch’essi un beneficio per le “buone opere” compiute.

A tal proposito riporto qui di seguito alcuni passaggi del mio intervento presentato nel 1987 al Sinodo Mondiale dei Vescovi Cattolici sui laici, in rappresentanza del MAC (Movimento Apostolico Cechi) di cui sono tuttora socio:
«Reverendissimi Padri Sinodali, […] Anche molti di noi hanno attraversato, in certi momenti determinanti della vita, l’angusto sentiero del dubbio, della disperazione e della ribellione. Se non siamo rimasti anche noi schiacciati, lo dobbiamo all’esperienza di vita d’impegno apostolico vissuto nel MAC ed in altre comunità che ci hanno dato una formazione fondamentalmente basata sulla gioia della Risurrezione.
Reverendissimi Padri, ecco quello di cui chiediamo di parlarVi, perché Voi, comprendendo il retto desiderio che ci guida, vogliate dare una parola di speranza e di fiducia, non paternalistica e pietistica, ma promozionale, a quanti quotidianamente sperimentano nella loro carne e nel loro spirito il pungolo del dolore.
Ancora oggi, troppo spesso, molte persone educate religiosamente e, talora, anche troppi sacerdoti e vescovi, sì rivolgono ai disabili dicendo loro: “voi soffrite su questa terra, ma sicuramente godrete in Cielo”. A noi non vedenti, più particolarmente, troppo spesso ancora dicono: “non avete la luce degli occhi, ma certamente avete quella dell’anima”. Addirittura talora, quando siamo nelle fasi più acute delle nostre ricorrenti crisi esistenziali ci sentiamo annunciare una grande verità di fede, che però, trasmessa spesso a noi da chi in quel momento non soffre, viene da noi rifiutata; ci si dice cioè “voi siete dei prediletti del Signore, perché partecipando alle sofferenze del Cristo, contribuite col vostro dolore alla redenzione del mondo”.
Questa formazione è stata di più facile accettazione per le persone handicappate ed i loro familiari che oggi sono anziani; per i giovani d’oggi, questo atteggiamento pastorale non raggiunge lo scopo di riconciliare le persone disabili con quelle non handicappate. Noi andiamo verificando sempre più negli altri e in noi stessi che oggi i disabili incontrano più facilmente Gesù risorto, prima di riconoscerLo crocifìsso. Per questo a nome di tutti i disabili che conosciamo in Italia e nel Terzo Mondo, Vi chiediamo di completare i paragrafi 49 e 72 dell’Instrumentum laboris, laddove si parla solo del valore salvifico della Croce di Cristo, con il discorso della Sua Risurrezione e con ciò che per noi disabili la Risurrezione di Gesù significa, non solo nell’altra vita, ma già a partire da questa come anticipazione della gioia eterna. Quest’annuncio di gioia, lo abbiamo sperimentato nella solidarietà dei volontari, degli obiettori di coscienza e di tutti coloro che condividono con noi la loro vita, per aiutarci a superare l’emarginazione purtroppo ancora imperante in molti ambienti, anche ecclesiali» [il testo completo dell’intervento è disponibile a questo link, N.d.R.].

Ebbene, il citato articolo di «Civiltà Cattolica», sulla base anche di spunti del Concilio Ecumenico Vaticano II, ma soprattutto, a mio avviso, sulla base di un’attenta lettura della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ritiene che la disabilità sia una conseguenza delle inappropriate o mancate risposte della società a situazioni di minorazioni che sono presenti in tanti membri della stessa società.
Su questa stessa lunghezza d’onda si era già posto Papa Francesco nel suo messaggio del 3 dicembre scorso, in occasione della Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità, sul quale avevo già avuto modo di soffermarmi su queste stesse pagine.
Quindi, questa visione teologicamente nuova è avallata anche dal rappresentante di vertice della Chiesa Cattolica ed è una visione non più passiva, delle persone con disabilità, bensì attiva e di interrelazione con la società la quale deve, sotto la spinta rivendicativa delle stesse persone, offrire risposte idonee a una loro piena inclusione e al superamento delle discriminazioni alle quali di solito sono soggette a causa dell’inerzia o della protervia delle comunità circostanti.

Alla luce pertanto di queste ultime considerazioni, ribadisco la mia convinzione che siano ormai maturi i tempi perché la Santa Sede sottoscriva la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, evidenziando, come prevede la stessa Convenzione, quelle riserve su alcuni articoli della stessa che sino ad oggi non hanno consentito tale sottoscrizione.
Questo importante gesto rafforzerebbe i nuovi orientamenti pastorali emersi nel citato messaggio del Papa e nell’articolo di «Civiltà Cattolica», diffondendoli in ambienti ecclesiali e laici a tutto vantaggio di una sempre migliore qualità dell’inclusione sociale delle persone con disabilità.

Presidente del Comitato dei Garanti della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), già Presidente del Movimento Apostolico Ciechi.

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