Perché la paura di certi genitori non può essere archiviata come mammismo

«La storia di quella madre – scrive Antonio Giuseppe Malafarina – che chiede la bocciatura della figlia con disabilità, perché non si fida delle garanzie ricevute dal Ministero sulla continuità didattica e sull’assistenza, è una storia di mancanza di fiducia, che testimonia da una parte la perdita di credibilità del nostro apparato scolastico, dall’altra il timore dell’ambiente esterno alla scuola, ciò che sancisce la non credibilità del nostro sistema di tutela delle persone con disabilità. La credibilità, però, non si guadagna con la forza. E la paura di certi genitori non è mammismo»

Alunno con disabilità e professoreChiedere oggi che il proprio figlio venga bocciato a scuola mi fa lo stesso effetto che se fosse esploso il filone delle buone maniere nelle conversazioni. Ai miei tempi si sentiva, ora è anacronistico, come salutarsi in attesa davanti all’ascensore condominiale. Mi fa quindi strano leggere di una madre che chiede lo stop per una figlia, disabile, in grado di produrre buone performance. Cerco di capire ad alta voce.

Negli Anni Settanta, quando mi addentravo nel mio percorso scolastico, non era inusuale sentire un genitore che reclamasse severe punizioni per il figlio negligente. Tempi perfino blandi rispetto alle bacchettate che quegli stessi genitori avevano ricevuto sulle mani ai tempi loro.
La violenza è uscita dal metodo pedagogico, salvo entrare in quello pragmatico a uso di ragazzini e genitori. Ma dopo una singolare fascinazione del metodo dell’autorevolezza decantata dal film L’Attimo fuggente – che nel metodo pure porta a “effetti collaterali” terribili – oggi i genitori sovente minano l’autorevolezza dell’Istituzione con la presunzione di saperne di più.
Mi chiedo, dunque, se questa madre che chiede l’arresto scolastico della figlia non sia uno di questi soggetti.

Il fatto è stato raccontato dal quotidiano «Il Tirreno», che si è reso portavoce delle ragioni della ragazza, divenendo tramite con il Ministero dell’Istruzione. Il tutto si può riassumere così: una ragazzina di terza media si accinge a chiudere l’anno con buon profitto, la madre pensa che non sia pronta al passaggio e ne chiede la bocciatura al Ministero, che non passa la mano, ma rilancia. Si spinge fino a inoltrarsi su lidi da esso stesso poco praticati, promettendo il mantenimento degli insegnanti di sostegno attuali e garantendo all’adolescente quella continuità dell’assistenza la cui mancanza contribuiva a mandare in ansia la madre.
Preoccupazione lecita. Tanti genitori di figli con disabilità hanno paura del salto al ciclo di studi successivo, perché per loro il salto si fa acrobatico. E senza rete. Benché lo Stato che volesse rispettare i princìpi dell’inclusione per cui vanta una delle Leggi migliori al mondo dovrebbe essere obbligato a fornire un’assistenza continuativa agli allievi con disabilità, succede che passando da un ciclo di studi all’altro – ma succede anche se cambi scuola oppure se l’insegnante cambia scuola per insondabili motivi – cambiano gli insegnanti di sostegno.
Se l’insegnante di sostegno dovrebbe fungere da raccordo fra la classe e l’allievo e quindi non è corretto pensare che sia strettamente l’insegnante dell’allievo, è ancor più vero che per una persona che fatica a relazionarsi e impiega mesi, se non anni, ad adattarsi all’ambiente scuola, cambiare referente con cui ogni giorno viene accolta fuori di casa è come cambiare paio di scarpe per un numero in meno. Magari cammini lo stesso, ma che dolore.

Le scarpe prima o poi andranno cambiate, i genitori lo sanno. Ma preferiscono prendere tempo in modo che il ragazzo diventi più adulto. E a scuola, alle volte, si sta meglio che altrove.
Altresì i genitori sognano di trovare insegnanti che li possano seguire nel ciclo successivo. Quello che il Ministero avrebbe promesso alla madre della ragazza e che pare improbabile. Non si spiega, in prima analisi, perché quello per cui molti genitori firmerebbero a occhi chiusi venga rifiutato da una madre.
Perché la madre non si fida. La figlia a scuola si trova bene. Ha un Piano Educativo Individualizzato, cioè fruisce di una personalizzazione del percorso didattico che dispone obiettivi ad hoc raggiungibili con un processo di insegnamento modellato su di lei, che ha difficoltà cognitive. La giovane segue un itinerario che ne favorisce l’inclusione e ne consente benessere.
La madre non immagina come se nei precedenti dieci anni scolastici sua figlia abbia cambiato un insegnante all’anno ora venga garantita continuità. In tutto questo la figlia quindicenne mantiene la sua serenità. Si trova bene dove sta e rafforza la sua autonomia. Il salto potrebbe farle male. Come potrebbe farle bene. Bisognerebbe provare, ma non si può procedere per tentativi, quando è in gioco l’esistenza di una persona.
Impressiona il punto di vista, condiviso da più genitori, secondo cui la scuola, con questa sua funzione di creatrice di benessere, costituisca un ambiente sereno dove mantenere i propri figli più a lungo. Se la scuola diventa ambiente rifugio, qualcosa da qualche parte non funziona.

È una brutta storia, questa. Una storia di mancanza di fiducia che testimonia la perdita di credibilità del nostro apparato scolastico. Abbiamo paura persino di ciò che ci viene garantito. E se non lo prendiamo adesso, magari non ci verrà più proposto. Oppure temiamo l’ambiente esterno alla scuola. E questo sancisce la non credibilità del nostro sistema di tutela delle persone con disabilità.
La credibilità, però, non si guadagna con la forza. E la paura di certi genitori non è mammismo. Non perdiamoci nella demonologia.

Testo già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» (con il titolo “Bocciate mia figlia, credibilità contro mammismo”) e qui ripreso – con alcuni riadattamenti al diverso contenitore – per gentile concessione.

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