I primi risultati del monitoraggio sulle strutture residenziali e sociosanitarie

Uno studio avviato dall’Istituto Superiore di Sanità, in collaborazione con il Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, riguarda il contagio da coronavirus nelle strutture residenziali e sociosanitarie per persone con disabilità e/o anziane. L’indagine coinvolgerà ben 2.556 residenze sanitarie assistenziali pubbliche o convenzionate e ieri, 1° aprile, ne sono stati presentati i risultati relativi alle prime 236 strutture, delineando un quadro già significativo, rispetto, ad esempio, alle difficoltà incontrate dal personale di tali strutture

CarrozzinaTra gli altri temi trattati nel Bollettino n. 16, pubblicato ieri, 1° aprile, dal Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, vi è anche quello riguardante lo studio tramite questionari, partito il 24 marzo, a cura dell’ISS (Istituto Superiore di Sanità), in collaborazione con il Garante stesso, riguardante il contagio da coronavirus nelle strutture residenziali e sociosanitarie per persone con disabilità e/o anziane.
Nel dettaglio, si tratta di un’indagine che coinvolge ben 2.556 residenze sanitarie assistenziali pubbliche o convenzionate. Al momento ne sono state contattate 1.634 e proprio ieri sono stati presentati i risultati relativi alle prime 236, pur non distribuite territorialmente in modo omogeneo, riguardando in particolare le Regioni del Nord. «In ogni caso – si legge nel Bollettino del Garante – è un primo passo significativo per capire alcuni andamenti».

Le risposte ricevute coinvolgono dunque residenze con un totale di 18.877 ospiti (in media 81 per ciascuna di esse), fortemente centrati in Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, con alcuni picchi secondari nel Lazio e in Puglia.
Ebbene, in tali strutture i decessi nei mesi di febbraio e marzo sono stati 1.845, con un tasso di mortalità pari al 9,4%, che si innalza al 19,2% in Lombardia. Solo 57 di tali decessi, tuttavia, sono direttamente riferibili alla accertata positività al Covid-19, anche se altri 666 sono stati registrati con sintomi influenzali. «Va ovviamente tenuto presente – sottolinea il Garante – che la tipologia delle persone ospiti e la loro specifica vulnerabilità, dovuta in alcuni casi a una pluralità di altre patologie e in quasi tutti a una debolezza complessiva relativa all’età, rende la distinzione tra le due categorie piuttosto labile».

Da questa prima indagine è emerso anche che l’86% del personale delle residenze ha riferito difficoltà nel reperimento di dispositivi di protezione individuale, il 36% problemi per l’assenza di personale sanitario e il 27% per isolare residenti affetti da coronavirus.
«Da qui – conclude la nota del Garante – la necessità di supporto che l’Istituto Superiore di Sanità intende garantire, con la consapevolezza, soprattutto, che si tratta di strutture importanti e fragili nella dinamica di questa epidemia e che, quindi, una speciale attenzione va riservata alla prevenzione e alla vigilanza. In ogni caso la ricerca sta procedendo, come pure l’impegno, su terreni diversi, ma complementari, dell’Istituto Superiore di Sanità e da parte nostra». (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: Ufficio Stampa del Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale (ufficiostampa@garantenpl.it).

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