La scuola che immaginava Andrea Canevaro

Scriveva Andrea Canevaro in un contributo pubblicato dalla rivista di Erickson «L’Integrazione Scolastica e Sociale», uno degli ultimi testi da lui prodotti prima della sua scomparsa alla fine di maggio, che «i diritti possono sembrare elementi fatti una volta per tutte e per tutti, e invece essi devono adattarsi – non: deformarsi – al singolo e alle sue caratteristiche originali». E a proposito della scuola, citando Roland Barthes, sottolineava che «c’è una stagione in cui si deve insegnare ciò che si sa; e una stagione in cui si deve insegnare ciò che non si sa»

Andrea Canevaro

Andrea Canevaro

«Uno dei “padri” dell’inclusione scolastica nel nostro Paese»: così avevamo più volte definito sulle nostre pagine Andrea Canevaro e lo avevamo fatto anche alla fine di maggio, dopo avere appreso la notizia della sua scomparsa. Avevamo però aggiunto che tale definizione era certamente riduttiva per colui che è stato una delle figure di maggior prestigio nazionale e internazionale, nel fare tra l’altro avanzare e progredire una nuova cultura della disabilità.
Oggi, dunque, ci piace aprire le pubblicazioni di «Superando.it», riprendendo l’Editoriale inviato da Canevaro pochi giorni prima della sua scomparsa alla redazione della rivista «L’Integrazione Scolastica e Sociale», per gentile concessione di Erickson che edita tale pubblicazione. E ben volentieri ne riprendiamo anche la sentita introduzione firmata da Marisa Pavone, Dario Ianes e dai Collaboratori e Tecnici della stessa rivista «L’Integrazione  Scolastica e Sociale». (S.B.)

Con affetto e commozione profonda, pubblichiamo l’Editoriale che Andrea Canevaro ha inviato alla rivista pochi giorni prima della sua scomparsa.
Andrea, maestro di pensiero e di umanità, condirettore dell’«Integrazione Scolastica e Sociale» dal 2002, è venuto a mancare giovedì 26 maggio, lasciando in tutti noi un vuoto incolmabile: amicale, scientifico, umano e anche pratico. Ricordiamo la sua assidua disponibilità, senza limiti di tempo e di orario, nel promuovere e condividere ogni scelta sull’impostazione e sui contenuti della rivista, compreso il nuovo assetto.
La comunità scientifica nazionale e internazionale, politici, autorità, esperti, amici, gruppi e associazioni ne hanno celebrato il profilo di fondatore della Pedagogia Speciale; disciplina che ha declinato come pedagogia a guida dei processi di inclusione scolastica e sociale delle persone con disabilità: una rivoluzione culturale che ha reso il nostro Paese punto di riferimento nel mondo. Allo stesso modo, rimarrà nella memoria di moltissime persone, a partire dai «più piccoli» e indifesi, con cui ha interagito fraternamente, che ha valorizzato e di cui «si è preso cura», per far sentire la loro voce e sollecitare il riconoscimento dei loro diritti, in una società più democratica e giusta.
Andrea Canevaro è sempre stato «un passo avanti» a tutti, capace di scoprire e indicare itinerari di ricerca, sentieri oltre confine, «pietre che affiorano» e possono aprire incessantemente «ulteriori» prospettive di collaborazione interistituzionale e interpersonale, nell’ottica del rispetto per la fragilità umana, che si attualizza in molteplici volti.
Su questi stessi orizzonti ci proponiamo di portare avanti la rivista, continuando a imparare dal suo modello di vita e di pensiero.
Marisa Pavone – Dario Ianes – Collaboratori e Tecnici di «L’Integrazione Scolastica e Sociale»

Che scuola immaginiamo?
di Andrea Canevaro
Da quando è arrivato il Covid-19, i mezzi di comunicazione di massa, social, televisioni, carta stampata ecc. fanno continuamente ed esclusivamente riferimento a una scuola articolata su due caselle: in una c’è chi insegna; nell’altra chi impara.
Ma dovremmo poter dire che la frase/presupposto «Incontro qualcuno che non capisco» potrebbe avere due continuazioni contrapposte:
° «devo conoscerlo meglio»;
° «devo eliminarlo dal mio contesto».
La prima continuazione esige, implicitamente, un tempo di riflessione: è diacronica. La seconda, al contrario, è reattiva e sincronica.
La riflessione svolge una funzione analoga al maggese. Ed esige un tempo per studiare, o pensare, le possibilità di organizzarsi. Ad esempio:
° vivere il coraggio civile che a volte va contro corrente (Broz, 2015);
° essere minoranza-lievito e non maggioranza padrona;
° i ragazzi di Barbiana dicevano che di fronte a un problema vi sono due atteggiamenti possibili: uno consiste nell’affrontarlo per «sortirne tutti insieme», e questa è la politica. L’altro atteggiamento è individualistico: «sortirne da soli è avarizia»;
° ogni tanto, una sosta fa bene e permette di guardarsi attorno e scoprire il panorama. Ma anche di scambiare due parole… o stare liberamente in silenzio;
° avere l’intelligenza della cortesia.
Le cronache hanno riferito che gli insegnanti non in regola col Covid-19 possono lavorare ma non a contatto con gli allievi. I commenti alla notizia ancora una volta fanno riferimento a una scuola basata sull’insegnamento simultaneo e frontale. Questa rivista, da quando è nata, si è impegnata per una didattica che oggi chiamiamo laboratoriale, inclusiva. Ci sembra una buona cosa che il ministro Bianchi non perda occasione per indicare questa scelta. Suggeriamo di vedere la scuola come un teatro. Un teatro è un laboratorio. Una scuola potrebbe essere un laboratorio, guadagnando qualità.
Dirò di più. Il lavoro è un punto di collegamento con la società. E ne rappresenta l’appartenenza strutturante: il collegamento fondamentale tra destini individuali e destini collettivi, la reciprocità e la complementarità tipica di una età adulta. Per tutti coloro che diventano adulti. Sovente, negli ambienti dell’educazione e della formazione, si considera il mondo del lavoro unicamente come mondo del profitto. Ma in quel mondo nascono competenze, innovazioni, prodotti utili a tanti. Si tratta della possibilità di pensare e rappresentare la scuola come un’organizzazione articolata di luoghi, che si mandano messaggi e prodotti, attraverso una filiera, in alternativa all’immagine di funzionamento per “bolle” (termine che la pandemia da Covid-19 ci ha reso necessariamente familiare) per cui il luogo dell’apprendimento è la “bolla-aula”, il luogo dell’amministrazione è la “bolla-segreteria”, il luogo dei collaboratori scolastici è la “bolla-bidelleria”, il luogo delle decisioni è la “bolla-presidenza” e così via.
L’intreccio è un abito che va confezionato su misura di chi lo indossa. Anche i diritti, che possono sembrare elementi fatti una volta per tutte e per tutti, devono adattarsi – non: deformarsi – al singolo e alle sue caratteristiche originali. Il diritto all’alimentazione deve rispondere a esigenze bio-fisiologiche e culturali del singolo essere umano. Chi avesse il diabete…
È sicuro che chi ha una disabilità ha bisogno di capire che ha una possibilità di dialogo in un progetto. Escludiamo – se non in una necessità di riflessione – quell’ascolto che non si fa carico anche del dialogo costruttivo. Caricaturando potremmo pensare a quelle situazioni in cui sembra che tutto sia nell’ascolto e che non ci sia il dovere di costruire un progetto; se chi si pone a disposizione per ascoltare non è anche capace di reagire e non ha anche delle conoscenze tecniche o non sa coinvolgere chi ha delle conoscenze tecniche, il rischio è proprio quello della caricatura, di avere di fronte una sfinge che ascolta tutto, dice che va bene e al massimo dice che bisogna accettare.
Come sulla scena, è necessario che chi ha un ruolo di ascolto non stia fermo, si coinvolga. L’ascolto deve essere coinvolgimento in una proposta di progetto di cui si deve avere responsabilità condivisa. Nulla di più offensivo, si potrebbe dire, di un ascolto saccente, che sembra dire: «Non mi dici nulla di nuovo, quello che mi dici era già previsto nella mia conoscenza, sta già nelle cose che conoscevo per cui la tua presenza, genitore, per me è routine, nulla di originale!».
Noi sappiamo che è entrata nel lessico dell’antropologia una espressione – i “nonluoghi” – e anche un’altra espressione, ancora più complicata se vogliamo: la “deterritorializzazione” del sociale, cioè un sociale che sembra non sapere entrare nei contesti, nei territori dei soggetti e rimane quindi su un nonluogo. Il “nonluogo” è un’espressione utilizzata da Marc Augé (1996) per indicare quelle situazioni che sono a ogni latitudine uguali e che si riferiscono sia ad aspetti di vita lussuosa, in cui non ci si accorge neanche del contesto in cui si è collocati, sia – ahimè! – ad aspetti e contesti di vita devastante, come ad esempio i centri immigrati, con l’accoglienza coatta di persone che hanno delle vite migranti e non hanno le carte in regola, che non hanno la possibilità di essere considerati cittadini di una nuova situazione e neanche più cittadini della vecchia situazione. Vivono in nonluoghi. Non hanno diritti esigibili.
Roland Barthes, nel suo discorso di ammissione all’Institut de France, diceva che c’è una stagione in cui si insegna ciò che si sa; e c’è una stagione in cui si insegna ciò che non si sa: questo si chiama cercare. Questa rivista vive cercando.

Bibliografia relativa al contributo di Andrea Canevaro:
° Marc Augé,
Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della submodernità, Milano, Eleuthera, 2009 (prima edizione 1993).
° Roland Barthes, Miti d’oggi, Torino, Einaudi, 2016 (prima edizione 1974).
° Svetlana Broz, I Giusti nel tempo del male. Testimonianze dal conflitto bosniaco, Trento, Erickson, 2015 (prima edizione italiana 2008).
° Egan Kieran, La comprensione multipla. Sviluppare una mente somatica, mitica, romantica, filosofica e ironica, Trento, Erickson, 2012.
° Edward T. Hall, La dimensione nascosta, Milano, Bompiani, 1976.
° OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), ICF. Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute, Trento, Erickson, 2022.
° Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina, 1974.

Stampa questo articolo