Prevalga il rispetto dei diritti e dei bisogni umani

«La scelta dell’inclusione scolastica – scrive Salvatore Nocera, riflettendo sulla testimonianza da noi pubblicata qualche giorno, riguardante un ragazzo con sindrome di Down, iscritto in una scuola “speciale” – è oggettivamente considerata come una conquista civile in tutto il mondo». E auspica che i rapporti tra Amministrazioni e Famiglie siano sempre improntati al rispetto dei diritti e dei bisogni umani

Giovane studente in carrozzina, insieme a giovane donna con una stampella«Non è un incidente di percorso e nemmeno un episodio casuale; è sintomo di qualcosa di più profondo e intenso, non perdiamo l’occasione di rifletterci»: si chiude così la drammatica testimonianza, pubblicata su questo giornale, del genitore di un alunno con sindrome di Down che, dopo quattro anni di integrazione mal riuscita in una classe comune, ha iscritto il figlio a una scuola “speciale”, rammaricandosi di violare la memoria della madre insegnante, che oltre quarant’anni fa si era battuta per l’integrazione stessa.
Il genitore invita a riflettere sullo stato dell’integrazione scolastica oggi, ritenendo il proprio caso come il sintomo di una situazione più generalizzata di inefficienza.

Non si conoscono le cause di disservizio che hanno determinato questo genitore a prendere una decisione dolorosa per lui e per noi tutti che abbiamo creduto e crediamo nell’integrazione-inclusione scolastica. Però, generalizzare partendo da un caso, a tutto un fenomeno che annualmente vede oltre duecentomila alunni con disabilità frequentare le classi comuni, mi pare non solo troppo, ma anche realisticamente non documentato. Siccome il genitore ci invita a riflettere, cerchiamo di ragionare.

Io mi occupo a tempo pieno da sempre di inclusione scolastica; ricevo quotidianamente circa una cinquantina tra telefonate ed e-mail di segnalazioni di disservizi. Moltiplicandole per un anno, sono quasi duemila, cioè circa l’1% di tutti i casi di integrazione. Se da questo dovessi dedurre che tutta l’integrazione in Italia va male, qualunque statistico mi direbbe che sto sbagliando.
Certo, l’impressione di chi vive sulla propria pelle un’esperienza negativa, come quel genitore, è incommensurabilmente più toccante che non ricevere tante segnalazioni. Però, allora, non si può prendere un caso drammatico ed ergerlo a sintomo di uno sfacelo.
Con questo non voglio negare che vi siano alcune migliaia di casi negativi; se infatti moltiplicassimo per dieci i dati in mio possesso, perverremmo comunque a un 10% di casi negativi che statisticamente sono parecchi e insopportabili per i singoli che li vivono. E tuttavia non penso che ciò sia sufficiente a giustificare l’abbandono di una scelta controcorrente che – come quella dell’inclusione – è oggettivamente  considerata come una conquista civile in tutto il mondo.
Cerchiamo quindi di individuare le possibili cause di disservizio, di cui il caso in oggetto potrebbe essere un sintomo.

L’inclusione scolastica avviene nella scuola, ma necessita del coordinamento di numerosi servizi interni ed esterni ai singoli istituti: le ASL con i servizi di certificazione, di Diagnosi Funzionale, di partecipazione alla stesura del Profilo Dinamico Funzionale e del Piano Educativo Individualizzato e alle loro verifiche; gli Enti Locali con il servizio di eliminazione delle barriere architettoniche, di trasporto gratuito, di assistenza per l’autonomia e la comunicazione, di fornitura di ausili e di banchi speciali; l’Amministrazione Scolastica con l’assegnazione di un adeguato numero di ore di sostegno, di collaboratori e collaboratrici scolastiche formate per l’assistenza igienica degli alunni più gravi, per la somministrazione di farmaci e l’imboccamento in orario scolastico; le singole scuole, infine, con la predisposizione di un Piano dell’Offerta Formativa (POF) di accoglienza degli alunni con disabilità, con il piano delle supplenze, con la formazione  annuale in servizio dei docenti di classe sui problemi educativi derivanti dalle specificità delle singole disabilità ecc.
Spesso i problemi di rapporti tra scuola, ASL ed Enti Locali vengono regolati da accordi di programma e intese, che però adesso sono resi assai più difficili dai tagli dei fondi agli Enti Locali stessi e quindi ai loro servizi territoriali.
Molto più delicati, invece, sono i rapporti interpersonali con i singoli docenti, gli assistenti e i dirigenti scolastici. Qui dovrebbero valere il buon senso e il rispetto reciproco, mentre troppo spesso prevalgono logiche burocratiche. Prima quindi di rivolgersi alla Magistratura – come ormai avviene per i disservizi di scuola e enti territoriali – sarebbe opportuno fare intervenire le associazioni e i referenti provinciali o regionali per l’inclusione scolastica.

Personalmente mi auguro che – grazie anche alla diffusione della cultura inclusiva conseguente alla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità -, i rapporti tra Amministrazioni e Famiglie possano svolgersi in un clima di rispetto dei diritti e dei bisogni umani  degli utenti.

Vicepresidente nazionale della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap).

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