Acquisizione delle autonomie e mondo del lavoro: quale ruolo per il tiflologo?

«È auspicabile – scrive la tiflologa Valeria Tranfa – che ogni scuola dove è inserito un ragazzo con difficoltà visiva possa usufruire di un Servizio di Consulenza Tiflopedagogica, per confrontarsi con uno specialista che aiuti gli insegnanti e tutto il personale scolastico a porre l’accento, tra gli altri aspetti, anche sulle problematiche relative all’autonomia, per crescere ragazzi preparati sul piano degli apprendimenti, ma anche e soprattutto su quello personale, mettendoli in condizione di diventare autonomi, protagonisti appieno della propria vita»

Jakob Savinšek, "Head of a Blind Boy" ("Testa di un ragazzo cieco"), Zagabria, Museo Tiflologico dell'Associazione dei Ciechi

Jakob Savinšek, “Head of a Blind Boy” (“Testa di un ragazzo cieco”), Zagabria, Museo Tiflologico dell’Associazione dei Ciechi

Quando pensiamo a un giovane non vedente che si affaccia al mondo del lavoro, quali sono i requisiti che deve possedere? È sicuramente importante che sia preparato, ma le competenze relazionali e sociali che gli vengono richieste sono forse meno importanti? Tra le altre riflessioni ci siamo soffermati a parlare di questo durante il recente convegno intitolato Istruzione, Formazione, Lavoro, svoltosi presso l’Istituto dei Ciechi di Milano [se ne legga ampiamente anche sulle nostre pagine, N.d.R.].
Cosa significa quindi diventare persone autonome? Nel percorso di istruzione e di formazione di un ipovedente o di un non vedente, quanto è importante dedicare tempo e risorse al raggiungimento di buoni livelli di autonomia?
La risposta, solo apparentemente ovvia, è che nessuno può arrivare preparato ad affrontare il mondo del lavoro se non viene formato ed educato fin da piccolo a raggiungere buoni livelli di indipendenza. Questo principio vale per tutti i bambini e i ragazzi, vale in tutti gli ordini di scuola, in proporzione all’età e alla propria condizione, a maggior ragione vale – ed è importante – per chi ha una disabilità visiva e quindi accede alla realtà in modo differente.

Da sempre, ad esempio, l’Istituto dei Ciechi di Milano si è occupato – e si preoccupa anche oggi – di formare i ragazzi minorati della vista, non solo offrendo loro gli strumenti di studio più adatti, ma soprattutto curando la dimensione dell’autonomia personale, suggerendo strategie opportune per superare le difficoltà che la mancanza della vista pone, offrendo al mondo della scuola e alle famiglie un punto di vista attento a non cedere alla tentazione di “sostituirsi a…”, di “fare al posto di…”.
Spesso insegnanti e genitori cadono in questo errore senza neppure accorgersene, perché «il ragazzo è in difficoltà», «ci mette tanto tempo…», «non ci vede, quindi è impossibile che ci riesca da solo…». Con la vita di Istituto e con la scuola speciale prima, e con il Servizio di Consulenza Tiflopedagogica poi, nelle scuole di ogni ordine e grado, i tiflologi dell’Istituto dei Ciechi di Milano – secondo un modello di intervento che è diventato oggi esempio per tutta la Regione Lombardia – affiancano gli insegnanti di sostegno, gli assistenti alla comunicazione e gli operatori che lavorano nella scuola, affinché ad ogni singolo bambino e ragazzo ipovedente e non vedente si insegni quanto sia importante imparare non soltanto discipline e contenuti scolastici, ma anche e soprattutto abilità di autonomia personale e sociale, per poter affrontare la vita con le giuste competenze.

Oggi indubbiamente il mondo del lavoro è cambiato, richiede capacità di adattamento, richiede flessibilità, autostima e ottime capacità di relazione. Il mercato del lavoro è in continua evoluzione ed esistono occupazioni che solo vent’anni fa non esistevano. Si dice poi che tra altri vent’anni esisteranno mestieri che ancora non sono stati inventati. Trovare lavoro è difficile e la ricerca è molto selettiva.
Dall’altra parte la società tende a iperproteggere i giovani, visto che vengono chiamati ancora “ragazzi” i trentenni e i trentacinquenni i quali, soltanto qualche anno fa, erano già padri di famiglia, vivevano fuori casa ed erano completamente indipendenti sul piano economico di fronte alla collettività. A maggior ragione perché non rimandare l’emancipazione dei ragazzi che non vedono? Non è forse giusto scoraggiarne l’indipendenza e procrastinare il distacco dalla famiglia? Farli sentire sicuri soltanto a casa, proteggerli dal “mondo cattivo”, evitando loro qualche frustrazione in più, rispetto a quelle che incontrano già tutti i giorni?
È anche in questo senso che prende significato la proposta dell’intervento tiflologico. Fin dalla primissima infanzia, infatti, è preziosa la figura del tiflologo che insiste nel sottolineare quanto sia importante conquistare mano a mano la propria autonomia. È il tiflologo, quindi, che, prendendo in carico un bambino o un ragazzo, attraverso una periodica osservazione a scuola, attraverso il dialogo con la famiglia, attraverso i momenti di scambio con gli insegnanti, partecipando alla programmazione degli obiettivi didattici e non, e confrontandosi con gli altri specialisti, ha la preziosa opportunità di offrire un nuovo punto di vista, non stancandosi mai di sottolineare come non sia la minorazione visiva a rendere un cieco poco autonomo, ma la difficoltà, conscia o inconscia, ad investire di più sul raggiungimento anche di altre competenze.
Fin dalla scuola dell’infanzia, e per tutti i successivi ordini scolastici, oltre che occuparsi di fornire indicazioni sui percorsi didattici e sui materiali specifici per stimolare il bambino ad apprendere e a sviluppare le proprie capacità cognitive, il tiflologo sottolinea come sia importante che la scuola verifichi prima, ed incentivi poi, competenze rivolte ad avere cura di sé. Imparare a vestirsi e svestirsi da solo quando si è piccoli, lavarsi ed asciugarsi le mani e il viso significheranno da grandi saper curare il proprio aspetto, vestirsi con cura, sapere abbinare i colori con gusto, imparare a truccarsi…
Ed è sempre il tiflologo che fornisce indicazioni specifiche affinché il bambino impari a muoversi con sicurezza negli ambienti scolastici, perché diventi capace di raggiungere da solo il proprio banco, conosca il percorso per andare in bagno, sia in grado di riporre il materiale utilizzato al posto giusto. Una volta divenuto adulto, quel ragazzo potrà quindi essere in grado di uscire da solo senza paura, potrà imparare la strada per andare in ufficio, saprà tenere in ordine la sua scrivania, e si muoverà con disinvoltura negli spazi della quotidianità.
Il tiflologo, poi, si preoccupa di verificare le capacità di ogni bambino di mangiare da solo, di usare le posate in modo corretto, suggerisce il momento opportuno per insegnargli a versare l’acqua, invita gli insegnanti a richiedergli di mantenere una buona postura a tavola. Queste competenze, acquisite in modo adeguato all’età cronologica di ciascuno, e man mano fatte proprie, permettono un domani di andare a mangiare con i colleghi, di recarsi al ristorante con amici e parenti senza dipendere da nessuno, senza paura di doversi vergognare. Sentirsi adeguati in mezzo agli altri significa aumentare il proprio livello di autostima, prerequisito fondamentale, tra gli altri, per inserirsi positivamente anche nel mondo del lavoro.

Imparare a studiare in autonomia da ragazzini, padroneggiare una postazione informatica personalizzata, usare software specifici, approcciarsi ad internet, utilizzare al meglio le opportunità che il mondo dell’informatica mette a disposizione, significa da adulti accedere ad una gamma sempre più vasta di opportunità lavorative, diventare più competitivi sul mercato del lavoro. Anche di questo si cura il tiflologo, affiancato, a partire più o meno dal terzo anno della scuola primaria, dal tifloinformatico.
Diventare capaci di progettare la propria giornata e la propria settimana, decidere in piena coscienza quali attività e quali amici frequentare nel tempo libero, sentirsi davvero padroni di sé perché si è consapevoli dei propri limiti, ma anche delle proprie risorse, sono un bagaglio indispensabile per affrontare a testa alta la vita.
Essere autonomi nelle relazioni con gli altri da piccolo, significa infatti imparare a controllare un’eventuale stereotipia, vuole dire tenere la testa alta e diritta, voltarsi sempre in direzione di chi sta parlando, non interrompere l’altro, mantenere un adeguato tono di voce. Da grandi queste competenze si tradurranno nell’apparire sicuri di sé, nel possedere buone capacità di autocontrollo, nel poter imparare a parlare in pubblico senza vergognarsi, e così via.

Tutte queste capacità vengono acquisite con gradualità, giorno dopo giorno, passo dopo passo, con l’aiuto di chi, certo del risultato, con molta dolcezza, ma con altrettanta fermezza, indica la strada giusta, accompagna fisicamente il gesto di chi ancora non possiede la tecnica, fornisce indicazioni verbali fino a che i risultati non sono stati raggiunti.
L’importante è poter cominciare questo percorso fin dall’infanzia, per evitare che, affacciandosi alla vita adulta e poi anche al mondo del lavoro, si rischi di non avere abbastanza tempo per colmare le lacune, per evitare che di quel ragazzo o di quella ragazza si debba dire «è intelligente, è capace, impara in fretta però…».
È auspicabile quindi che ogni scuola dove è inserito un ragazzo con difficoltà visiva, così come prevede la normativa della Regione Lombardia, possa usufruire del Servizio di Consulenza Tiflopedagogica. Servirsi infatti di tale Consulenza significa potersi confrontare con un tiflologo che aiuti gli insegnanti e tutto il personale scolastico a porre l’accento, tra gli altri aspetti, anche sulle problematiche relative all’autonomia, significa essere incoraggiati a mettersi in gioco sempre, nonostante le difficoltà e i limiti, accanto alle famiglie, per crescere ragazzi preparati sul piano degli apprendimenti, ma anche e soprattutto, su quello personale, mettendoli in condizione di diventare autonomi, protagonisti appieno della propria vita e non fruitori passivi di un’esistenza determinata da altri.

Coordinatrice delle tiflologhe dell’Istituto dei Ciechi di Milano.

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