Il ragazzo e il bus, chi è disabile?

«Io da qui non mi muovo»: moderno “Davide contro Golia”, un sedicenne con disabilità di Parma si è posto in carrozzina davanti a un autobus nel quale non aveva potuto salire, perché la pedana elevatrice era bloccata. Un gesto, il suo, e un’immagine-simbolo, che inducono varie riflessioni, da quella – tra le altre – sull’arretratezza culturale di un’intera comunità, a quella riguardante il lodevole comportamento di alcuni giovani

Luglio 2014: ragazzo con disabilità blocca un autobus a Parma

Il ragazzo con disabilità che ha bloccato un autobus di Parma, perché non funzionava la pedana elevatrice

Può circolare regolarmente un autobus con le portiere bloccate? Certo che no, i passeggeri non potrebbero salire e verrebbe meno la funzione del servizio. Può circolare regolarmente un autobus con la pedana per le carrozzine bloccata? Certo che sì. Anzi, accade piuttosto spesso che una persona disabile non riesca ad accedere ad un mezzo di trasporto pubblico per disguidi tecnici di questa natura.

Una delle ultime volte è accaduto a Parma. Un ragazzo sedicenne con disabilità non ha potuto salire sull’autobus perché la pedana elevatrice era bloccata. Invece di sfogare rabbia e frustrazione in silenzio, il giovinetto agguerrito si è posto con la sedia a rotelle davanti al mezzo per impedirne la partenza. «Da qui non mi muovo – ha detto deciso -, se non posso viaggiare, non lo faranno neppure gli altri». Accanto a lui, i suoi amici che hanno testimoniato come più d’una volta siano stati costretti a restare a terra per guasti simili. Non si tratterebbe, quindi, di un malaugurato evento, spiacevole ma possibile, bensì di una routine non più tollerabile. Da qui l’esasperazione e il gesto di ribellione che ha occupato le pagine dei quotidiani locali.
Puntuale è giunta la replica dell’Azienda dei Trasporti, l’invito in sede per toccare con mano l’impegno a favore delle persone con ridotta mobilità e l’auspicio che la prossima volta il ragazzo porti pazienza. Se quel giorno avesse aspettato qualche minuto, gli fanno sapere a mezzo stampa, da quella stessa fermata sarebbero passati bus accessibili a raffica.
Ah, questi ragazzi impazienti d’oggi, per di più disabili, che pretendono di saltare a bordo non appena si aprono le porte! Imparino la nobile arte dell’attesa e aspettino un mezzo in grado di caricarli. Certo, bisogna entrare nelle grazie della dea bendata, perché se ad esempio capita un mezzo con pedana manuale, occorre armarsi di chiavi o penna per rimuovere la sporcizia che impedisce il movimento dell’apposita maniglia (episodio realmente accaduto, riferito da un amico del sedicenne), mentre se la pedana è elettrica, il funzionamento può essere compromesso dagli scossoni che l’ausilio riceve nei tragitti urbani. Bisogna inoltre che l’autista sia a conoscenza della procedura per estrarre la rampa, nozione non sempre in possesso del personale addetto.

Per una volta “fingiamo” di non vedere il dito dietro cui si nascondono le oggettive responsabilità dell’ente gestore che non effettua la dovuta manutenzione. Soffermiamoci piuttosto sull’immagine-simbolo della vicenda.
Questa storia ci consegna la foto, qui sopra pubblicata, del ragazzo sulla carrozzina elettrica fermo nell’area di sosta, con un vigile al fianco. Poco più in là, un capannello di persone, tra cui gli altri passeggeri bloccati dalla protesta del grintoso giovane parmigiano. Intorno il tran tran cittadino scorre come sempre.
Che brutta gatta da pelare è toccata al vigile! Quel tipetto in sedia a rotelle si è messo in mezzo alla strada e blocca la circolazione. Intento a scrivere appunti sul taccuino, ascolta le rimostranze del giovane e si rende conto che è stato leso il diritto alla mobilità di un cittadino. Quasi quasi dovrebbe intestare un verbale all’Azienda dei Trasporti…
Spostiamo lo sguardo sul ragazzo. È minorenne, nella foto il volto è nascosto. A bordo di una seppur imponente carrozzina elettrica, pare così piccolo di fronte a quel grande autobus che non lo vuole a bordo. Moderno Davide contro Golia, non si sposta di un millimetro. Sa che la ragione è dalla sua parte, dalla parte di tanti altri stanchi di aspettare l’autobus successivo con le dita incrociate, sperando sia accessibile.
Quando i giornalisti lo intervistano, sceglie di restare anonimo, vuole soltanto dare visibilità a una palese violazione del principio di uguaglianza. Lui si oppone anche per quelli che non hanno la forza di alzare la voce. Nella frase «io da qui non mi muovo», ci sono stanchezza e indignazione, ma soprattutto consapevolezza e coscienza civile.
Meritano un applauso i suoi amici che gli dimostrano solidarietà e vicinanza non solo a parole. Oltre a supportarlo sul posto, non si tirano indietro quando si tratta di denunciare pubblicamente la superficialità con cui viene gestita la mobilità delle persone disabili.
Da questa tenacia si comprende l’affetto nei confronti dell’amico in carrozzina, l’affiatamento, il desiderio di aiutarlo a prender parte da protagonista alla vita del gruppo. Sanno che la vera disabilità è nell’autobus, non nel loro compagno.
È davvero un peccato che pochi abbiano sottolineato questo lodevole comportamento. Si trattano infatti con enfasi i casi di bullismo verso i cittadini più deboli, ma meriterebbero altrettanta attenzione i gesti che rivalutano le nuove generazioni. I giovani hanno dato una bella lezione agli altri passeggeri adulti fermati dalla protesta, che invece si sono lamentati del contrattempo, identificando l’ostacolo nel ragazzo disabile e non nell’inefficienza del servizio.
Hanno perso l’occasione di sentirsi per una volta – almeno un poco – “disabili bloccati per cause di forza maggiore”. Sarebbe stata un’utile lezione di vita. Stare fermi aiuta ad allargare gli orizzonti e a guardare con occhi diversi quanto ci circonda. Avrebbero potuto comprendere che cittadini come loro, identici nei diritti, hanno bisogni e problemi ancora in attesa di risposte concrete, che un gesto banale come salire su un mezzo pubblico è per alcuni un terno al lotto.

Quei passeggeri lamentosi sono la metafora dell’arretratezza culturale di un’intera comunità distratta, sempre di fretta, che pensa ai fatti propri. Se qualcuno di loro mi sta leggendo, gli suggerisco di collegarsi subito a un certo sito, per guardare cosa accadrebbe ai “normodotati” in una città a misura di disabile, dove perfino i semafori per i pedoni mostrano la sagoma di una persona in carrozzina.
Nel filmato quasi tutti si spostano sulla sedia a rotelle, l’eccezione è la persona che si muove con le sue gambe. È costretta a salire su rampe scivolose, comunicare allo sportello con l’impiegato sordo, entrare in una biblioteca dove i libri sono tutti stampati in braille. Rischia di essere investita sui marciapiedi da velocissime carrozzine, telefona da cabine posizionate vicino a terra, perfette per i disabili, ma scomodissime per chi sta in posizione eretta. Infine, il “normodotato” viene additato e un po’ deriso per la sua “diversità” da un ragazzino, inutile dirlo, in carrozzina.
Basta poco per sentirsi disabili e ribaltare ogni convinzione. Guardando quel contesto urbano immaginario, dove non si è tenuto conto delle esigenze dei “bipedi”, forse i passeggeri scocciati capirebbero che quella pedana guasta è un fatto che riguarda tutti, non una minoranza. Loro cosa farebbero se più volte l’autobus arrivasse alla fermata e le portiere non si aprissero?

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